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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi



T.O. 2020 - Anno A

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“Cercatori di Dio con cuore umile, servi del prossimo in semplicità e gioia”


 

(Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16)

 

       «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino» (Is 55,6).

       Queste parole del profeta Isaia suscitano indirettamente delle domande: Dio è cercato dagli uomini di oggi? Si sente il bisogno di Dio nel modo di vivere odierno?

        Se osserviamo con attenzione lo stile di vita della società odierna, non possiamo che rispondere negativamente. Perché?

      Le ragioni, ritengo, sono molteplici: innanzitutto “la cultura materialista”, che caratterizza le scelte, orienta i bisogni e condiziona i valori; in secondo luogo la mancanza di testimoni, o come disse Papa Giovanni Paolo II, di “padri”, cioè di coloro che trasmettono la fede e i valori con la loro vita, con l’esempio e accompagnano le nuove generazioni nella loro crescita e formazione.

     Un'altra motivazione che giustifica la risposta negativa è la “stanchezza delle comunità cristiane”, dove non si vive più la “gioia dell’incontro con il Cristo”, che coinvolge e suscita il desiderio di conoscerlo, incontrarlo, seguirlo.

        Qualcuno potrebbe obiettare a queste affermazioni ritenendole esagerate, accusarmi di pessimismo ed anche tacciarmi di non amare Dio e la Chiesa e non credere nell’intervento di Dio che guida e protegge la sua Chiesa, ma resta un dato incontrovertibile che giustifica le mie affermazioni: gli adolescenti e i giovani sono sempre più lontani dalla Chiesa e indifferenti al fatto religioso.

        La realtà di questo tempo, della cultura occidentale, deve essere di sprono, stimolare e scuotere le coscienze dei credenti affinché abbiano un risveglio interiore e sentano l’urgenza, sempre attuale e necessaria, della testimonianza matura e coerente della fede.

      I battezzati hanno ricevuto in dono il “munus profetico”, sono inseriti nella comunità dei credenti e costituiti annunciatori, profeti, per operare nel bene e portare frutti, ma con la viva consapevolezza di sentirsi ed essere “servi inutili”, semplici “operai”, “umili lavoratori nella vigna del Signore”, come si definì Benedetto XVI nel suo messaggio di inizio del ministero petrino, il 19 aprile 2005.

       La parabola evangelica di Mt 20, 1-16, denuncia e distrugge alla radice la logica del possesso e l’atteggiamento negativo e infruttuoso di chi si sente superiore pretendendo di avere titoli di credito e di merito, ribadendo con forza che “tutto è grazia” e per la logica evangelica l’unico vanto deve essere quello appartenere a Dio.

       La parabola è in contrasto con l’etica del capitalismo, materiale o spirituale, cioè con la logica del potere e del possesso come essenza della vita. Non è condannata la ricchezza in sé né il salario, ma il ritenere che sia la ragione di vita. L’insegnamento evangelico evidenzia sempre più quanto sia diversa la mentalità evangelica da quella del mondo e, in particolar modo, dalla mentalità odierna.

       La ricompensa di Dio, il premio che Lui elargisce a fine giornata, eccede ogni merito ed è dono del suo amore infinito e misericordioso, senza diversità o preferenza, senza meriti personali o posizioni di prestigio.

       L’impegno di ogni battezzato nel servizio nella vigna del Signore, che è di fatto il mondo, deve essere libero, umile e gioioso. Il merito, l’unico vanto possibile, è di essere stati chiamati a lavorare per il Signore e cooperare con gli altri operai.

       La ricompensa, alla fine della giornata, cioè della vita, sarà partecipare alla gloria del Signore e sarà uguale sia per il primo che per l’ultimo operaio chiamato.

       Tutto ciò comporta liberarci dalla logica del vanto e del potere, consapevoli che tutto è grazia e dono di Dio, a partire dalla vita personale.

       L’evangelizzazione sarà fruttuosa solo se si farà attenzione a non fare affidamento sulle proprie opere, sul consueto modo di fare, avvalorato dalla frequente affermazione dei credenti praticanti: “abbiamo sempre fatto così!”.

