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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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Prima Domenica di Quaresima – (Anno A) – 22 febbraio 2026

“Dalla morte alla vita”


(Gen 2,7-9; 3,1-7 - Sal 50 - Rm 5,12-19 - Mt 4,1-11)

 

       La morte, per la cultura occidentale odierna, è qualcosa da esorcizzare, determinare per non sentirsi impotenti di fronte ad essa.

       Mi riferisco, ovviamente, alla morte del corpo che si vuole il più possibile sottoporre alla volontà del singolo. Nei paesi occidentali si è legalizzata, o si sta per fare, la morte assistita, come ultimo atto della libertà individuale e della autodeterminazione della propria vita.

       Se il dibattito pubblico e politico è vivo sul fine vita, sicuramente non si parla più della “morte spirituale”, della morte eterna, dell’Inferno.

In una società in cui l’individualismo e l’assolutizzazione della libertà personale sono i punti di forza, è inconcepibile parlare di morte dello spirito, dell’anima. Di conseguenza anche le categoria di peccato e di senso di colpa non appartengono quasi più al modo comune di pensare e di vivere.

       Questo deve far riflettere molto i cristiani, che certamente non sono immuni dall’influenza della cultura sul loro modo di vivere e di pensare.

       La riflessione sulla parola di questa prima domenica di Quaresima, quindi, vorrei focalizzarla sulla “morte spirituale” e le sue conseguenze.

       «Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. […] Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.» (Rm 5, 12.19).

       Il brano tratto dal capitolo quinto della Lettera ai Romani pone la morte come conseguenza del peccato e presenta il parallelismo antitetico tra Adamo e il Cristo. Il concetto di morte, come molti teologi affermano, non è riferito solo alla morte fisica, ma indica la privazione della salvezza, la morte escatologica, la definitiva separazione da Dio.

       Il peccato che causa la morte, dice San Paolo è conseguenza della disobbedienza di Adamo. Il peccato è, dunque, una disobbedienza, un tradimento del patto di Alleanza con Dio.

       La morte spirituale è la decisione di libertà di distogliere il proprio cuore, la propria intelligenza e la volontà da Dio e indirizzarli su sé stessi. Il brano della Genesi (3, 1-7) ci presenta la riflessione sapienziale sulla condizione dell’umanità disobbediente a Dio. Il “peccato originale” è la presunzione dell’uomo di essere dio e l’autore biblico lo esprime chiaramente con le parole di Satana ad Eva: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gn 3, 4-5).

La disobbedienza non è verso la Legge di Dio, ma la decisione di non rispondere al suo Amore. La condizione finale dopo il peccato è “riconoscersi nudi e provare vergogna” (Gn 3, 7), condizione simbolica che esprime la presa di coscienza della propria miseria, ignominia. La disobbedienza procura solitudine, chiusura, vergogna, nascondimento, ma Dio permette all’umanità di sperimentare il peccato per gustare la bellezza dell’Alleanza, del patto d’amore da parte Sua.

       Il cristianesimo non è una religione di sottomissione a Dio, ma di relazione. Il cristiano obbedisce non per paura di Dio, ma perché si riconosce amato da Dio.

       Quando il cristiano sceglie di disobbedire, di fatto non trasgredisce semplicemente una legge, una regola, ma decide di tradire l’amore e si chiude nell’egoismo: ed è da qui che inizia quel processo che conduce alla morte spirituale.

       San Paolo ci ricorda che in Cristo, per la sua obbedienza, siamo costituiti giusti (Rm 5, 19). Solo nella sequela di Cristo il credente trova la vita, perché non è legato a regole e precetti, come nell’AT, ma è chiamato a imitare Cristo, a vivere nella sua obbedienza al Padre, una obbedienza di libertà e di amore.

       Nella sequela di Cristo, il cristiano è coinvolto attivamente a vivere il suo SI all’Amore di Dio scegliendo ciò che è secondo Dio e genera vita.

