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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi


Germogli della Parola



XXV DOMENICA T.O.

“Condividere ed edificare”


 

 

       Quando iniziamo a sommare giorni di vita iniziamo anche a fare un minimo rendiconto di ciò che abbiamo vissuto ed è allora che ci rendiamo conto che tra le cose fatte, beni accumulati, posizioni sociale raggiunte, l’unica cosa veramente importante è la vita trascorsa e i momenti sereni e felici che abbiamo cercato di vivere.

       Abbiamo un dono prezioso, che non sempre sappiamo far fruttificare al meglio: la vita!

       La Parola di questa domenica ci indica come vivere appieno la nostra esistenza.

       Innanzitutto è necessario “passare dalla logica del possedere a quella del condividere”. La vita non l’abbiamo determinata noi, ma siamo nati perché altri lo hanno scelto e voluto, dunque, in sé esprime la caratteristica del dono. Per qualificare al massimo il nostro esistere occorre partire da questa caratteristica: ciò che è dono cresce nella misura in cui è vissuto come tale e perciò va rispettato e condiviso nella sua realtà. Occorre essere capaci di donare noi stessi agli altri nella dimensione della condivisione e attenzione alla realtà dell’altro. Solo chi vive nella logica della condivisione percorre la via della “Imitazione di Cristo”.

       L’attenzione ai poveri secondo la Bibbia ha sia un significato materiale che spirituale. Il povero è colui che si trova nella condizione del bisogno e di profonda umiliazione. La logica della condivisione ci rende prossimi sia nelle necessità materiali che spirituali. Oggi la “povertà” ha diverse caratteristiche e il cristiano deve essere attento a capirle e a servirle.

       La logica della condivisione è possibile solo se “sappiamo riconoscere che il valore non è nei beni che abbiamo, ma nella identità di ciò che siamo”. La parabola evangelica di questa domenica (Lc 16, 1-13) riporta per sette volte il termine “amministratore”, per indicare appunto che noi non dobbiamo identificarci con ciò che abbiamo, perché alla fine renderemo conto di come siamo stati in grado di usare i beni ricevuti. Non si tratta di non avere beni in questa vita, perché sarebbe fuori della realtà, ma possiamo vivere il rapporto con i beni e la società con la logica del dono. Usare i beni per qualificare noi non come possessori di potere, ma come elargitori di carità. I beni devono essere al nostro servizio e degli altri, altrimenti diventiamo schiavi delle cose.

       Il cristiano, nella sua identità di figlio di Dio, sceglie di “appartenere a Dio”. La fede è appunto un “appartenere per amore”. Si è fedeli a Dio nella logica e dinamica dell’amore! L’amore crea legami di appartenenza.

       L’espressione evangelica a conclusione della pericope contrappone Dio e mammona: “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza” (Lc 16, 13). Dio e la ricchezza creano legami di dipendenza, ma l’uno per la libertà dell’amore, l’altra per la schiavitù dell’avidità. Decidere di avere il possesso, la ricchezza come fine della propria vita, rende l’uomo schiavo perché lo rinchiude nella strettoia dell’avidità esautorandolo della sua dignità. La scelta di servire Dio nella fedeltà al suo amore ci rende liberi, perché è una “schiavitù” che apre alla relazione.

       Cristo si è fatto “servo” degli uomini amandoli fino alla morte, alla donazione totale di sé per farli partecipi della vita in Dio. La scelta di fede ci conduce alla piena scoperta della nostra identità di uomini “destinati alla gloria” (Rm 8). L’essere umano è oltre ciò che possiede e il credente deve distinguersi nella società come portatore di “sapienza”, capace di saper discernere sempre il bene e il meglio per l’edificazione della società.

       Il cristiano ha una grande responsabilità nel mondo: quella di essere portatore di speranza, nella relazione di amore, fondato nella fede.

       Il cristiano deve acquisire la mentalità di Dio e vivere nella sua volontà, che San Paolo, nella prima lettera a Timoteo, ci ricorda essere: “… che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2, 4).

       Il cristiano deve distinguersi nella società per mentalità e azione. La sua logica, i suoi ragionamenti devono essere illuminati dalla sapienza di Dio, che si conosce attraverso la Parola ascoltata, meditata e pregata, nella comunione con la comunità ecclesiale e con il magistero. Il suo agire deve essere espressione della sua appartenenza a Dio, quindi libero da tutto quello che non è secondo Dio.

       I fedeli cristiani sono nella società soggetti attivi, che cercano il bene comune e operano nell’interesse della collettività e del creato.

      Per questo i fedeli devono essere liberi nel cuore e nella mente da tutto quello che contrasta la volontà di Dio. La vita di fede, la preghiera e ogni momento della giornata del credente è occasione per lodare Dio e servirlo nei fratelli.

      Tutto ciò è possibile solo avendo, come dice san Paolo, “mani pure, senza collera e senza contese” (1Tm 2, 8), che significa essere trasparenti (“il vostro parlare sia sì, sì; no, no” Mt 5, 21-37); liberi da risentimento e da ogni condizionamento ed interesse contrari a Dio; avere una coscienza retta, in grado di discernere il bene e giudicare secondo verità.

 

Signore, tu che ci hai indicato la via dell’amore e del servizio,

rendici liberi nel cuore:

per saper vivere con sapienza, avendo uno sguardo attento agli altri e facendoci “prossimi” ad ogni povertà;

per amare e accogliere, imparando a non giudicare secondo le apparenze o interessi umani, ma cercando sempre il bene che edifica;

per costruire relazioni che rispettano la dignità di ciascuno ed essere “operatori di misericordia” nella nostra realtà di vita”.


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