Per non arrivare alla morte spirituale occorre essere attenti a ciò che lo Spirito suggerisce alla sua Chiesa, ad affinare il discernimento spirituale affinché si operi il bene “qui ed ora” possibile.

       Per vivere nella logica del Vangelo occorre, dunque, essere “piccoli ed umili”, perché solo così si comprende che tutto è dono di Dio, proprio perché si vive nella consapevolezza di non meritarlo, esprimendo lo stesso stupore di meraviglia dei bambini.

       L’umiltà e la consapevolezza di non possedere alcun merito, permette di non perdere la “gioia di appartenere a Dio” e di trasmetterla al prossimo, suscitando il bisogno di “cercarLo, fonte di vita e di grazia”.

       Occorre arrivare a pensare come San Paolo: “per me vivere è Cristo!” (Fil 1, 21). Solo così i battezzati non saranno semplicemente seguaci di una religione, ma “veri cristiani”, modellati su Cristo e sua presenza nel mondo.

       Tornando alle domande inziali (Dio è cercato dagli uomini di oggi? Si sente il bisogno di Dio nel modo di vivere odierno?) possiamo concludere dicendo che ciò dipende da come i battezzati vivono e testimoniano la loro appartenenza a Dio, il loro essere “operai della vigna del Signore”.

       Se il mondo crederà sarà solo perché i credenti in Cristo si “comporteranno in modo degno del vangelo” (cfr Fil 1, 27).

       L’invito, la chiamata che il Signore ci rivolge a lavorare nella sua vigna comporta il cambiamento di pensiero e di agire: «[…] i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55, 8); richiede il continuo “cercare” il Signore, cioè “fare la sua volontà” rinnovando mente e cuore per essere degni e puri.

 

 

“Signore,

ti ringrazio per il dono della fede,

per avervi chiamato a lavorare nella tua vigna.

 

Sostienimi con la tua grazia,

perché viva nella vera “umiltà”;

cerchi sempre di comprendere e compiere la tua volontà;

mi impegni al servizio del prossimo con gioia e in semplicità di cuore.

 

Allontana da me

la vanagloria e l’orgoglio;

la presunzione di credermi superiore agli altri,

di poter accampare prestigi o titoli per la fede che vivo.

 

Non permettere che sia

occasione di scandalo per chi non crede

e per i piccoli nella fede,

ma rendimi docile strumento del tuo Spirito,

perché sappia essere un testimone maturo e gioioso

del tuo amore, di Te, Dio misericordioso e fedele.

Amen!”

XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“Il perdono: la misura della fede”


 

(Sir 27,33-28,9; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35)

 

       Di fronte a violenze, stupri, omicidi chi riesce a non provare ira, rancore, vendetta? Pensiamo alle notizie ultime di cronaca riguardante un giovane di 21 anni picchiato a morte da uomini che hanno fatto della loro forza muscolare e del loro fisico l’unica ragione di vita, come diventa possibile pensare a non provare rancore e vendetta, desiderio di ripagarli con la stessa ferocia con la quale si sono scagliati su quel giovane?

       Reazioni pienamente umane, razionalmente anche comprensibili, certo non risolutive del problema. La rabbia, l’ira, il rancore, la vendetta appartengono alla nostra condizione umana.

       Il perdono, la misericordia, ripagare il male con il bene non sono categorie umanamente comprensibili, ma chiedono il “di più” della fede affinché possano essere pienamente e sinceramente vissuti.

       Tante volte riteniamo che per misurare la fede serva considerare quanta devozione, preghiera e partecipazione si viva, invece il Signore indica che la misura della fede è il perdono.

       «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati […] Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui» (Sir 28, 2.7).

       Non è la quantità di preghiere che salva l’anima, ma la carità che abita nel nostro cuore e orienta le nostre scelte portandoci a saper perdonare e dimenticare gli errori altrui e ad usare una misura di misericordia.

