XXIV Domenica T.O. – Festa della Esaltazione della Croce – 14 settembre 2025
“Conformarsi a Cristo per divenire obbedienti alla Verità”
(Nm 21, 4-9 - Sal 77 - Fil 2, 6-11 - Gv 3, 13-17)
Questa domenica coincide con la Festa della “Esaltazione della Croce”; una festa celebrata dalla Chiesa cattolica, da molte Chiese protestanti e dalla Chiesa ortodossa il 14 settembre, memoria dell’ anniversario del “ritrovamento della vera Croce” da parte di sant'Elena (14 settembre 320), madre dell'imperatore Costantino, e della “consacrazione della Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme” (335). Secondo la tradizione, Sant'Elena avrebbe portato una parte della Croce a Roma, in quella che diventerà la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, e una parte rimase a Gerusalemme. Nel 614 fu trafugata dai persiani e poi fu riportata trionfalmente nella Città Santa.
L’Esaltazione della Croce, non vuole magnificare la croce quale supplizio, ma nel suo significato cristiano: quale albero della vita, talamo, trono, altare della nuova alleanza. Questo non per sminuire il “sacrificio cruento” di Cristo, ma il dono della salvezza che ci è stato donato dalla croce. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che per il Battesimo sono “configurati a Lui” nella morte e nella gloria. Il cristiano, chiamato a portare la “propria croce ogni giorno” (Lc 14, 27 – che abbiamo meditato nella scorsa domenica) si unisce a Cristo, vivendo nella logica dell’Amore di Dio, offrendo la sua vita per la fede e a vantaggio del Regno di Dio.
Ogni battezzato è unito a Cristo e deve vivere la propria viva “conformandosi” a Cristo nella sua “kènosis”, “svuotarsi” (Fil 2, 7 in greco ἐκένωσεν, dal verbo κενόω (kenoô), rendere vuoto), cioè “svuotando sé stessi” da tutto ciò che ostacola la fede, da quei pensieri e atteggiamenti che si oppongono alla fede (egoismo, meschinità o piccolezza del cuore, ipocrisia o falsità del comportamento) e nel suo “farsi obbediente” a Dio Padre (Fil 2, 8 in greco γενόμενος ὑπήκοος che indica un “crescere” un “divenire”), cioè in una “crescere costante nella fede”, vivendo nella “luce”, nella “grazia di Dio” per la fede e operando nella “carità”, nell’Amore di Dio.
La pericope del Vangelo di Giovanni (Gv 3, 13-17) ci aiuta a comprendere come “conformarsi” a Cristo e “divenire obbedienti” nella fede e nella carità.
I versetti 13-17 fanno parte del brano evangelico di Giovanni dedicato all’incontro di Gesù con Nicodemo (3, 1-21). I versetti 13-15 li possiamo definire come la rivelazione delle cose del cielo, in cui Gesù si presenta come l’unico che può “rivelare” le cose del cielo e ne indica la modalità: “essere innalzato sulla croce”!
Come Mosè ha “innalzato” (ὕψωσεν, da ὑψόω (hupsoô), alzare in alto, esaltare) il serpente su di un’asta, così dovrà essere innalzato il Figlio dell’uomo (ὑψωθῆναι δεῖ).
L’innalzamento di Gesù sulla croce ha la finalità di “donare la vita senza fine” (ζωὴν αἰώνιον) a coloro che “guarderanno” e “crederanno” (πιστεύων da πιστεύω (pisteuô) credere, avere fiducia) in Lui (ἐν αὐτῷ) (v. 15).
L’innalzamento, l’esaltazione di Cristo crocifisso permette di comprendere la lotta tra la luce e le tenebre, indicate nel prologo di Giovanni (1, 5) e il rifiuto del Verbo da parte della sua stessa gente (1, 11).
In questi primi versetti della pericope è sintetizzato il messaggio centrale del vangelo di Giovanni: Gesù è la rivelazione di Dio (v. 13), questa rivelazione raggiungerà il suo culmine nell’«innalzamento/esaltazione» di Gesù sulla croce (v.14) e credere a questa rivelazione porta la vita eterna (v. 15).
Nei versetti successivi della pericope è espressa un altro tema importante del Vangelo di Giovanni: “l’amore salvifico di Dio”, che sta dietro il mistero dell’esaltazione del Figlio sulla croce (vv. 16-17).
Gesù rivela che il dono della salvezza è frutto dell’amore del Padre (ἠγάπησεν da ἀγαπάω agapaô) e che è stato inviato a “salvare” e non a giudicare il mondo (vv. 16-17).
La fede nel Cristo porta alla salvezza e rende esenti dal giudizio: né il Padre né il Figlio giudicano. Il rifiuto di credere comporta l’autocondanna per le opere malvage e dalla presenza delle tenebre (Gv 3, 18-19).
Il giudizio, quindi, c’è ed è incombente sebbene non viene dato direttamente da Dio, ma dalla scelta di vita.
Il tempo del giudizio è “qui ed ora”: nelle scelte quotidiane si compie il giudizio a partire dalla scelta fondamentale della fede.
Non basta aver fatto la scelta della fede, questa va vissuta in ogni momento facendo le scelte secondo la “luce”. Non si può vivere “nella luce” pensando che sia acquisita per aver detto il proprio “si” a Dio.
Il dono della salvezza esige un impegno continuativo nelle opere buone per divenire sempre più profondamente inondati dalla luce e diventare partecipi della rivelazione continuativa di quella luce «perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3, 21b).
Non accontentiamoci di una “fede parziale” che riconosce Gesù come Figlio di Dio, ma che non si lascia guidare dal dono dello Spirito e operare nella “luce”.
Impegniamoci a crescere nella “obbedienza a Dio” mediante il “conformarci” a Cristo facendo scelte secondo la fede e la carità, illuminati dallo Spirito di Verità.
