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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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Pasqua - Pentecoste 2021

VI Domenica di Pasqua – Anno B - 2021

“La fede: una relazione di amicizia”


 

(At 10,25-27.34-35.44-48 - Sal 97 - 1Gv 4,7-10 - Gv 15,9-17)

 

       Il cammino pasquale ci propone la riflessione sulla relazione da vivere con Dio. Alla domanda: “Chi è Dio?”, i più attempati, risponderebbero immediatamente con la definizione del catechismo di San Pio X: “Dio è l'Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”. Una risposta giusta e vera, secondo la teologia, ma non esprime quella che è la relazione che il credente vive con Dio.

       La relazione con Dio è personale, nasce e matura nel tempo per l’esperienza di fede che si vive. Credere non significa semplicemente accettare l’esistenza di un essere superiore che viene chiamato Dio. Credere è tessere una relazione profonda che coinvolga tutto l’essere: mente, cuore e volontà.

       La fede nasce dall’incontro personale con Dio, attraverso la testimonianza, la consegna di “mano in mano” della propria esperienza con Dio, per permettere al prossimo di poter fare la propria.

       Solo per la relazione personale con Dio può nascere la fede, altrimenti è accettazione intellettiva della sua esistenza, oppure una religiosità che si ferma a pratiche di culto senza alcun coinvolgimento nelle concrete circostanze del vivere.

       Credere è vivere una relazione profonda, radicale, che coinvolge tutto il proprio essere. Credere è vivere una profonda relazione di amore con Dio, che si traduce in una novità di vita, di prospettiva, di giudizio e di possibilità.

       «Rimanete nel mio amore» (Gv 15, 9). Il verbo greco è μνω (menô), rimanere, inteso però non tanto nella condizione statica dello stare, ma dinamica di un continuare ad essere. Tradotto anche con “dimorare”, “abitare”.

      “μενατε”, rimanete, indica l’impegno continuo di relazione con Cristo, che permette di vivere nel suo Amore e nel quale tessere le relazioni attorno a noi. “Rimanere nel suo amore” indica la decisione di coscienza di vivere una relazione di amore con Dio con la quale rinnovare la propria vita e farne la propria “ragione d’essere”.

        Rimanere nel suo Amore comporta un impegno personale di crescita nella relazione e di accoglienza libera e piena del suo Amore. Avere fede, dunque, comporta impegnarsi in una relazione di amore con Dio, che si traduce in un rinnovamento della propria vita secondo l’insegnamento del Cristo: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15, 10).

      Gesù indica che non basta conoscere e accogliere la sua Parola, ma è necessario osservare i suoi “comandamenti”. Questo termine, “comando”, usato al plurale, di fatto è uno solo: è il comando dell’amore, amare “come” Lui ha amato; è il comando che muove e dirige ogni nostra azione.

        Avere fede comporta una rivoluzione totale di sé, un cambiamento di rotta, di prospettiva, di valutazione: tutto trova radice e valore nella relazione di amore con Dio e tutto ad esso deve essere riferito.

       In questa rivoluzione e accettazione di novità di vita, siamo costituiti nella condizione di “amici” e non di “servi”: «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 14-15).

       Siamo costituiti, chiamati e riconosciuti, “amici” per il “rimanere”, “dimorare” nel suo Amore. Siamo “amici” perché Dio ci ama e permette di vivere una relazione con Lui alla pari, di partecipazione piena.

     Il termine greco usato da Giovanni è “φλοι”, plurale di “φλος” (filos), amico, colui che si associa, che condivide. Gesù ci chiama a condividere il suo amore, ad amare “come” Lui ha amato: è una relazione profonda in cui siamo costituiti per la scelta libera della fede.

       Non siamo sudditi, ma amici, che vivono la relazione con Lui e l’obbedienza al suo comando, alla sua Legge, per libera scelta, nella libertà di figli amati.

       La fede è, dunque, una relazione di amicizia, che ci pone su un piano di parità: rispondendo al suo Amore con amore, diventiamo come Dio, “santi” come Lui è Santo!

       La relazione di amicizia con Dio esige necessariamente l’amore per il prossimo: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15, 17). In questo si realizza e si concretizza la fede cristiana. Senza questo amore per il prossimo non c’è fede, perché Dio è amore!

       «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4, 7-8).

