III Domenica di Pasqua – (Anno A) – 19 aprile 2026
“Annunciatori con la vita”
(At 2,14a.22-33 - Dal Sal 15 (16) - 1Pt 1,17-21 - Lc 24,13-35)
In questa terza domenica di Pasqua la liturgia ci fa meditare l’apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus.
Gesù si fa compagno di viaggio dei due discepoli che sono sconvolti di quanto accaduto al loro Maestro e di quello che le donne hanno riferito agli apostoli, che il Signore era risorto (Lc 24, 19-24).
Nel farsi compagno di viaggio, Gesù sostiene e conforta i due discepoli nel loro tentennare nella fede («Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele» Lc 24, 21) e li guida a riconsiderare e riconoscere che quel Maestro era davvero il Messia mediante la piena e vera conoscenza delle Scritture («cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» v. 27).
La cena sarà l’esperienza che permetterà loro di riconoscere che quel compagno di viaggio era il Messia e il Signore: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (Lc 24, 30-31).
Gesù si incontra nella sua Parola e si riconosce come il Signore nell’Eucaristia.
Questa metodologia della trasmissione della fede, della testimonianza da vivere l’abbiamo ricevuta dal Signore stesso e il brano del Vangelo ne è la sintesi.
Come credenti siamo chiamati a vivere la nostra fede e testimoniarla con la vita; per compiere questa missione battesimale, occorre essere nutriti della Parola e dell’Eucaristia e da esse trasformati nella mente, nel cuore e nella volontà.
La professione di fede si può fare solo se conosciamo Dio e la sua Parola. La fede come sequela di Cristo, Maestro e Signore, richiede una conoscenza della sua Parola, ma una conoscenza non mnemonica, per ricordare frasi e citazioni bibliche da saper citare nei vari contesti per sbandierare la propria fede, bensì una conoscenza che trasformi la propria vita in modo che tutto si fondi e parta dalla Parola, conosciuta, meditata e vissuta.
Non conta saper citare esattamente i brani della Parola, ma avere quella familiarità che si esprima in uno stile di vita guidato dalla Parola di Dio e orientato da essa; nel cristiano questo si compie solo quando la relazione con Dio è profonda e autentica, quando la preghiera scandisce i vari momenti della giornata, non come tempi in cui si smette la routine e ci si dedica a Dio (anche questi tempi necessari e giusti), ma come una costante relazione con Dio che si concretizza in ogni attimo della propria esistenza e si traduce in parole e gesti che testimoniano l’appartenenza a Lui.
In questi ultimi giorni abbiamo avuto modo di assistere ad attacchi e accuse verso Papa Leone XIV. Dietro a quelle parole e accuse c’è la pretesa erronea di possedere la conoscenza di Dio e di agire con il suo benestare, che deriva da un uso scorretto, improprio e deviato della Parola di Dio; questo è particolarmente presente in ambito protestante, evangelico, in cui la Parola di Dio è letta e interpretata durante la preghiera con il costante rischio di far dire a Dio quello che fa comodo a chi la legge.
Certamente non è questo quello che voglio esprimere quando affermo che occorre avere familiarità con la Parola, che orienti il proprio stile di vita.
Per evitare il rischio di un uso improprio della Parola e di cadere nell’interpretazione erronea di essa, il cristiano ha come supporto e guida proprio il Magistero della Chiesa, che aiuta ad avere la corretta interpretazione della Parola e la giusta attuazione nella propria vita.
Fatta questa necessaria precisazione, che trova fondamento nel gesto di Gesù che spezza la Parola ai discepoli di Emmaus, continuiamo la riflessione meditando sulla seconda fonte per essere “annunciatori con la vita” della propria fede.
I discepoli di Emmaus, guidati da Gesù nel comprendere la Parola, con il cuore ardente nel petto (v. 32) riconoscono Gesù solo allo spezzare del pane.
Gesù Logos, Parola del Padre, si svela pienamente al credente solo quando lo si riconosce e lo si accoglie nel suo dono di amore, mediante la sua passione, morte e resurrezione che si rinnova nella celebrazione eucaristica.
Il cristiano vive in pienezza la sua relazione di fede con Dio quando ascolta la sua Parola, si nutre del dono del Corpo di Cristo, presenza reale nell’Eucaristia, e si lascia rinnovare interiormente da questo incontro.
Nella celebrazione dell’Eucaristia, infatti, abbiamo due mense a cui nutrirsi: quella della Parola e quella dell’Eucaristia, senza una di essa l’incontro non è possibile.
Solo l’ascolto della Parola porterebbe a vivere il rischio di interpretare a proprio vantaggio la volontà di Dio e solo l’Eucaristia rischierebbe di ridurre a puro ritualismo la sequela di Cristo.
Dio è presente nella Parola e nell’Eucaristia e il cristiano deve crescere quotidianamente in questa adorazione della presenza di Dio sia nella Parola che nell’Eucaristia.
La Parola adorata è un atto di riverenza, obbedienza e sottomissione (προσκύνησις, proskynesis “bacio verso”)[1] che trasforma la vita, educa la mente, mette a bada l’orgoglio, fa crescere nell’umiltà e nell’abbandono, ed è basato sulla Verità e sullo Spirito Santo Paraclito, che guida nella conoscenza della Parola. Adorare Dio tramite la Sua Parola implica quindi lasciarsi guidare dalla Scrittura per vivere secondo la Sua volontà.