       Nella preghiera chiediamo a Dio di soccorrerci e di perdonarci; di guarirci e di farci grazia; di venirci incontro e risollevarci dalla nostra condizione. Tutto lecito e giusto, ma non dobbiamo dimenticare che Gesù ci ha insegnato a pregare e a dire al Padre nostro: «[…] rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6, 12).

       La regola di vita e la misura della fede è la carità, nella sua espressione più difficile del perdono e non ricordare più le offese ed errori altrui.

       La fede, dunque, non è questione di riti o atti di culto, ma vivere la sequela di Dio con l’impegno continuo di conformazione a Cristo, imitando il suo amore.

       Il cristianesimo si distingue, di fatto, dall’ebraismo, dall’islamismo e da ogni altra religione, proprio per la categoria del “perdono”, che significa amare come Dio, usare misericordia ed essere misericordiosi: «Siate dunque misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6, 36).

       La fede è una radicale trasformazione dell’essere umano: di mente, di cuore e di volontà. Per fede tutto assume un significato e una ragione diversa: ogni cosa viene posta sotto la valutazione e misura della carità.

       Pietro chiede a Gesù: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». Nella mentalità semita, il numero sette indica la pienezza, pertanto Pietro dicendo “fino a sette” pensa di aver indicato già una misura grande e piena.

       Gesù risponde con un’altra simbologia numerica: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», indicando così l’infinito, la pienezza, il di più e la sovrabbondante misura dell’amore, della carità, che è possibile all’umanità se e quando si apre a Dio e si impegna nella sequela.

       È il costitutivo di ogni credente, di ogni autentico rapporto con Dio e della modalità piena della fede.

 

“Signore Gesù,

tu ci hai insegnato la via dell’amore,

perdonando tutta l’umanità

dal tuo trono: la croce!

 

Nel momento massimo della sofferenza,

avendo sperimentato abbandono,

tradimento, tentennamento,

rinnegamento e paura

da parte di coloro che ti hanno

conosciuto, amato e seguito,

visto compiere miracoli e perfino la risurrezione da morte,

Tu hai gridato al Padre:

«Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34).

 

Aiutaci con il dono del tuo Spirito d’amore,

a saper amare con la tua misura,

a dimenticare e a non ripagare mai

il male con il male;

ad usare il perdono;

ad amare e mai odiare;

ad accogliere e mai allontanare;

a dimenticare e mai serbare rancore e vendetta.

Amen!”

XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“Servi della verità, operatori di carità, per vivere in fraternità”


 

(Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20)

 

       Il progresso tecnologico, l’avvento della comunicazione digitale, l’affermarsi dei social, non ha fatto che sviluppare la connaturale indole umana di giudicare e sparlare della vita altrui.

       Tutto della vita umana è messo in vetrina e sottoposto al giudizio di tutti, e nello stesso tempo cerchiamo in tutti i modi di salvaguardare la privacy personale. Il giudizio, quasi mai costruttivo e rispettoso della dignità personale, assume connotazioni sempre più spietate e generali. Ognuno si sente autorizzato a parlare, esprimere la propria opinione su ogni argomento, soprattutto in campo etico, ma senza avere più valori etici universali perché tutto è relativo alla personale considerazione e valutazione.

        In questo sistema sociale a farne le spese è la persona umana!

       Tutti, in un modo o in un altro, siamo costretti a pagare per questo sistema sociale in cui non c’è più rispetto per la dignità della persona, ma soprattutto non si sente l’altro come parte integrante e fondamentale del sistema vitale. Il “soggettivismo etico”, con l’affermazione della libertà personale, ha portato a considerarsi centro esclusivo del mondo, per cui l’altro è tollerato fin tanto che non limita o riduce il mio sistema, altrimenti diventa rivale, nemico.

       Questa realtà è in totale antitesi con il Vangelo, con la vita cristiana, dove la centralità appartiene a Dio e ogni persona è legata all’altro per il medesimo legame con cui è legata a Dio.