       La fede, relazione di amicizia con Dio, conduce a vivere una vita di relazione di amore con il prossimo sul comando e l’esempio di Cristo, che fino alla fine concede la possibilità di aprirsi al suo amore nella scelta di libertà.

       Anche a Giuda, all’apice del suo tradimento, Gesù offre la possibilità di ricordare la relazione di condivisione e di amore con Lui: «Amico, per questo sei qui!» (Mt 26, 49-50). L’evangelista Matteo non usa lo stesso termine di Giovanni, ma “ταρε”, da “ταρος” (hetairos) amico, partner, collega. Sebbene lo chiama “amico”, Giuda non è nella condizione di chi condivide lo stesso amore, come il “filos” (amico), perché la sua scelta di libertà non è di “rimanere” nel suo amore, ma di “chiudersi” in una visione egoistica, che lo porterà alla disperazione e alla morte. Gesù gli ricorda che aveva iniziato a vivere nella sua amicizia, ma per sua libertà ha scelto di uscirne.

     Gesù ci chiama a vivere nel suo amore e a impegnarci in una relazione di amicizia con Lui, che esige un cambiamento radicale di prospettiva e di giudizio, un passaggio dalla visione egocentrica alla relazione fraterna e aperta alla reciprocità.

       Gesù ci offre il suo Amore e ci chiede di “rimanere” in esso amando “come Lui” il nostro prossimo.

     Rinnoviamo la nostra scelta libera di fede impegnandoci in una relazione di amicizia profonda con Cristo, accogliendo la sua Parola e attuando il suo comando di “amarci gli uni gli altri”. Quando tutto questo ci risulterà difficile o impossibile, non abbiamo che da fissare lo sguardo su Lui e ricordarci che: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4, 10).

V Domenica di Pasqua – Anno B - 2021

“La fede, una scelta di libertà!”


 

(At 9,26-31 - Sal 21 - 1Gv 3,18-24 - Gv 15,1-8)

 

       Il tempo liturgico della Pasqua è il tempo favorevole per meditare sulla fede e sul battesimo ricevuto. Basta aver ricevuto il Sacramento del Battesimo per essere credenti e vivere la fede?

       Dalla notte di Pasqua e per tutto il tempo liturgico pasquale, la liturgia ci fa fare memoria del dono della fede ricevuta con il Battesimo. Siamo invitati a rinnovare le promesse battesimali, che genitori e padrini hanno fatto per il loro figlio o che il catecumeno adulto ha fatto da sé.

       Cosa significa, dunque, avere fede? Cosa significa essere battezzati?

       Queste domande possono apparire retorica inutile, ma soffermandosi a meditare le letture di questa domenica, assumono un’importanza fondamentale per attuare la Parola ascoltata.

       «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (Gv 15, 1-4).

       In questi versetti è espressa la realtà della fede e il dono del battesimo. Con il battesimo siamo inseriti in una comunione vitale con Dio, che si basa e si alimenta per la Parola donata, ascoltata, meditata e attuata. La relazione con il Cristo, per il battesimo ricevuto, non è formale, ma esistenziale: senza una continua e profonda relazione con Lui non possiamo “esistere nella fede” e, quindi, non portiamo frutti.

       La relazione esistenziale con Cristo è una costante e continua scelta di libertà, che ogni giorno occorre rinnovare e comprendere nelle varie circostanze della vita.

       L’imperativo “Rimanete in me” esprime bene quanto è importante la decisione di libertà personale nel rapporto di fede con Cristo. La fede si vive nelle continue decisioni di libertà, nelle scelte coerenti e attuative della Parola ricevuta.

       La relazione vitale e autentica con Dio, per il dono del Battesimo ricevuto, si attua e cresce quotidianamente nel concreto della personale esistenza. Occorre, pertanto, un impegno di riflessione e introspezione serio e costante al fine di crescere costantemente nel rapporto con Dio e mantenerlo vivo, così come il tralcio unito alla vite, che riceve la linfa vitale.

       La linfa vitale che rende viva la fede è la Parola di Dio che diventa luce e guida nel cammino quotidiano. Come la linfa genera vita, così la Parola di Dio genera vita se ascoltata, meditata e attuata.

       La fede è scelta di libertà per l’accoglienza libera e liberante della Parola, senza di essa saremo senza vita e la fede pian piano resterà solo una religiosità vuota di senso e sterile.

