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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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Quinta Domenica di Quaresima (Anno C) - 2022

“Vivere nella giustizia di Dio”


 

(Is 43,16-21 - Sal 125 - Fil 3,8-14 - Gv 8,1-11)

 

         In una società in cui l’individualismo è imperante risulta quasi impossibile il riferimento a Dio e alla sua Legge. Le stesse leggi statali e gli interessi collettivi sono posti in discussione ed eliminati per assoggettarli alle valutazioni e agli interessi personali.

        Il giudizio verso la realtà, le situazioni e i comportamenti altrui sono relativi a condizione che non influiscano sulla libertà dell’altro. Nella libertà personale la morale, il giudizio etico e i valori fanno riferimento all’individuo, per cui anche la categoria di peccato in riferimento a Dio non ha più una valenza sulla vita del soggetto.

       Oggi la categoria di peccato, come offesa a Dio, tradimento dell’Amore di Dio è difficile che sia considerata, soprattutto nella società occidentale.

         Anche tra i credenti praticanti risulta evidente uno scollamento tra la pratica religioso e l’adesione alla morale cristiana, pur registrando molto forte il giudizio di condanna da parte dei credenti verso chi sbaglia.

       Se da una parte nella società si registra un’etica soggettivista, tra i credenti praticanti cresce un rigorismo etico, una rigidità morale insieme ad una interpretazione soggettiva degli insegnamenti morali cristiani.

         Il brano dell’adultera, nel vangelo di Giovanni, permette di comprendere l’importanza di saper riconoscere il peccato senza giustificarlo e aiutare chi ha sbagliato a riprendere in mano la propria dignità e rialzarsi dalla caduta.

        Gesù evidenzia come è nella condizione dell’essere umano errare, ma nella giustizia di Dio e nella sua misericordia ha la possibilità di rialzarsi e camminare in piena dignità e valore di vita.

        «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei […] Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? […] Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 7.10-11).

        Il male va riconosciuto e condannato, ma nello stesso tempo va sempre salvato il peccatore e posto nella condizione di poter rialzarsi e convertirsi.

        Per edificare nel bene la propria vita e la società occorre saper riconoscere il male e lottare contro esso, nella consapevolezza di essere fragili e soggetti al peccato, alla devianza, ma sempre capaci di rialzarsi e riprendere con slancio il cammino nel bene.

         Per camminare nel bene occorre avere lo sguardo fisso su Gesù ed essere consapevoli che siamo stati costituiti da Dio suo “popolo”: «Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi» (Is 43, 21).

         Essere popolo: non ci si salva da soli e non si è credenti da soli, ma siamo corresponsabili del nostro prossimo, educatori e compagni di viaggio.

         Avere lo sguardo fisso su Gesù: San Paolo ci indica la modalità. «Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede» (Fil 3, 8-9).

         Conoscere Cristo e camminare nella giustizia di Dio, non per una fedeltà sterile alla Legge, a precetti, a tradizioni, ma per una ricerca della Verità nella fedeltà a Dio, al suo Amore nella condivisione e carità verso il prossimo.

          Non una giustizia derivante dalle opere, ma dalla fede cioè non per merito personale, ma per l’azione dello Spirito in noi. La giustizia che deriva dalla fede è amorevolezza, carità, disponibilità, accoglienza, perdono, sostegno, supporto, vicinanza, rispetto della dignità del prossimo.

          La giustizia derivante dalla fede non è ostentazione di perfezione, di devozione e di pratiche di culto sterili, ma è coscienza della fragilità personale da cui partire per lasciare che sia lo Spirito di Dio ad operare e convertire il cuore.

        Senza esclusioni e condanne, ma come Cristo condannare il peccato salvando sempre il peccatore, accogliendolo con amorevolezza e misericordia, indicando il cammino da compiere per riappropriarsi della dignità deturpata dall’errore commesso.

         Operare nella giustizia di Dio partendo dalla coscienza personale della propria fragilità, ma confidando nell’Amore di Dio per cui tutto è possibile a chi crede e si apre al Dio.

          La vita di fede è un cammino di continua lotta con la propria fragilità, confidando nell’Amore di Dio in una tensione di speranza derivante dal perdono di Dio in Cristo crocifisso, morto e risorto per amore.

         Vivere nella giustizia di Dio per la fede è camminare nel bene, consapevoli del proprio limite, ma sempre orientati a Dio, conformi al suo Cristo, maestro, pastore e Signore.

         Vivere nella giustizia di Dio senza puntare il dito, accogliendo e amando con l’amore di Dio, che non condanna, ma rialza; non esclude, ma accoglie; non uccide, ma salva!

         Qual è la nostra giustizia?


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