        Lo stile di vita cristiano è la “fraternità”, che si alimenta della carità e si costruisce nella verità.

      Nella visione cristiana il giudizio, inevitabile perché atto della intelligenza, non si connota come denuncia, con lo scopo di separare, ma come “correzione”, con la finalità di costruire e rinsaldare il legame fraterno con gli altri e filiale con Dio.

       La vita cristiana è vita comunitaria, di fraternità. Il cristiano è costituito membra viva della comunità: la Chiesa (cfr 1Cor 12; 1Pt 2). Ogni credente, che decide nella sua libertà di seguire Cristo, è chiamato a vivere con responsabilità e sentirsi corresponsabile del suo prossimo, proprio per il legame che vive per la fede con Dio e con gli altri.

      Gesù richiama a questa corresponsabilità quando dice, a chi è riuscito a riconciliarsi con un peccatore aiutandolo a riconoscere il proprio errore: «[…] avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18, 15).

      La corresponsabilità, come “servizio alla verità nella carità” (Ef 4, 15), pone ognuno verso l’altro non come giudici che esprimono condanna e pena, ma come “fratelli” che accolgono e sostengono per vincere l’errore.

     La correzione fraterna è segno di grande amore. Essa può essere vissuta autenticamente solo se l’altro si sente accolto con i suoi limiti, errori e mancanze, non è giudicato se sbaglia, è perdonato se pecca, è assolto se colpevole, è ricercato se si smarrisce. Senza l’accettazione dell’altro per ciò che è, non esiste correzione fraterna né esiste la comunità cristiana vera.

     La correzione fraterna è la condizione necessaria perché ogni credente raggiunga il bene nella sua possibilità, allontani il male con sempre più attento discernimento e sia membra viva della comunità di fede nella comune ricerca del bene.

     La correzione fraterna è l’opposto dello scandalo. È espressione della carità, per cui privilegia: l’accogliere e l’accettare l’altro per ciò che è; il prendersi cura; il prevenire; l’educare; il sostenere; l’istruire; il confortare; il consolare; l’accompagnare; il comprendere; l’ascolto dell’altro. La correzione fraterna non dà spazio al pettegolezzo, alla critica, al gossip, al mormorare, all’esclusione dell’altro, alla chiusura del cuore, alla rottura di rapporti.

    I vari passaggi di correzione indicati nel brano evangelico non conducono alla esclusione, come potrebbe sembrare ad una lettura superficiale o letterale, ma indicano piuttosto la metodologia di annuncio da usare perché chi vive nell’errore possa arrivare ad incontrare ed abbracciare la Verità, Dio!

      «[…] e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano» (Mt 18, 17): considerare l’altro come pagano e pubblicano non significa escluderlo. Gesù ha predicato ai pagani e ai pubblicani e con loro si è rapportato, basti pensare a Zaccheo, alla donna cananea; è venuto a salvare chi è perduto (Mt 18, 11) e ha inviato i discepoli verso tutti i pagani (Mt 28, 19).

     La correzione fraterna, nei sui gradi di passaggio, indica una metodologia di annuncio della verità alla coscienza dell’altro. L’espressione del v. 17 ci insegna che nessuno deve essere escluso dall’annuncio del Vangelo, ma esso va presentato comprendendo chi è l’interlocutore a cui ci rivolgiamo e qual è il suo rapporto con la Verità evangelica.

     L’insegnamento di Gesù sulla correzione fraterna ci richiama alla responsabilità, di ciascuno e comunitaria, verso il prossimo dell’annuncio della verità, che è grande servizio di carità.

     Ogni battezzato ha la responsabilità di crescere nella fede, di conoscerla e di annunciarla. Il legame di responsabilità verso l’altro è il debito di carità vicendevole, come ci dice San Paolo: «non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge […] La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità» (Rm 13, 8.10).