       Dalla Parola, sostenuta dalla Grazia sacramentale, la vita viene trasformata e le scelte sono basate e fondate sull’appartenere a Cristo, sul “rimanere” uniti a Lui.      

       «Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5).

       L’unione con Cristo non è solo affettiva, ma anche effettiva e rende la vita feconda di frutti secondo lo Spirito. L’unione con Cristo produce frutti di amore fraterno e solo in una dimensione “contemplativa” i frutti saranno costanti e genereranno vita di grazia.

       Per vivere e fare il bene occorre essere “uniti”, “radicati”, in Cristo; occorre “rimanere” in Lui in una vita di contemplazione, mediante la meditazione, accoglienza e attuazione della Parola, la vita sacramentale e la preghiera nello Spirito, che si concretizza in una vita di servizio.

       L’evangelista in questo versetto sintetizza la “vita nello Spirito”, indispensabile per dare gloria a Dio e testimoniarlo nel mondo; presenta la “mistica dell’amore” e la “mistica del servizio”: per un servizio fruttuoso al prossimo occorre vivere una profonda comunione con Dio, una unione contemplativa con il suo Amore; per una contemplazione piena di Dio occorre un servizio di carità autentico e pieno al prossimo.

       «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3, 18).

       In questo versetto della prima lettera, Giovanni esorta ad una fede concreta, non di parole, ma di fatti concreti, reali, di azioni di amore fraterno. Questi atti concreti devono essere ispirati alla “Verità”, cioè secondo la verità di Cristo, l’annuncio del Messia, il Vangelo ricevuto.

       Agire nella verità significa, dunque, agire secondo Cristo, nella piena sequela e in obbedienza al suo annuncio. Agire nella verità significa attuare nel concreto della personale esistenza il “come ho fatto io” del Cristo nella lavanda dei piedi (cfr Gv 13).

       La fede è un agire in comunione con Cristo, seguendo il suo esempio, agendo nel suo amore. Per attuare tutto questo occorre che ogni giorno rinnoviamo la nostra scelta di libertà di adesione alla sua chiamata. Il battezzato ogni giorno rinnova la sua professione di fede e si impegna a viverla nelle vicissitudini ordinarie.

       La fede come scelta di libertà e di adesione all’amore di Dio non si esprime nella straordinarietà degli eventi e dei gesti, ma nella ordinarietà e complessità del quotidiano.

       Nella ordinarietà della vita di fede, nella piena comunione ecclesiale in cui si è inseriti per il Battesimo, il cammino di fede deve essere percorso, come ci ricorda il brano di Atti, “nel timore del Signore” e “con il conforto dello Spirito Santo” (At 9, 31).

       “Il timore del Signore” indica il dover avere sempre presente l’insegnamento del Cristo e saper discernere ciò che gli è conforme.

       “Con il conforto dello Spirito Santo” significa vivere quella costante adorazione, contemplazione del Signore che permette di restare fedele e operare nel suo amore.

       Camminiamo nella fede, facendo ogni giorno la nostra scelta di libertà; «[…] osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito» (1Gv 3, 22).

IV Domenica di Pasqua – Anno B - 2021

“Edificare sé stessi”


 

(At 4,8-12 - Sal 117 - 1Gv 3,1-2 - Gv 10,11-18)

 

         Si vive tra sogni, desideri ed ambizioni, che non sempre ci permettono di saper affrontare la realtà della vita; restiamo prigionieri di essi perdendo il meglio della esistenza.

       Di ideali, sogni, desideri, progetti ne abbiamo bisogno per affrontare il futuro, l’imprevisto e l’incognito che è davanti a noi, ma nello stesso tempo dobbiamo saper restare connessi con la realtà, con le sfide quotidiane della vita e le sue delusioni e amarezze.

       Per non perdere il giusto equilibrio tra realtà e desiderio, occorre saper appoggiare l’esistenza su qualcosa di saldo e autentico, che sia riferimento per la corretta edificazione della nostra vita, della nostra “casa”!

       «Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo» (At 4, 11).

       Gesù Cristo è “la pietra d’angolo”, il riferimento e la misura per crescere in pienezza come persone. Egli è la “roccia” su cui fondare la vita e il “livello” a cui riferirsi per crescere in modo corretto e pieno.

       Egli è tutto questo perché è la Verità, senza imposizioni, bensì con “amore” e “rispetto” della nostra realtà.

