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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 12 ottobre 2025

“Aprirsi a Dio o chiudersi nell’egoismo”


(2 Re 5, 14-17 – Sal 98 - 2 Tm 2, 8-13 - Lc 17, 11-19)

 

       L’essere umano è debole, fragile, caduco, mortale, ma con innata la bramosia della immortalità, del potere, del successo; dinanzi alla malattia, al “male” in senso generale, si trova di fronte a due strade: aprirsi a Dio o chiudersi nell’egoismo.

       La scelta più naturale è sicuramente la seconda, perché ognuno pone sicurezza prima di tutto su sé stesso, sulle proprie forze, ritenendo che ogni successo dipende solo dalle proprie capacità.

       La prima strada, quella di “aprirsi a Dio”, è scelta per la fede, che permette di riconoscere che le proprie capacità sono dono di Dio e che la vita va vissuta come rendimento di grazie.

       La preghiera di colletta di questa domenica ci fa pregare così:

«O Dio, che nel tuo Figlio liberi l'uomo dal male che lo opprime e gli mostri la via della salvezza, donaci la salute del corpo e il vigore dello spirito, affinché, rinnovati dall'incontro con la tua parola, possiamo renderti gloria con la nostra vita».

       Il brano del Vangelo di Luca, ci offre tanti spunti di riflessione per il cammino di fede e lo stile di vita da scegliere.

       Già dal primo versetto (Lc 17, 11) ci ricorda che la vita del credente è un “cammino” verso la Gerusalemme celeste. Questo cammino non è facile perché richiede di fare rinunce e di spogliarsi di ciò che appesantisce il cuore (le bramosie, la cupidigia, Mammona). È un cammino impervio, quasi impercorribile senza affidarsi a Dio, alla sua misericordia. La fragilità che appartiene ad ogni essere umano non è un limite, dunque, se ci apriamo a Dio.

       Lui, sebbene ci chiede di compiere un cammino di purificazione per passare per la porta stretta (Luca 13, 22-30), ci dona la sua Grazia per superare le nostre paure, le nostre fragilità e i nostri peccati. Importante è invocare il suo aiuto, come i lebbrosi del Vangelo: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!» (Lc 17, 13).

        Questa preghiera (nota come la “preghiera del cuore” nella sua formula: “Gesù, Signore, abbi pietà di noi”) esprime, nella sua semplicità, il fondamento della nostra fede.

         Invocare il nome di Gesù, che significa “Dio salva”, è il segno del rapporto amichevole da avere con Lui, che ci ha chiamato “amici” (Gv 15, 15), che significa vivere nella fedeltà al suo insegnamento, fare “come” ha fatto Lui (Gv 13, 12-15). Gesù ci ha chiamati amici e lo siamo solo se impariamo a riconoscere la nostra “lebbra”, la nostra “cecità”, la nostra “fragilità”, il nostro “peccato” e ad affidarci alla sua “pietà”, alla sua “misericordia”.

        “Abbi pietà di noi” (Lc 17, 13): otteniamo la sua misericordia invocando il suo nome; il nome di fronte al quale “ogni ginocchio si pieghi” (Fil 2, 10).

        La guarigione, sia quella interiore che esteriore, non avviene subito. I lebbrosi devono “andare a presentarsi ai sacerdoti” (Lc 17, 14) e questo indica il viaggio nella fede che concede la “purificazione”. Un viaggio nella fedeltà e nell’obbedienza alla Parola di Gesù che ci rende purificati, giusti.

       Gesù non ci chiede di essere prima giusti e poi di seguirlo, ma ci invita a camminare nella sua Parola per arrivare alla purificazione, alla “santità”: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5, 31-32).

        In questo cammino non siamo preservati da altre cadute, da malattie e prove, ma abbiamo la certezza che invocandolo con fede, avremo da Lui misericordia.

      «Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo» (Lc 17, 15-16).

       Dio Padre, in Gesù, dona la salvezza all’umanità, ma questa diventa “efficace” solo nell’incontro con Gesù Salvatore; solo quando ognuno di noi riconosce Gesù come “Signore e Salvatore” e consapevole della “salvezza” ricevuta, “ritorna” a lodarlo, a “glorificare” Dio, “a piegare il ginocchio”, “cadere” ai suoi piedi, “adorarlo” e fare “eucaristia”, “ringraziandolo”.

     Il cammino di fede è accoglienza della Salvezza, che inizia con il “vedere” se stessi guariti, perdonati, continua nel “volgere lo sguardo” a Gesù, crocifisso, morto e risorto per noi, glorificando Dio per questo dono di Amore, e termina “adorandolo” con la propria vita e nel “rendimento di grazie”, l’eucaristia.

      La partecipazione all’Eucaristia è il culmine del cammino di fede: che parte sempre dal riconoscere il nostro limite, il nostro peccato, la nostra “lebbra”, per arrivare a constatare di “essere stati guariti” dalla misericordia di Dio in Cristo, e fare della nostra vita un “lode continua” a Dio, unendoci ai fratelli nel “rendimento di grazie” e vivere insieme nella comunione con Dio.


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