    Il profeta Ezechiele (Ez 33, 1-9) esorta proprio al servizio di “verità nella carità”. La responsabilità verso l’altro dell’annuncio del Vangelo è inderogabile. Va fatto sempre con rispetto e carità, avendo consapevolezza di chi abbiamo di fronte, ma se evitiamo, rimandiamo o, addirittura, lo riteniamo inutile, risponderemo della perdita e dell’errore dell’altro.

     «Com'è vero ch'io vivo - oracolo del Signore Dio - io non godo della morte dell'empio, ma che l'empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33, 11). Dio ci ha chiamati alla santità, ad accogliere la Verità, seguirla ed annunciarla con la carità. Nessuno è escluso da Dio, nessuno dobbiamo escludere dall’incontro con Dio e nessuno deve sentirsi sicuro di vivere nella giustizia di Dio per il solo fatto di credere. Amare Dio, seguire la Verità ci impegna al servizio verso il prossimo perché, nella volontà di Dio, a tutti sia offerta la possibilità di abbracciare la verità e di ravvedersi dall’errore.

      Uniti in una vera comunione di vita e di intenti, forti della comune preghiera, rinnoviamo il nostro “SI” a Dio e sosteniamoci reciprocamente per vivere “il servizio della verità nella carità” verso coloro che incontriamo nella quotidianità del vivere.

     La preghiera comunitaria, “sinfonia” che si eleva al Padre in un accordo comune di cuore e menti dei fedeli, sempre espressa nella sua volontà e per il bene di tutti, è il sostegno che ogni battezzato ha nell’annuncio della fede.

    Preghiamo perché ogni battezzato ed ogni piccola comunità di fede, porzione della Chiesa, e la Chiesa universale, possano vivere la correzione fraterna accogliendo, guidando e sostenendo senza mai escludere, giudicare e condannare.

      

XXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“Con Dio non perdiamo mai!”


 

(Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27)

 

       «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24).

       Di fronte a questa affermazione di Gesù chi non si sente incapace o, addirittura, impaurito per il tenore delle parole?

       Eppure, ad una lettura attenta e corretta, Gesù non pretende da noi cose impossibili, rinunce drastiche, sacrifici immani.

       Alla base di questa affermazione c’è la decisione personale di seguire Cristo: di riconoscerlo e seguirlo. La professione di fede in Cristo, Signore e Figlio di Dio, chiede una conversione radicale della mentalità.

       La sequela è una decisione personale e volontaria: “Se qualcuno vuole venire dietro a me”. Una decisione piena della volontà personale determinata dall’incontro con Gesù, riconoscendo che è il Signore.

       La scelta di sequela è libera e si radica sull’esperienza di amore da parte di Dio in Cristo Gesù. Per vivere la sequela non basta, quindi, essere battezzato ed aver ricevuto una minima conoscenza della fede cristiana. La sequela nasce dall’esperienza, dall’incontro con Cristo, mediante la testimonianza di chi crede, ma poi chiede di essere rielaborata nella personale esperienza di relazione di fede.

       La relazione personale con Cristo comporta percorrere il cammino di conversione che esige il rinnegamento di sé per vivere pienamente da figli di Dio.

       Il “rinnegare sé stessi” di Gesù indica, quindi, non il rinunciare ai propri desideri, alla propria felicità, perché non è questo il progetto di Dio per l’uomo, in quanto lo chiama alla piena e totale realizzazione di sé, appunto, come figlio nel Figlio Gesù.

       Il “rinnegare sé stessi” significa cambiare ciò che di sé non è secondo Dio; ciò che non è amore, ma egoismo; ciò che non edifica, perché chiude su sé stessi.

       Il “rinnegare sé stessi” non è, dunque, un sacrificio, ma un gesto di amore: non è un perdere, ma un guadagnare, perché mentre rinunciamo al nostro modo di pensare, giudicare, guadagniamo il modo di pensare, di giudicare e di amare di Dio.

       Con Dio non perdiamo mai! Dio non ci chiede di rinunciare a qualcosa senza darci molto di più di quanto pensiamo di aver perso.

