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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi


Germogli della Parola



XXVIII DOMENICA T.O.

“Rendere grazie a Dio”


 

 

    “Grazie” è una parola che genera serenità e pace interiore sia in chi la riceve, sia in chi la pronuncia. Saper dire “Grazie” è l’esercizio più difficile, ma indispensabile, che ogni persona deve imparare e compiere. Non nasciamo con questa capacità, anzi impariamo a identificarci con la comprensione del possesso. I bambini prendono coscienza di sé e sviluppano la loro relazione sociale con la comprensione di ciò che gli appartiene e lo esprimono con: “è mio”, “mamma è mia” ecc.

     Educare fin dalla tenera età a “saper ringraziare” è fondamentale per uno sviluppo sereno e maturo della personalità. Significa educare a saper riconoscere che nulla ci è dovuto, ma tutto ci è donato, a partire dalla vita; significa educare a comprendere che per vivere una vita realizzata e felice non occorre possedere, ma condividere e riconoscere che nel reciproco rispetto ed accoglienza troviamo il fondamento della vera gioia.

    Quando impariamo a comprendere che tutto ciò che siamo è un dono da valorizzare, rispettare e far fruttificare, troviamo la ricetta della vera felicità. Ansia, frustrazione, depressione, scoraggiamento, insoddisfazione ed ogni altro sentimento negativo, che oscurano e tolgono la voglia di vivere, non trovano posto in noi se viviamo nella logica della “gratitudine”.

     La fede ci educa alla “gratitudine”, perché ci inserisce in una relazione di amore gratuito con Dio.

   Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che “La fede è innanzitutto una adesione personale dell’uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato” (CCC 150). L’adesione a Dio e l’assenso alla sua rivelazione chiede un impegno di vita coerente. La fede si esprime attraverso opere di amore.

   Dio ci sostiene in questo impegno di vita secondo la sua volontà, per essere figli suoi, attraverso la sua Grazia. “La grazia è il favore, il soccorso gratuito che Dio ci dà perché rispondiamo al suo invito: diventare figli di Dio, figli adottivi, partecipi della natura divina, della vita eterna” (CCC 1996). Per il dono della sua Grazia siamo guariti dal peccato e santificati.

   San Paolo, nella seconda lettura di oggi, esorta Timoteo e noi a radicarci nella Parola di Dio e a vivere con coerenza ed impegno la nostra fede.

   Riporta un inno cristologico che faceva parte, probabilmente, del patrimonio delle prime comunità ed introdotto dalla espressione «è vero, è degno di fede il detto» (pistòs ho lógos). Con la formula “SYN”, “con”, Paolo vuole porre in luce il rapporto del credente con Colui nel quale ha riposto ogni proprio interesse, Gesù Cristo. Tale rapporto ha luogo nel tempo della chiesa – indicata dal plurale usato – nella dimensione battesimale–pasquale in cui il credente è inserito.

   Il credente è “radicato e fondato in Cristo”, per questo in ogni cosa esprime questa appartenenza con un impegno di fedeltà. San Paolo ricorda che qualora il credente viene meno nella fedeltà, Dio non lo fa perché Egli è fedele.

   All’infedeltà dell’uomo corrisponde la fedeltà di Dio che non può rinnegare sé stesso. Questa è una verità indiscussa per il mondo giudaico, tanto che questa fedeltà assoluta di Dio è la caratteristica che permette al pio israelita di riconoscerlo come il vero e unico Dio.

   Questa verità di fede è stata recepita e rielaborata in ambito cristiano alla luce dell’evento pasquale, in cui all’infedeltà dell’uomo è corrisposta la fedeltà di Dio al suo progetto di salvezza, con la morte e risurrezione di Cristo.

   Anche se il neofita, come il cristiano adulto, incorre di fatto in una serie di infedeltà battesimali, alla sua fragilità viene incontro la fedeltà di Cristo.

   È il senso più autentico di “apistoûmen” (mancare di fede, essere infedele): non si tratta di apostasia né di allontanamento dalla fede, ma di quella serie di infedeltà quotidiane che appesantiscono la vita di fede del credente e ne demotivano quasi insensibilmente l’impegno iniziale.

    L’espressione della fede, in un impegno di fedeltà all’amore di Dio, è il “rendere grazie a Dio”. Fare esperienza dell’amore sanante di Dio, che rialza e infonde fiducia nel cuore dell’uomo, non può che condurre a ringraziare Dio per ciò che dona.

    Il lebbroso samaritano torna a ringraziare Gesù per la guarigione ricevuta e rendere gloria a Dio e Gesù gli dice: “la tua fede ti ha salvato”. Questa risposta ci fa comprendere che la fede conduce alla salvezza se è vissuta nella logica della gratitudine.

    Questo significa che l’adesione alla verità rivelata si traduce in una consapevolezza che tutto è dono di Dio e il culto a Lui gradito è il “rendere grazie”, come recita il versetto del Canto al Vangelo di questa domenica tratto da 1Ts 5,18.

   “εχαριστία” (eucaristia) in greco significa “rendimento di grazie”. La vita del credente deve essere una “eucaristia vivente”, cioè un saper dire “grazie” con parole ed opere.

    Questo è il vero culto gradito a Dio: il culto spirituale, come insegna San Paolo (Rm 12), di una vita tutta unita a Cristo ed offerta a Lui e al prossimo.


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