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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 28 settembre 2025

“Combattere la buona battaglia della fede”


 

(Am 6,1.4-7 - Sal 145 - 1Tm 6,11-16 - Lc 16,19-31)

 

       In questi ultimi anni va crescendo il timore di una guerra mondiale, visti i conflitti che non vedono via di risoluzione pacifica né di minima tregua neanche per dare soccorso alle popolazioni stremate e affamate.

       L’appello alla “Pace”, elevato da Papa Leone XIV fin dalle prime ore della sua elezione, continua a cadere nel vuoto.

       Intanto intorno a noi si susseguono atti di violenza di ogni tipo; le giovani generazioni che girano armati e filmano le loro “bravate”; liti sempre più accese che sfociano in violenze e omicidi.

       Questa realtà che è di tutti i paesi nazionali, di tutte le culture e religioni, ci deve far riflettere e interrogare come credenti se siamo “operatori di pace” e se viviamo nella costante tensione verso il paradiso.

       La liturgia di questa domenica ci pone di fronte alla radice di ogni male: l’egoismo! Si! L’egoismo chiude il cuore, rende la persona indifferente al prossimo o, peggio, a considerarlo un ostacolo, un nemico, nella ricerca spasmodica del proprio interesse e del proprio benessere.

       La parabola del ricco Epulone ci mette in guardia dal chiudere il cuore, cercando solo il proprio interesse e il proprio agio, ricordandoci che la nostra vita è destinata all’eternità.

       La nostra vita, dunque, dipende dalle scelte che facciamo, giorno per giorno. In base a cosa scegliamo e a chi decidiamo di “servire”, se Dio o Mammona (Lc 16, 13), determiniamo il nostro stile di vita e il giudizio finale.

       Le sorti della nostra personale esistenza e dell’umanità intera dipendono dalle scelte di ogni singolo individuo perché nessuno è “indipendente”, ma tutti siamo “parte degli altri” e “subordinati gli uni gli altri”. Ogni singola nostra decisione, per quanto possa essere considerata personale e privata, ha sempre una ricaduta e determina una conseguenza non solo per sé ma anche per l’umanità.

       L’egoismo non ci permette di considerare gli altri nella nostra vita, facendoci richiudere su noi stessi; non sempre ci rendiamo conto di esserne schiavi, soprattutto a causa della cultura di oggi che enfatizza l’individuo e la sua libertà.

       Possiamo dire che, secondo la cultura di oggi, colui che vuole realizzare se stesso non può che essere come il ricco Epulone, infatti: quali sono i modelli di riferimento oggi? Quali sono i progetti di vita a cui si ispirano i giovani di oggi? Chi fa cultura nella società di oggi? Rispondendo a queste domande comprendiamo come il ricco Epulone sia di fatto il modello a cui la società ci invita ad ispirarci.

       Noi cristiani non possiamo restare indifferenti e accontentarci di quello che viviamo, illudendoci che i valori del cristianesimo siano ancora i pilastri della nostra società; saremo come “gli spensierati di Sion” che si considerano sicuri della propria fede e non si rendono conto della realtà e della deriva a cui siamo sottoposti, come ha denunciato il profeta Amos nella prima lettura (Am 6, 1. 4-7).

       Come cristiani siamo chiamati a testimoniare che Cristo è il modello da seguire, che ci insegna a liberarci dall’egoismo aprendoci all’amore di Dio.

       Gesù ci indica la fonte delle nostre scelte quotidiane: « Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (Lc 16, 31).

       Gesù ci richiama a saper guardare oltre e a non dimenticare a cosa siamo destinati: “la vita in Dio”. Nell’oggi si realizza la nostra vita in Dio, per questo il discernimento nelle decisioni, la scelta di come agire, l’uso del linguaggio, la padronanza sulle proprie reazioni e sui propri difetti, devono trovare fondamento nella Parola di Dio.

       Le scelte giuste, corrette e fruttuose in termini di Carità, si realizzano solo avendo “la fine”, cioè “la vita in Dio”, come punto di vista da cui partire per il discernimento. Per questo la vita cristiana è una continua tensione verso Dio e non si limita a una “pratica religiosa”, ma è una costante conversione interiore per conformarsi a Cristo ed essere sempre più degni del Paradiso.

       Le indicazioni che S. Paolo ha dato al suo amico e discepolo Timoteo sono valide per ciascun cristiano:

«Tu, uomo di Dio […] tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni» (1Tm 6, 11-12).

       San Paolo indica in cosa si concretizza la tensione verso Dio:

nel vivere la giustizia, il termine greco usato è δικαιοσνη (dikaiosunê), che indica non semplicemente la giustizia o la virtù che dà a ciascuno quello che gli è dovuto, ma anche la rettitudine, la condizione accettabile a Dio, l’integrità, la virtù, la purezza di vita, la correttezza di sentimento, pensiero e comportamento;

nel vivere la pietà, il termine greco usato è εσβεια (eusebeia), che indica la riverenza, il rispetto, la pietà verso Dio, la devozione;

nel vivere la fede, πστις (pistis), che indica la convinzione che Dio esiste ed è il creatore e sovrano di tutte le cose, che dà la salvezza eterna tramite Cristo; una fede che diventa fedeltà a Dio e a Cristo e stile di vita guidati dallo Spirito Santo;

nel vivere la carità, il termine greco usato è γπη (agapê), che non indica la semplice azione verso chi è nel bisogno, secondo l’accezione più comune che diamo al termine carità, ma è amore fraterno senza interessi, senza attesa di contraccambio. È amore di Dio in noi, che può agire solo in una costante conversione e abbandono a Lui;

nel vivere la pazienza, πομον (hupomonê), termine che nel NT indica la perseveranza, la costanza, la persistenza, la caratteristica propria di un uomo che non devia dal suo scopo e dalla sua lealtà alla fede e pietà, neanche per prove e sofferenze più grandi;

nel vivere la mitezza, πραϋπθεια (praupatheia), che indica la dolcezza, la calma, la mansuetudine d’animo, l’umiltà di cuore, una virtù cristiana da coltivare per conformare il proprio cuore a Cristo, “mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29).

       Per attuare questo stile di vita proposto da S. Paolo occorre, dunque, un cammino di fede e un lavoro costante su sé stessi di conversione e abbandono alla Grazia di Dio.

       Ogni cristiano, nella preghiera diuturna, nelle situazioni quotidiane della vita, si deve impegnare a raggiungere questo vivendo la “buona battaglia della fede”, indicata da Paolo con il verbo γωνζομαι (agônizomai), termine usato per le competizioni sportive, che indica la costanza nell’impegno e lo sforzo con estremo zelo per conquistare il premio della “vita eterna” a cui siamo destinati.


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