       Gesù non si impone, ma si propone! Non obbliga, ma invita! Non pretende, ma dona! Non ordina, ma serve! Non limita, ma stimola! Non tradisce, anche se viene tradito! Non condanna, ma accoglie e perdona! Gesù ha a cuore ciascuna persona, offre a tutti sé stesso, rispetta ed eleva la dignità di ciascuno a “figli di Dio”.

       Al contrario, il mondo segue valori ed ideali opposti a quelli di Gesù: ammalia, illude, seduce e, quando non ha più bisogno, tradisce e scarta! Secondo la logica umana al di sopra di tutto c’è l’egoismo e l’interesse personale. L’umanità anche quando ama è per piacere e tornaconto, difficilmente riesce ad andare oltre e amare per il solo bisogno di farlo!

       «Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui» (1Gv 3, 1).

       Il cristiano, se vuole edificare sé stesso, deve conoscere l’amore di Dio, crescere in esso, comprendere come attuarlo nella sua esistenza, nelle relazioni quotidiane, nelle sfide che la vita presenta.

       La fede si gioca e si verifica sull’amore! Non è questione di pratiche devozionali, ma amore in cui crescere, educarsi e vivere nelle circostanze della quotidianità.

       La preghiera deve essere un costante esercizio a porre attenzione all’amore di Dio e a edificarsi in esso! La preghiera è innanzitutto “ascolto della voce di Dio”, che parla al cuore, alla coscienza. Senza un vero ascolto non c’è sequela, non c’è fede!

        «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. […] Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore» (Gv 10, 1-4.14-15).

        La fede è ascolto, conoscenza, sequela. La fede è impegno costante di edificazione e conformazione a Cristo, pietra d’angolo, riferimento per essere “pienamente uomini” e “figli di Dio”.

        La fede non è sublimazione o annullamento dell’umanità, ma elevazione di essa a una dignità “oltre”, quella di Dio, a cui chiamati non per merito, ma per amore gratuito, fedele e misericordioso di Dio Padre nel Figlio Gesù.

        Dio non chiede di mortificare la nostra umanità, di non desiderare, sognare, progettare, ma di farlo senza mai perdere il riferimento del suo amore, che ci permette di essere pienamente noi stessi, nella nostra umanità, consapevoli di essere destinati a qualcosa di oltre questa realtà.

       «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3, 2).

     Il cristiano è pienamente inserito nella realtà del mondo, ma nella consapevolezza di non appartenere ad esso. Non vive in modo disincarnato, perché sarebbe in contraddizione con l’Incarnazione di Cristo, ma vive in continua tensione verso la sua destinazione finale: il Regno di Dio!

       Il credente vive il presente in pienezza, consapevole che qui è chiamato a realizzare ciò che lo attende, in un impegno continuo di verifica e conversione, perché l’amore di Dio sia pieno in lui.

      Vivere la fede è, dunque, un costante impegno di “edificazione”, perché ogni momento, situazione, sentimento, sia vissuto nella fedeltà all’amore di Dio.

      La vita di fede è ascolto, verifica e attuazione dell’amore di Dio per ciascuno. Ogni persona ha una modalità di edificare sé stesso sull’amore di Dio segnata dalla sua umanità.

      Nella diversità di ciò che ogni persona è si realizza il meraviglioso disegno di Dio di edificare il suo Regno di amore; di guidare, condurre il suo gregge al pascolo.

        Il vero gregge di Cristo, però, non è “esclusivo”, ma “inclusivo”! Fedele alla parola del suo Signore, è sempre pronto a dare testimonianza perché altri possano entrare a far parte del gregge.

       La Chiesa, ogni piccola comunità di fede, è e deve impegnarsi ad essere il gregge in cui chiunque può trovare posto, sempre nell’ascolto della voce del suo “Pastore buono”, Cristo!

      Là dove non c’è accoglienza, rispetto, inclusione, amore, non c’è fede e la preghiera, il culto e ogni azione riferita alla fede sono svuotati di Dio e riempiti di individualismo ed egoismo.

     In ascolto del “Pastore buono”, il cristiano, la comunità di fede, la Chiesa tutta, deve vivere il costante impegno di “edificazione” sull’esempio di Cristo “pietra d’angolo”, e testimoniare al mondo la “forza rigenerante” del suo amore.