Adorare l’Eucaristia è il prolungamento della celebrazione eucaristica in cui il credente riconosce la presenza reale di Cristo e vive l’abbandono pieno alla sua volontà in un atteggiamento esteriore ed interiore di umiltà, ascolto, amore e abbandono.
Concludendo, il credente, quale “annunciatore con la vita” della fede nel Dio uno e trino, è colui che si nutre della Parola di Dio per discernere il Bene e dell’Eucaristia per rendere presente la volontà di Dio nella propria realtà quotidiana.
Senza un corretto ascolto della Parola, meditata e pregata per nutrire il cuore, la mente e la volontà a camminare secondo Dio, sarà sempre più difficile discernere il bene e vivere da credenti nel tempo attuale della storia umana.
Senza alimentarsi al Corpo di Cristo, il credente non può trovare il sostegno costante, la forza e la fonte per vivere la Carità nella Verità e testimoniare la propria appartenenza a Cristo, in un dialogo fraterno con la cultura del mondo e le altre religioni.
In questo particolare momento della storia mondiale, credo possa essere di stimolo la testimonianza di Santa Madre Teresa di Calcutta, che in un contesto sociale difficile, come quello dell’India, ha vissuto la sua testimonianza di fede cristiana senza riduzioni e senza imposizioni e forzature. Di lei riporto il ricordo e la testimonianza di San Giovanni Paolo II e del Card. Angelo Comastri. Madre Teresa «ha scelto di stare accanto agli ultimi tra gli ultimi e, in questa ricerca ha fatto leggere al mondo - credenti e non credenti - pagine di un Vangelo vivo, di un Vangelo all'opera tra le conquiste e le contraddizioni dei nostri tempi»[2].
All’Angelus del 07 settembre 1997, a due giorni dalla sua morte, S. Giovanni Paolo II disse di lei: «La sua missione cominciava ogni giorno, prima dell'alba, davanti all'Eucarestia. Nel silenzio della contemplazione, Madre Teresa di Calcutta sentiva risuonare il grido di Gesù sulla croce: "Ho sete". Questo grido, raccolto nel profondo del cuore, la spingeva sulle strade di Calcutta e di tutte le periferie del mondo, alla ricerca di Gesù nel povero, nell'abbandonato, nel moribondo. Carissimi Fratelli e Sorelle, questa Suora universalmente riconosciuta come Madre dei poveri, lascia un esempio eloquente per tutti, credenti e non credenti. Ci lascia la testimonianza dell'amore di Dio che, da lei accolto, ne ha trasformato la vita in un dono totale ai fratelli. Ci lascia la testimonianza della contemplazione che diventa amore, e dell'amore che diventa contemplazione. Le opere da lei compiute parlano da sé e manifestano agli uomini del nostro tempo quell'alto significato della vita che purtroppo sembra smarrirsi»[3].
Il card. Comastri riporta il ricordo del suo primo incontro con Madre Teresa: «Mi guardò con due occhi limpidi e penetranti. Poi mi chiese: «Quante ore preghi ogni giorno?». Rimasi sorpreso da una simile domanda e provai a difendermi dicendo: «Madre, da lei mi aspettavo un richiamo alla carità, un invito ad amare di più i poveri. Perché mi chiede quante ore prego?». Madre Teresa mi prese le mani e le strinse tra le sue quasi per trasmettermi ciò che aveva nel cuore; poi mi confidò: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega. Pregando, Dio mi mette il Suo Amore nel cuore e così posso amare i poveri. Pregando!». Non ho più dimenticato questo incontro: il segreto di Madre Teresa sta tutto qui.»[4].
Signore Gesù,
che ti sei fatto compagno di viaggio dei discepoli di Emmaus,
donaci il tuo Santo Spirito Paraclito,
perché ci illumini e ci faccia comprendere la tua Parola,
perché possa essere guida al nostro cammino quotidiano.
Rendici assetati adoratori della tua Parola,
per vivere la piena obbedienza alla volontà del Padre.
Fa di noi adoratori della tua presenza nell’Eucaristia,
perché impariamo a crescere nel tuo Amore,
divenendo così tua presenza nel mondo,
annunciatori di Te con la nostra vita! Amen
[1] proskynesis era l'atto di riverenza, spesso una prostrazione o genuflessione, che nell'antico Oriente (Assiri, Persiani) si compiva davanti al sovrano o agli dei. Consisteva nel portare la mano alle labbra inviando un bacio, talvolta estendendosi al gettarsi a terra. Questo atto lo si vive nella liturgia: il sacerdote o il diacono, dopo la proclamazione del Vangelo, bacia l’Evangelario, in segno di adorazione e prostrazione, che indica la presenza di Gesù e la sottomissione alla sua volontà. Prima della proclamazione del Vangelo ci si segna la fronte le labbra e il cuore con il segno della croce proprio ad indicare che la Parola che si sta per ascoltare possa illuminare la mente, essere proclamata con la bocca e conservata ed amata con il cuore.
[2] https://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01091997_p-18_it.html
[3] idem
[4] Idem
