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La Luce Negli Occhi

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II Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 18 gennaio 2026

“Riconoscersi perdonati ed amati”


(Is 49,3.5-6 - Salmo 39 - 1Cor 1,1-3 - Gv 1,29-34)

       «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1, 30).

       In questa prima domenica del Tempo Ordinario – che di fatto è la seconda perché la Festa del battesimo di Gesù, celebrata domenica scorsa, è una “festa ponte”, nel senso che conclude il ciclo delle feste natalizie nel calendario liturgico e ci immette nella quotidianità dell’anno liturgico e civile, in cui ciò che abbiamo celebrato durante il Natale siamo invitati a metterlo in pratica – la Liturgia della Parola ci fa meditare sull’affermazione di Giovanni Battista, riportata nel Vangelo di Giovanni, che indica Gesù come l’ “Agnello di Dio”. Questo “titolo cristologico” indentifica Gesù come il sacrificio perfetto che toglie i peccati del mondo, collegando l'Antico Testamento (l'agnello pasquale in Es. 12, 3-5, il servo sofferente in Is. 53) al Nuovo Testamento. Cristo è colui che espia i peccati attraverso il suo dono di sé, e questo titolo sottolinea la sua mansuetudine, innocenza e la sua missione redentrice, culminante nella Croce e trionfante nell'Apocalisse come Agnello immolato ma vittorioso, capitoli 4-5.

       All’inizio dell’anno liturgico siamo chiamati a contemplare Gesù Cristo nella sua missione di Salvatore, dell’inviato del Padre per la Salvezza dell’umanità. Passiamo dalla contemplazione dell’Incarnazione alla sua finalità: la Salvezza e il perdono dei peccati, mediante il sacrificio, l’immolazione di Cristo, vittima d’amore per l’umanità intera!

       L’espressione di Giovanni Battista, che viene ripresa nella liturgia prima di accostarci all’Eucaristia, ci deve stimolare a non dimenticare mai il grande dono d’Amore di Dio per noi mediante la sua immolazione sul trono della croce!

       Il Battesimo ricevuto ci unisce a questo dono di Amore: come leggiamo nel libro dell’Apocalisse, i battezzati sono coloro che hanno «lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell'Agnello» (Ap 7, 14), quindi, rinati per il battesimo nel sacrificio d’Amore del Cristo, i battezzati sono chiamati ad essere testimoni di questo dono con la propria vita secondo il Vangelo. Il Battesimo è la vita nuova nello Spirito Santo e il battezzato è chiamato a dare spazio nel proprio cuore, nel suo essere, all’azione dello Spirito con docilità e consapevolezza della propria debolezza e fragilità.

       La vita del credente, quindi, è all’insegna dell'amore verso Dio e il prossimo, della fede, della speranza e della  testimonianza degli insegnamenti di Cristo nel mondo. Per questo occorre avere una sempre attenta vigilanza su sé stessi e una coscienza ben formata e retta per scegliere sempre il Bene e vivere nella Verità.

       Questo progetto di vita sembra utopico, considerando la cultura odierna, invece è realizzabile se il credente sa riconoscere il proprio limite e il proprio “peccato” e con umiltà abbandonarsi all’Amore di Dio e seguirlo.

       Per questo, ritengo, sia opportuno farsi alcune domande: cosa intendo per peccato? So riconoscere il mio peccato? Sento la necessità di invocare l’aiuto e il perdono di Dio per la mia vita?

       Sono domande lecite considerando la cultura individualista e laicista nella quale viviamo. Dio non appartiene più alla cultura odierna e non è di certo il riferimento delle scelte quotidiane. La nostra società non ha più alcun riferimento alla religione; i valori cristiani non orientano più le scelte della vita; i termini “salvezza” e “peccato” sono lontani dai contesti di vita. La salvezza non ha significato perché la vita non è vissuta nella tensione verso la vita in Dio e il concetto di peccato è stato sostituito dal senso di colpa per la visione individualistica della vita.

       In psicologia, il concetto di "peccato" è inteso principalmente come una violazione di norme morali interne o sociali, che genera un complesso stato emotivo chiamato, appunto, senso di colpa, caratterizzato da disagio, rimorso e inadeguatezza, spingendo a riparare il danno o a comportamenti compensatori e, di conseguenza, si lavora per gestire il senso di colpa, comprendere le cause della violazione dei propri valori, e ristabilire l'integrità interiore, spesso attraverso l'accettazione delle conseguenze e la ricerca di un equilibrio. La vita è tutta impostata sulla materialità e sulle esperienze che si vivono; la spiritualità, quale ricerca di un significato più profondo nell'esistenza, che va oltre il materiale, è ridotta al sentire personale, alla ricerca di soddisfazione e realizzazione più a livello emotivo che di senso e ricerca di sé profonda.

       La coscienza è intesa più nel suo significato psicologico che morale. Viene compresa e vissuta come capacità di essere consapevoli di sé, del proprio ambiente e dei propri stati mentali, includendo sensazioni, pensieri ed emozioni. Di conseguenza il riferimento a Dio e ai suoi insegnamenti è ritenuto inutile, non rilevante, facendo riferimento solo all’Io personale.

       La categoria di peccato, non è semplicemente una trasgressione di regole morali, precetti e leggi, ma indica “il tradimento dell’Amore”.

      

       L’espressione di Giovanni il Battista, «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1, 30), esprime e rivela l’Amore di Dio che Egli ci dona e al quale siamo chiamati a rispondere con la nostra adesione di vita. La fedeltà a questo Amore ci inserisce in quella comunione di vita con Dio e i fratelli, che si esplicita e concretizza nelle parole, nelle scelte, nelle azioni quotidiane, anche quelle che a prima vista possano sembrare insignificanti o di poca rilevanza e ricaduta sugli altri.

       La testimonianza cristiana si gioca proprio in questa fedeltà all’Amore di Dio, che va a sconvolgere e rivoluzionare ogni logica ed interesse umano.

       In questa società, come ho detto, in cui Dio non ha rilevanza sulla vita personale e la coscienza è ridotta ad un senso di colpa da zittire per ritrovare l’equilibrio individuale, i credenti sono chiamati ad una testimonianza sempre più visibile e coinvolgente della propria esperienza d’Amore con Dio.

       Occorre recuperare la gioia del riconoscersi “perdonati ed amati” da Dio e farlo trasparire fin dalle piccole cose della propria vita.

       Riscopriamo, dunque, la potenza del dono del Battesimo ricevuto, della Grazia che riceviamo nei Sacramenti, celebriamoli con il fervido desiderio di essere inondati dall’Amore di Dio.

       Affidiamoci alla Vergine Maria, che il Vangelo ci presenta come la Kecharitomene (κεχαριτωμένη (Luca 1,28), che viene tradotta comunemente come "colmata di grazia", "piena di grazia", “traboccante di grazia”, ma che indica un'azione completata con effetti duraturi, affinché, guardando a Lei, possiamo essere sempre docili all’azione dello Spirito Santo, per vivere nella gioia dei redenti, di coloro che hanno sperimentato la Grazia di Dio e il suo perdono.

       Invochiamo il dono della Grazia con le parole della preghiera di Colletta per l’anno A:

O Padre, che per mezzo di Cristo, Agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del Battesimo, perché con la forza del tuo Spirito proclamiamo il lieto annuncio del Vangelo.


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