 

“Signore Gesù, pastore buono del tuo gregge,

che ci doni il tuo amore e ci chiami a seguirti

nel costante ascolto della tua voce,

sostienici con la tua misericordia e il tuo Santo Spirito,

affinché facciamo della nostra vita un costante impegno

di edificazione di noi stessi nel tuo amore.

 

Aiutaci a non avere paura,

ad essere pronti a rinunciare a ciò

che non è secondo la tua volontà.

A saper modellare la nostra vita su di Te,

“pietra d’angolo” e “fonte di amore”.

 

Aiutaci a saper vivere pienamente la nostra vita,

imparando a scegliere sempre a partire dal tuo amore.

Aiutaci a saper trovare il giusto equilibrio

tra il desiderio e la quotidianità, il sogno e la realtà.

Rendici pienamente umani, capaci di saper amare

senza cercare il nostro interesse,

ma sempre pronti ad accogliere, perdonare,

aiutare, cooperare per la reciproca edificazione

e realizzazione di sé.

 

Fa di noi il tuo gregge,

capace di ascoltare e riconoscere sempre la tua voce,

seguirti nella via dell’Amore,

lasciandoci modellare da Te,

per essere “cristificati”,

ed essere testimoni autentici di Te.

Amen!”

      

 

III Domenica di Pasqua - Anno B - 2021

"Nati a vita nuova"


 

(At 3,13-15.17-19 - Sal 4 - 1Gv 2,1-5a - Lc 24,35-48)

 

Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati (At 3, 19).

Due termini ricorrono nella liturgia della Parola su cui soffermare la nostra attenzione: "conversione" e "peccati'.

Sono due termini che scaturiscono dalla esperienza della Pasqua: "Conversione" e la sua conseguenza "cambiare vita" trovano ragione nella esperienza del Cristo risorto conosciuto e accolto. Fare esperienza di Lui comporta il cambiamento di rotta, di mentalità, assumendo il fine nuovo della propria esperienza: "vivere per/in/con Cristo"

La conversione è assumere un nuovo criterio di giudizio nuovo con cui valutare, decidere, agire nella quotidianità; un giudizio nuovo che consiste nell' amare, perdonare e servire sull'esempio di Cristo.

La conversione è connaturale alla fede. Incontrato, conosciuto e accolto Cristo, la vita non può essere quella di prima. Cambia tutto.

Cambia la mentalità, perché ogni cosa è compresa e valutata a partire da Dio, nuovo centro della propria esistenza.

Cambia il cuore, perché non si ama in riferimento a se stessi ma a Dio; non è più un andare interessato, che porta soddisfazioni per il soggetto, ma è un amore caritatevole, agapico, che ama senza pretese, attese, interessi, solo perché ci si scopre amati nonostante il proprio limite e fragilità e di conseguenza si ama con la stessa passione.

Cambia la volontà, perché non conta più il personale interesse, ma quello di tutti e a vantaggio di tutti.

La fede e la conseguente conversione, comporta l'abbandono della condotta vecchia per una novità di vita. Il riconoscimento del proprio limite, del proprio peccato!

Parlare di peccato è quasi impopolare oggi, in una cultura in cui l'individuo è centro e fonte di giudizio; in cui la visione assoluta della libertà personale non facilita il rapporto con Dio, origine e metro di valori e stile di vita.

Cosa è peccato? Il peccato è un tradimento dell'Amore. È tradire l'Amore di Dio per ciascuno.

Per questo l'uomo di oggi, tutto centrato su se stesso, non considera e accetta più la categoria di peccato. Non avendo altro riferimento che con se stesso, non può accettare la categoria di peccato che comporta la relazione con Dio.

Oggi la società ha bisogno di credenti innamorati di Dio, veri seguaci della Verità, che è Cristo, che facciano innamorare di Dio chi li incontra per il loro agire e parlare, per la loro coscienza matura e attenta a non giudicare e condannate, ma ad accogliere e perdonate, come per primo Dio ha fatto con l'umanità in Cristo.

Come i discepoli di Emmaus, occorre che i credenti riconoscano, seguano ed annuncino Cristo riconosciuto e accolto nella Parola e nell'Eucaristia.

