Privacy

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra Clicca qui per ulteriori informazioni




La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi


Germogli della Parola



XXX DOMENICA T.O.

“Umiltà di cuore per amare Dio”


 

 

       La fede abita in un cuore umile.

      Non può esserci posto per Dio in un cuore pieno di sé, né vive la fede autentica chi ha “l’intima presunzione di essere giusto” (Lc 18, 9). Solo chi ha piena consapevolezza e coscienza del proprio limite e della propria debolezza vive il corretto rapporto con Dio.

     La fede esige una totale apertura di cuore, mente e volontà a Colui che riconosciamo Signore e Padre della nostra vita, pertanto alla domanda di Gesù: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8) è responsabilità di ciascun battezzato dare risposta con la propria vita.

      La fede non è questione di osservanza di un codice morale o di pratiche di culto e di elemosina, ma una continua conversione di mentalità per “conformarsi alla volontà di Dio”.

    Per arrivare a questa conformazione, la Parola di Dio, il codice morale, la preghiera, le opere di carità sono “vie necessarie”, ma fondamentale è l’impegno a lavorare su sé stessi perché non sia sterile la vita di fede.

     Il fariseo della parabola, nonostante viveva da persona pia e fedele ad ogni precetto, non trova giustificazione, perché al centro della propria vita non aveva messo Dio, ma il suo orgoglio e vanto, che escludono dall’amore di Dio.

       Il pubblicano, pur nella sua condizione di peccatore, si apre all’amore di Dio, riconosce il suo peccato e si impegna a cambiare vita.

      Il fariseo, nel porre in sé il proprio vanto, giudicava gli altri inferiori a sé stesso, tanto da non avere relazioni per non contaminarsi, e prega stando dritto, manifestando così esteriormente l’atteggiamento superbo del suo animo.

      Il pubblicano, riconoscendosi peccatore, non osa porsi al cospetto del Signore, resta lontano e non alza neanche lo sguardo, solo implora il perdono battendosi il petto e si apre alla misericordia di Dio e ai fratelli intorno a lui.

    “Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (Lc 18, 14): questa affermazione di Gesù ci fa comprendere che per vivere il corretto rapporto con Dio occorre decentrarsi da noi per centrare la nostra esistenza su Lui.

     L’umiltà è, dunque, operare con responsabilità ed impegno, ma facendo tutto per amore di Dio, dando gloria a Lui.

     Il nostro vanto deve essere nel Signore (cfr. 2Cor 10,17), che ci rende capaci di operare nel bene per noi e per gli altri; capaci di costruire relazioni interpersonali in cui l’altro non è mai visto come ostacolo alla nostra realizzazione, ma opportunità; capaci di gestire ogni conflittualità nell’amore misericordioso di Dio, ripagando sempre con il bene il male ricevuto (Rm 12, 17).

     La fede è luce per discernere, valutare e decidere per il bene, non inteso come tornaconto personale, ma come impegno a favore di tutti per vivere con dignità.

     Il corretto rapporto con il Signore si basa, pertanto, prima che “sul fare” (preghiera, culto, precetti morali, carità), “sull’essere” (siamo figli di Dio e quindi da tali occorre comportarsi).

    “Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone” (Sir 35, 15b), accoglie chi a Lui si rivolge con cuore umile e compie la sua volontà.

    Come San Paolo, a noi il compito di impegnarci nella “corsa” della fede, “allenandoci” quotidianamente per discernere la sua volontà e “conquistare” il premio stabilito a coloro che “attendono con amore la sua manifestazione”: la partecipazione alla gloria di Dio; la santità, che già ci appartiene per l’adesione della fede, ma che ancora non abbiamo raggiunto in pienezza (cfr.: 2Tm 4, 6-8; 1Corinzi 9, 24-27; Fil 3, 12-16; Fil 2, 12-18).


Passa alla modalità desktopPassa alla modalità mobile