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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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ASCENSIONE DEL SIGNORE (Anno B) - 2024

“Adulti nella fede”


 

(At 1,1-11 - Sal 46 - Ef 4,1-13 - Mc 16,15-20)

 

       La solennità dell’Ascensione di Gesù al Cielo conclude la vita terrena di Gesù che, con il suo corpo e alla presenza degli apostoli, si unisce fisicamente al Padre, tornando nella sua Gloria.

       Qual è il senso biblico del termine Ascensione? Nella mentalità comune Dio abita in un luogo superiore, “oltre la Terra”, e l’uomo per incontrarlo deve salire, elevarsi. Gesù è stato “elevato da terra” sul patibolo della croce, come sacrificio di espiazione per l’umanità, e “ascende” alla Gloria di Dio, per completare il dono della Salvezza. Nella Chiesa ortodossa l'Ascensione è, infatti, conosciuta sia con termine greco νάληψις Analepsis (salire su) sia con πισωζομένη Episozomene (salvezza).

       Ogni volta che pensiamo a Dio o ci rivolgiamo a Lui, quasi inconsciamente, eleviamo lo sguardo al cielo, alziamo le mani al cielo durante la preghiera, riteniamo sia presente in cielo. Usiamo il “cielo” anche per indicare il luogo ove sono i nostri cari defunti; nella espressione comune diciamo che il defunto è “andato in cielo”.

         Ascendere al cielo è considerata la méta del cristiano: siamo destinati al cielo! Per vivere da cristiani, da risorti in Cristo, come dice San Paolo, bisogna pensare al cielo, alle cose di Dio: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2).

       Vivere l’Ascensione non significa però essere disincarnati, ma vivere la quotidianità da cristiani, da coloro che hanno riconosciuto il Cristo come Signore e Salvatore e vivono il dono della salvezza impegnandosi a “costruire il Corpo di Cristo”, la Chiesa, il popolo di Dio, con la loro testimonianza con spirito di servizio e non di privilegio o potere.

       Il cristiano, dunque, non è estraneo alla vita terrena, vivendo un ascetismo schizofrenico in cui tutto ciò che appartiene alla vita terrena è considerato peccato, fonte di perdizione.

       La vita cristiana è vivere il quotidiano con “la sapienza” del cielo, che significa essere “sale e luce” per il mondo, “lievito” che fermenta la pasta, “testimoni, martiri” di Cristo, “costruttori del Regno di Dio”.

       La Solennità dell’Ascensione, dunque, ci ricorda a cosa siamo destinati e ci rimanda alla vita quotidiana per viverla con la Sapienza di Dio, con i doni della fede che Cristo ci ha donato mediante lo Spirito nel nostro Battesimo.

       San Paolo lo afferma chiaramente nella Lettera agli Efesini:

       «A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo [...] allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4, 7.12).

       Il battezzato ha la responsabilità di vivere la fede mettendo a frutto i doni ricevuti, nella comune vocazione alla santità e nella specifica vocazione che vive ed esercita nella vita di tutti i giorni.

       Nella varietà di ministeri, elencati da San Paolo, ogni battezzato deve vivere la sua specifica chiamata alla santità in spirito di servizio, aiutando e stimolando i “santi”, cioè gli altri cristiani battezzati, a vivere la propria vocazione, in una comune e reciproca edificazione del Corpo di Cristo, la Chiesa.

       La responsabilità che deriva dal Battesimo ricevuto è quella di favorire il raggiungimento della condizione di adulti nella fede da parte di tutti i membri della chiesa.

             Adulti nella fede si diventa quando si vive tutto con spirito di servizio, quando si è in grado di rendere noi stessi dei servizi ad altri.

       I ministeri nella chiesa, lungi dal costruire una “élite aristocratica” che possiede un “potere”, hanno un compito essenzialmente di “promozione” e di “servizio”, volto a educare l’identità battesimale di ogni cristiano, affinché sia responsabile della propria chiamata alla santità nel suo personale ministero e attuarla con generosità per “l’utilità comune” (1Cor 12, 7).

       La molteplicità dei ministeri non è e non deve essere motivo di disgregazione ecclesiale, ma di edificazione comune, di “unità di fede”, alla “Piena conoscenza di Cristo”, alla “misura della pienezza di Cristo” (Ef 4, 12).

       “Edificare nella fede” esclude ogni improvvisazione, ogni azione di protagonismo, ogni esclusivismo. Richiede, invece, gradualità e crescita, collaborazione e cooperazione.

       La Solennità dell’Ascensione ci invita a ritornare al dono della Salvezza ricevuto nel Battesimo e all’impegno di crescita e cooperazione nella edificazione della Chiesa.

       Contemplando la Gloria di Dio, il dono della Salvezza in Cristo, alzando lo sguardo al cielo per invocare il dono dello Spirito, riprendiamo con coraggio e responsabilità il cammino della fede, nel giusto spirito di servizio, per esortare, educare, guidare, correggere i fratelli e le sorelle nella fede per “arrivare all’unità della fede” e dare testimonianza a chi non crede dalla gioia di essere cristiani.

       Rinvigoriti nella fede, viviamo il nostro battesimo con la semplicità del cuore, la fermezza della Verità del Vangelo, la carità del servizio ai fratelli e la gioia di appartenere a Cristo perché possiamo essere “dono” per gli altri, “servi di Dio in Cristo”, nel “sacerdozio comune battesimale”, per raggiungere la prospettiva indicata da San Pietro in 1Pt 2, 9: «Voi siete una stirpe eletta, un regale sacerdozio, una gente santa, un popolo acquistato per Dio, affinché proclamiate le meraviglie di colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce».


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