Lasciamoci infiammare il cuore da Cristo. Con fiducia apriamo il cuore a lui. Lasciamoci riconciliare con Dio in umiltà e disponibilità di cuore. Umiliamoci davanti all'amore di Cristo riconoscendo i nostri peccati, per risorgere a vita nuova con Lui.

II Domenica di Pasqua - Anno B - 2021

Domenica in albis” o “Domenica della Misericordia

“La vita nuova della Pasqua”


 

(At 4,32-35 - Sal 117 - 1Gv 5,1-6 - Gv 20,19-31)

 

       La prima domenica dopo Pasqua è la “dominica in albis deponendis o depositisa”, così detta perché in quel giorno i fedeli battezzati nella veglia pasquale deponevano l’abito bianco indossato al momento del battesimo. Nel 2000, papa Giovanni Paolo II stabilì che questa domenica venisse denominata "Domenica della divina Misericordia".

      La novità di vita, frutto della Pasqua e che costituisce il credente “sale e luce del mondo”, deriva dal dono del battesimo, dall’essere rigenerati nella morte e risurrezione di Cristo.

      Questa realtà del cristiano è bene espressa nella preghiera di colletta di questa domenica: «Dio di eterna misericordia, che nella ricorrenza pasquale ravvivi la fede del tuo popolo, accresci in noi la grazia che ci hai dato, perché tutti comprendiamo l’inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti».

      Una novità di vita, dunque, che nasce dalla fede e si realizza nella relazione caritativa verso il prossimo. La vita nuova del cristiano è appartenere a Dio, inserito nella santità di Dio; è vivere nella luce della Verità, rinunciare alla menzogna, al peccato; è far fruttificare e realizzare la santità di Dio con la fedeltà alla Verità: «Dio è luce e in lui non c'è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi» (1Gv 1, 6-8; vedi anche Ef 4, 14-32).

      Il cristiano vive nella novità di vita pasquale per il Battesimo ed è chiamato a fare della sua esistenza la presenza di Cristo con una condotta di vita “cristiforme”, con un parlare in Verità («Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno» Mt 5, 37), che si traduce in opere di carità, di misericordia, senza giudizio, senza condanna, senza esclusioni, per edificare il corpo di Cristo ed essere membra viva e sana del suo Corpo.

       La vita nuova della Pasqua, che scaturisce dal dono della fede ricevuto nel battesimo, ci permette di vincere in noi ed attorno a noi tutto ciò che è ostile a Dio, al suo amore; a estirpare da noi il seme della menzogna, a vincere sul male, sul peccato per la grazia ricevuta.

        La veste bianca del battesimo, la condizione in cui il credente è inserito per dono ed amore di Dio, va conservata nella vita con la fedeltà al Vangelo, con un continuo discernimento che permetta di scegliere sempre la verità, ciò che edifica e permette di vivere nell’amore di Dio.

     La caratteristica e il costitutivo di vita del battezzato è, quindi, la “misericordia”: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6, 36); «Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9, 13); «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3, 12-13); «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati […] Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello» (Lc 6, 37.42); «Voi invece, carissimi, costruite voi stessi sopra la vostra santissima fede, pregate nello Spirito Santo, conservatevi nell'amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna. Siate misericordiosi verso quelli che sono indecisi e salvateli strappandoli dal fuoco; di altri infine abbiate compassione con timore» (Gd 20-22).

        Il cristiano è chiamato ad essere presenza di Dio nel mondo, nella società. È chiamato a far fruttificare il dono della fede e a testimoniarla senza paura nelle varie situazioni di vita con una condotta di vita misericordiosa, che non è “buonismo”, non è “sdolcinatura”, ma è adesione alla Verità e scelta di Carità.

        «Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5, 4).

       La vittoria della fede sulla logica del mondo non si realizza con prepotenza e arroganza, ma con accoglienza, annuncio coerente del vangelo e misericordia, frutti della vittoria pasquale del Cristo.

       Il dono della Pasqua è la “Pace” (Gv 20, 19.26), che si realizza per il dono dello Spirito di verità, che ci fa comprendere il senso e il valore della vita; che ci fa apprezzare ogni cosa come dono di amore di Dio; che ci fa desiderare e tessere relazioni di amore e di misericordia; che ci fa impegnare nella edificazione del Regno di Dio; che ci rende testimoni, annunciatori senza timore del Vangelo e ad accogliere, amare e perdonare, come per primi siamo stati accolti, amati e perdonati da Dio.


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