       Il “rinnegare sé stessi” è una conquista: mentre rinunciamo a ciò che ci chiude in noi stessi egoisticamente, ci apriamo a ciò che ci rende pienamente noi stessi come persone, come figli di Dio, come amati senza misura che amano con la misura di Dio.

       Questo cammino di conversione interiore per crescere nella piena maturità della fede, come figli di Dio, si realizza nel cammino di obbedienza all’amore, che vuol dire “portare la propria croce”.

       “Prendere la propria croce” non significa soffrire, soccombere, morire, ma vivere nell’amore di Dio, fare la volontà di Dio, del Padre, come Cristo ha fatto. In questo consiste la nostra personale sequela: vivere ognuno la propria obbedienza all’amore di Dio, alla sua volontà nella personale storia e quotidianità di vita.

       La frase di Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua», è un programma di vita tutto volto a lottare contro l’egoismo per aprirsi all’agape; è un operare nell’amore e cercare sempre ciò che edifica, rinunciando a ciò che distrugge; è un cambiare mentalità per discernere la volontà di Dio.

       San Paolo traduce tutto questo con le splendide parole della pericope ai Romani: «lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2).

       Il culto gradito a Dio, ciò che rende vere le preghiere che rivolgiamo a Padre, è l’impegno di conversione di mente, cuore e volontà, perché la nostra vita sia gradita a Dio: “il nostro culto spirituale” (Rm 12, 1).

       Sentiamoci amati da Dio, accogliamo il suo invito a seguirlo, impegnandoci a cambiare in noi ciò che non è gradito a Lui, ciò che lo offende, ciò che non è secondo il suo amore.

       Ricondiamoci sempre che con Dio non perdiamo mai! Anche quando ci sembra che ci chieda l’impossibile, di fatto Lui vuole solo che siamo noi stessi, suoi figli e non dobbiamo far altro che riconoscerci tali, imparando ad amarci gli uni altri, riconoscendo nell’altro il volto di Dio.

XXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“La fede è lasciarsi interpellare da Dio”


 

(Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20)

 

       Dopo il dialogo tra Gesù e la donna cananea, la sua professione di fede, la Liturgia di questa domenica ci fa soffermare sulla nostra professione di fede.

Gesù interroga i discepoli e noi chiedendo: «Chi dite che io sia?» (Mt 16, 15). Una domanda da cui dipende tutta la relazione d’amore tra Gesù e i suoi discepoli.

       Ogni domenica l’assemblea liturgica rinnova la sua professione di fede. Recitare il credo non è una formula teologica o un momento liturgico, ma un atto di adesione libera e un gesto carico di amore e di fede.

       Rispondere alla domanda di Gesù, «Chi dite che io sia?», non vuol dire semplicemente riconoscerlo con l’intelletto, ma accoglierlo con il cuore e determinare la volontà a far di ogni cosa del nostro vivere l’espressione della nostra sequela.

       La risposta che Gesù esige non è per riconoscere la sua grandezza e onnipotenza, ma è la condizione necessaria affinché l’amore si doni e ci costituisca discepoli, in una relazione di amore e di fiducia.

       Il cristianesimo non è una dottrina, una morale, ma la relazione da persona a persona con Gesù, una relazione di intimità e di amore, che si esplica in un cammino morale e in una professione di fede. Essere cristiani è un cammino di conformità a Cristo, una sequela che richiede l’impegno costante e continuo di rendere la nostra vita espressione dell’incontro rigenerante con il Cristo.

       Riconoscere Gesù come il Cristo, il Signore, il Figlio del Dio vivente, comporta lasciarsi mettere in questione da Lui. La fede è mettersi in questione e dare a Dio il primato nella propria vita.

      Spesso ci poniamo la domanda su Dio, sulla sua esistenza. Arriviamo ad accettare che esista, ma questo non significa credere, avere fede. La fede nasce solo quando ci lasciamo interrogare da Dio; quando, dopo aver accettato la sua esistenza, siamo disposti a lasciarci mettere in discussione per accettare la sua presenza e fare la sua volontà.

