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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 26 ottobre 2025

“Umiltà: Vedere con gli occhi di Dio e Giudicare con il suo cuore”


 

(Sir 35,15-17.20-22Salmo 34 - 2Tm 4,6-8.16-18 - Lc 18, 9-14)

 

       «Il Signore è giudice e per lui non c'è preferenza di persone» (Sir 35, 15).

       L’espressione del Libro del Siracide presenta Dio come un giudice imparziale, che non fa preferenze perché siamo suoi figli. Il suo giudizio su di noi non sarà mai di condanna, ma di ratifica delle nostre scelte e azioni.

       Saremo noi stessi a determinare il suo giudizio, che si baserà sull’amore: se vivremo “amando”, secondo il suo insegnamento, il giudizio sarà per la vita eterna.

       Vivere secondo l’Amore di Dio comporta rinunciare al proprio orgoglio e vivere la virtù dell’umiltà per essere “esaltati” da Dio al termine della vita terrena: «chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18, 14).

       La virtù dell’umiltà è la conoscenza di sé, dei propri limiti, delle proprie capacità e del proprio impegno nel mondo, da vivere cooperando per il bene di tutti. L’umiltà porta a riconoscere il valore degli altri e ad accettare le critiche come un'opportunità di crescita, che non significa avere bassa stima di sé o debolezza, ma “vedere” con gli occhi di Dio e “giudicare” con il suo cuore.

       Il brano del Vangelo di Luca denuncia l’atteggiamento più pericoloso che il credente può assumere, che Luca descrive con l’espressione: «l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18, 9).

      Il verbo usato per indicare questo atteggiamento di “arroganza di coscienza” è πεποιθτας (pepoithotas), dal verbo πεθω (peithô), che significa essere persuaso, essere indotto a credere.

       Il credente può incorrere nella “presunzione di coscienza”, che far ritenere di essere nel giusto e di vivere nella perfezione, e non permette alla coscienza di vivere il corretto discernimento.

      Spesso si presume di vivere la fede, ma di fatto si vive una religiosità, che consiste nell’avere atteggiamenti e sentimenti ispirati al cristianesimo, ma chiusi in un “misoneismo”, che non permette di essere aperti alla Verità e all’azione dello Spirito Santo.

       Questo atteggiamento fa ritenere di essere in comunione con Dio perché si vive da “credenti praticanti”, si celebrano i sacramenti con regolarità, si prega con devozione, ma non ci si accorge che il cuore è chiuso a Dio e al prossimo in un “egocentrismo religioso”, come il fariseo della parabola, nella “presunzione di possedere la Verità”.

       La conseguenza diretta è vivere verso il prossimo un atteggiamento di superiorità, giudicando tutti, dall’alto della presunzione di perfezione, con “disprezzo”, come afferma Gesù nel brano evangelico.

   Luca usa il termine ξουθενω (exoutheneô), che significa rendere senza importanza, disprezzare completamente; si tratta di un disprezzo che di fatto allontana, chiude a qualsiasi forma di comunione, di perdono, di accoglienza e di evangelizzazione.

       La “presunzione di coscienza”, quindi, si concretizza in chiusura e allontanamento di tutti coloro che non vivono allo stesso modo la vita cristiana; si giudica senza rimorso e si ha l’arroganza di “togliere la pagliuzza nell’occhio del fratello”, ma si è incapaci di vedere “la trave per proprio occhio” (cfr Lc 6, 39-42).

       La “presunzione di coscienza” e il “disprezzo totale” sono rischi spirituali che possono riguardare tutti, nessuno escluso, per questo Gesù ci mette in guardia e ci invita a vivere la virtù dell’umiltà!

      

       L’Apostolo Paolo avrebbe avuto tanti motivi per sentirsi giusto e di possedere la Verità: Gesù stesso lo ha chiamato al suo servizio e gli ha concesso il suo perdono sulla via di Damasco; è stato annoverato tra gli Apostoli e da loro inviato ad evangelizzare i Gentili.

       Lui, ben cosciente del pericolo concreto di cadere nella “presunzione di coscienza”, ha lottato per conservarsi umile. Non ha mai voluto essere di peso ad alcuno, servito e riverito (2Tes 3, 7-10); si è sempre definito come “servo” e “l’infimo” tra gli Apostoli: «Io sono infatti il più piccolo degli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio; ma per grazia di Dio, io sono quello che sono, e la sua grazia verso di me non è stata vana» (1 Cor 15, 9).

       A Timoteo, suo discepolo e fratello nella fede, scrive: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4, 7). Con questa espressione di sano orgoglio, proprio di chi ha vissuto la sua vita nella certezza della potenza del Risorto che opera e santifica chi lo ama e serve nella sua volontà, Paolo ci aiuta a comprendere che per non cadere nella “presunzione di coscienza” occorre affinare il “discernimento” con il costante ascolto della Parola di Dio e ricerca della volontà di Dio.

      San Paolo usa il gergo agonistico per indicare il suo cammino di fede e lo stile di sequela del Cristo assunto, per tenere a bada il suo carattere impetuoso e restare fedele alla Verità, si “allena” costantemente, correndo verso la mèta: la vita eterna in Dio!

      «Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch'io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 12-14).

         Usa i termini “lotta”, “combattimento”, “battaglia”, per indicare che per restare fedeli a Dio occorre in primis lottare con il proprio orgoglio al fine di imitare il Cristo “mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29).

       Dio sa che siamo imperfetti, fragili e egocentrici, ma non ci lascia soli nella “battaglia” contro il proprio orgoglio, ci dona il suo Spirito Paraclito, che ci sostiene nel nostro cammino di fede e ci illumina per vivere la sequela di Cristo.

       Invochiamo costantemente il suo aiuto per vivere il Vangelo, in “umiltà di cuore”, coscienti dei nostri limiti e peccati, “testimoniando il suo Amore misericordioso” con uno stile di vita che genera comunione, condivisione e perdono.

O Dio, che sempre ascolti la preghiera dell'umile, guarda a noi come al pubblicano pentito, e fa' che ci apriamo con fiducia alla tua misericordia, che da peccatori ci rende giusti; accresci in noi la fede, la speranza e la carità, perché possiamo ottenere ciò che prometti, amando ciò che comandi. (dalle Collette della XXX Domenica del T.O)


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