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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi


Germogli della Parola



XIV DOMENICA T.O.

“La vera gioia, il vero vanto”


 

 

       «Il fondamento della critica religiosa è: l'uomo fa la religione; e non già la religione fa l'uomo. E veramente la religione è la coscienza e il sentimento che ha di sé stesso l'uomo, il quale non è giunto ancora al dominio di sé stesso o l'ha nuovamente perduto. Ma l'uomo non è niente di astratto, un essere rannicchiato fuori del mondo. Chi dice: L'Uomo, dice il mondo dell'uomo, Stato, Società. Questo Stato, questa Società, producono la Religione, una capovolta coscienza del mondo, perché essa è un mondo capovolto. […] La religione è il singhiozzo della creatura oppressa, è il senso effettivo di un mondo senza cuore, come è lo spirito di una vita priva di spirito. Essa è l'oppio del popolo. La eliminazione della religione come illusoria felicità del popolo è la condizione della sua felicità reale».

(Karl Marx, Per la Critica della Filosofia del Diritto di Hegel, pp. 19-20, in K. Marx, Le Opere che hanno cambiato il Mondo, Editrice Newton Compton, Roma 2011)

       Questo pensiero di Karl Marx, conosciuto da tutti nella sintesi “la religione oppio dei popoli”, è spesso tradotto in parole e gesti ancora più decisi verso il Crocifisso, che si vuole tolto in ogni luogo pubblico, ed ogni forma di espressione religiosa, come canti e recite per le festività natalizie che non devono avere alcun riferimento con l’evento religioso. Anche nella Costituzione Europea si è voluto togliere ogni riferimento alle radici culturali cristiane dell’Europa.

       Quando l’uomo toglie Dio dalla propria vita, dalla logica, dall’etica, non può che sostituirlo con sé stesso, perché la vita, la logica, l’etica non hanno senso senza un riferimento superiore, assoluto su cui fondare ogni discorso e azione. Quando non è accettata l’idea di Dio, si pone l’essere umano o altro come principio, fondamento, causa di tutto al fine di poter comprendere la ragione dell’essere, delle cose, cioè il senso del tutto.

       Non occorre essere filosofi per comprendere questo, basta osservare con attenzione il modo di vivere di ciascuno a partire dal proprio. Quando non ci sono valori assoluti e tutto si relativizza, diventa comunque assoluto e inviolabile il personale modo di comprendere e valutare: “Secondo me…”, “A mio parere …”, “A me va bene così!”, oppure “Così fanno tutti!”.

       L’umanità, quindi, ha di fatto bisogno di un punto di riferimento per essere felice, per dare senso all’esistere.

      La proposta di felicità della fede cristiana è il Dio in cui crede, che non è un’idea, un essere assoluto lontano dall’umanità, bensì un Dio che si è “fatto carne”.

       La fede cristiana si fonda sulla conoscenza di Gesù Cristo prima che su una proposta etica. La vita cristiana è una risposta alla proposta di amore che in Cristo Dio ha compiuto e reso tangibile attraverso la sua predicazione, morte e risurrezione.

       Dall’incontro con Cristo nasce la fede e di conseguenza la gioia vera del cristiano è la certezza di essere amato da Dio. Per cui, come dice san Paolo nella seconda lettura della liturgia odierna, “non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14).

      È un vanto quanto mai paradossale! Perché vantanti di una sconfitta, di un patibolo umiliante e vergognoso riservato ai pubblici peccatori? Perché Paolo riconosce nella croce un’opera sublime di amore da parte di Dio. Un amore coinvolgente e gratuito di fronte al quale non si può restare indifferenti, ma va accolto con altrettanta passione con la quale è stato donato. Per questo Paolo continua dicendo che per mezzo della croce “il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”, perché ormai accolta una tale proposta di vita rinnovata dall’amore gratuito di Dio, le cose del mondo (sia le realtà positive che negative) non hanno più valore, non sono importanti.

      Di fronte all’amore così alto e gratuito come quello della croce di Cristo, tutto perde di valore, anzi assume un valore nuovo, per cui le cose del mondo devono essere vissute e rinnovate dalla logica di amore di Dio.

      La relazione di fede trova fondamento nella Legge nuova che è Cristo stesso, il quale non abolisce nessun comandamento antico, ma gli dà compimento. Tutta la Legge trova luce nuova nel dono di amore che rende l’uomo “nuova creatura”, come dice San Paolo (Gal 6, 15), cioè rinnovati nella mentalità e nel cuore. Il credente è di fatto un uomo che trova la sua felicità nel vivere l’amore di Dio nella quotidianità, nella realtà della sua esistenza.

      La felicità, la gioia del cristiano non è effimera, ma vera perché non è assenza di dolore e di morte, ma è presenza di speranza, di certezza dell’amore di Dio. La gioia del cristiano nasce dall’essere figlio di Dio.

      Il vanto del cristiano non è superbia né vanagloria, ma è evento di salvezza che si rinnova quotidianamente per coloro che credono nel sacrificio di Cristo.

     La fede cristiana non è questione di potere, né possibilità di ottenere qualcosa o di ottenere miracoli: “Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10, 20).

      La fede cristiana non è “oppio del popolo” perché richiede una piena e consapevole azione della razionalità per accogliere l’amore di Dio e viverlo nella propria vita.

      Se oggi sembra che la fede cristiana non sia più necessaria e coinvolgente per l’uomo di questo tempo, forse dipende dal nostro modo di vivere la fede, legata più a tradizioni, abitudini, consuetudini che a Cristo, legge nuova per noi.

      Per il dono del battesimo ricevuto siamo stati resi figli di Dio e posti nella condizione di vivere nel suo amore. Cresciamo ogni giorno nella certezza di questo dono e impegniamoci a vivere la quotidianità e le relazioni da veri figli di Dio nella testimonianza gioiosa di essere cristiani.


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