       Il brano evangelico delle tentazioni ci aiuta a comprendere come vivere l’obbedienza in Cristo all’Amore.

       Il peccato non si vince con un atto di volontà, ma vivendo la piena relazione con Dio: l’ascolto della Parola (risposta alla prima tentazione); fedeltà a Dio (risposta alla seconda tentazione); adorazione e preghiera (risposta alla terza tentazione).

       Queste tre risposte sono i pilastri su cui fondare la sequela di Cristo e ciò che forma la propria coscienza.

       Solo con una coscienza morale formata si vince la lotta con la tentazione, con il peccato. Nessuno è esente dalla tentazione, dal peccato, per questo Dio ci offre costantemente il suo perdono.

       Dio perdona se sappiamo riconoscere il peccato e comprendiamo cosa ha procurato in noi.

       Un costante esame di coscienza e un attento discernimento in ogni momento della giornata sono i punti di forza per un cammino di fede aperto alla Grazia e orientato alla Vita in Dio.

       In questo periodo quaresimale siamo invitati a riscoprire il dono della Salvezza operata da Cristo con il suo sacrificio, con la sua morte in Croce e la sua Resurrezione.

       Oltre a vivere il pio esercizio della Via Crucis, a vivere il digiuno corporale, l’astinenza da ciò che più ci gratifica, sentiamo la necessità di riscoprire la gioia del perdono di Dio attraverso il Sacramento della Riconciliazione.

       Le ceneri imposte mercoledì come segno di penitenza non devono restare un simbolo, ma divenire una consapevolezza che deve accompagnare ogni momento della vita e stimolarci a vivere l’esperienza rigenerante del perdono di Dio.

       “Convertitevi e credete al Vangelo” è il monito che il sacerdote dice nel momento dell’imposizione delle ceneri, e questo monito deve essere la ragione di vita di ogni credente per non cadere nella morte spirituale.

       Basta credere ed essere praticante per non cadere nella morte spirituale?

       Purtroppo no! Possiamo cadere nella morte spirituale sebbene si viva la religiosità cristiana in modo costante: questo accade quando non vigiliamo sul nostro orgoglio, sui nostri pensieri, sulle nostre parole e sui nostri gesti. Gesù ci ha indicato quali sono gli atteggiamenti che favoriscono la morte spirituale.

       Gesù mette in guardia dal lievito farisaico: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia. Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto» (Lc 12,1-2).

       Ci invita a fare attenzione a non cadere nella stessa condizione dei farisei: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all'esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all'esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità» (Mt 23, 27-28).

       Al giovane ricco, che osservava i comandamenti fin da bambino, Gesù gli risponde cosa occorre per ottenere la vita eterna: «Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!»» (Mc 10, 17-22): è la ricchezza dell’orgoglio, dell’io che ostacola la Grazia. Quante ricchezze affollano il cuore che non permettono di accogliere, amare, perdonare, essere sinceri, onesti, caritatevoli.

       A Nicodemo indica la via per entrare nella vita vera: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». Occorre vivere secondo lo Spirito, accogliere la Luce, che è Cristo e camminare nella luce per non cadere nella morte spirituale: «Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3, 1-21).

       Credo che meditando questi brani biblici, ognuno riuscirà a fare il proprio esame di coscienza e riconoscere ciò che può ostacolare la vita di Grazia. In questa Quaresima impegniamoci a camminare nella Luce, guidati dalla Grazia dello Spirito Santo per non cadere nella morte spirituale ma appartenere alla Vita.

       Coscienti di essere fragili, peccatori, invochiamo il dono dello Spirito per vincere la tentazione e passare dalla Morte alla Vita.

O Dio, che conosci la fragilità della natura umana ferita dal peccato, concedi al tuo popolo di intraprendere con la forza della tua parola il cammino quaresimale, per vincere le tentazioni del maligno e giungere alla Pasqua rigenerato nello Spirito. (Preghiera di Colletta per l’Anno A).


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