       La fede non è risposta alle nostre attese, ai nostri bisogni e desideri, ma adesione alla proposta di relazione d’amore con Dio.

       La fede non è per tutti, perché non tutti sono disposti a lasciarsi interrogare e rinnovare nel cuore, nella mente e nella volontà per aderire e seguire la volontà di Dio.

       La fede è il “ma” che differenzia dal sentire comune della “gente”. La fede comporta la differenziazione dal pensiero comune e inserisce in quel cammino alto di “santità”, di “conformazione”.

       La misura della fede non è data dalla devozione, dalla pratica religiosa, dal culto, ma è la “novità” di vita, il costante impegno di “rinnovamento interiore” perché tutto il proprio essere sia rigenerato dallo Spirito.

       L’adesione della fede, il riconoscere Gesù come il Cristo, ci costituisce uniti a Lui e tra noi nel cammino ecclesiale, secondo la volontà di Dio.

       La professione di fede di Pietro, «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16), è la professione della Chiesa, del popolo dei credenti in Gesù, di coloro che lo riconoscono e decidono di vivere la sequela, la relazione di amore con Lui.

       Pietro è costituito a fondamento del popolo, della Chiesa e garante della fede. La sua fede è “la chiave” che apre le porte del Regno. Il potere di “legare e sciogliere”, dato a Pietro, significa dichiarare ciò che appartiene o meno al Regno di Dio, secondo la fede professata, la relazione di amore con Cristo.

       La fede non è, dunque, una questione privata ed anche nella sua dimensione di sequela personale, ha sempre un risvolto comunitario, perché la fede che ciascuno professa ci inserisce nella comunione di fede e nella relazione di fraternità.

       Riconoscere Gesù come Signore, come il Cristo, che ci dona la salvezza, ci inserisce nella comunità dei credenti, la Chiesa. Il cammino di fede è adesione personale, ma costituisce il singolo parte integrante e unica del popolo di Dio, la Chiesa.

       Come non si cammina da soli nella sequela di Cristo, ma nella comunione ecclesiale, così non ci si salva da soli. Il cammino di santità, la misura alta della fede che ognuno è chiamato a compiere, coinvolge necessariamente l’umanità, per cui ogni azione, ogni decisione della vita non è mai solo una questione privata. I peccati, seppure personali, non hanno un risvolto solo sulla nostra coscienza, ma hanno sempre una ricaduta sulla comunità.

       La risposta personale alla domanda di Gesù, «Chi dite che io sia?», ci inserisce nella relazione comunitaria ecclesiale e ci impegna a sostenerci reciprocamente in questo cammino, avendo come garanzia la fede di Pietro, la fede della Chiesa.

       Professare che Gesù è il Cristo, il Signore, il Figlio di Dio, fa di ciascuno membra del suo corpo, la Chiesa, e ci unisce nell’amore di Dio, per questo siamo chiamati a operare in comunione e a superare ogni divisione operando con misericordia, essendo stati amati e perdonati da Dio.

      

        “Signore Gesù, ancora una volta,

        alla tua domanda «Chi dite che io sia?»,

        noi riconosciamo che tu sei il Cristo,

        colui che ci ama e ha donato sé stesso per noi.

 

        Siamo consapevoli

che questa nostra professione di fede

comporta un impegno di vita

affinché tutto sia espressione

della nostra adesione a Te.

 

Siamo anche consapevoli

che non siamo sempre coerenti,

capaci di vivere nel tuo amore.

Tante sono le divisioni,

tanti sono i nostri peccati,

tante le incongruenze,

le mancanze, le contraddizioni.

 

Noi confidiamo in Te,

ci affidiamo alla tua misericordia

e ti chiediamo di illuminare il nostro intelletto,

di infiammare il nostro cuore,

e di corroborare la nostra volontà,

perché in ogni occasione siamo capaci

di vivere in pienezza la nostra fede

e dare testimonianza del nostro appartenere a Te,

di essere il tuo popolo, la tua Chiesa santa,

ove ogni persona si senta accolta e amata da Te.

Amen!”


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