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Categoria: Quaresima 2022 - Anno C
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TERZA DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C) - 2022

“Partire dal proprio cuore”


 

(Es 3,1-8.13-15 - Sal 102 - 1Cor 10,1-6.10-12 - Lc 13,1-9)

 

       Quando accadono terremoti, pandemie, disastri naturali oppure guerre, violenze, genocidi, soprusi la domanda che credenti e non fanno è da sempre la stessa: “dov’è Dio e perché permette questo?”.

       Di fronte alle immagini strazianti della guerra, di bambini malati, di gente costretta a scappare; di fronte ad atti di violenza, ad omicidi, ad abusi diventa difficile non dubitare di Dio, nel suo Amore.

       Facilmente si grida all’indifferenza di Dio per cui non vale la pena credere in Lui. Quanti hanno dichiarato di aver perso la fede dopo la morte ritenuta ingiusta di un figlio, di un genitore, di un coniuge.

       Nel brano evangelico alcuni presentano a Gesù questi stessi dubbi pretendendo da Lui risposte in merito alla bontà o alla cattiveria e su come poter aver fiducia di Dio Padre di fronte alla sofferenza degli innocenti.

       La risposta di Gesù è un rimandare alla presenza del male nell’uomo e nelle cose, ma esso è possibile vincerlo solo aprendosi alla Grazia di Dio. Il male, presente nell’esistenza del mondo e dell’umanità, è il problema che non trova risposte razionali e la difesa da esso costituisce il live motive della storia umana.

       È la sfida per la fede: può crollare o rafforzarsi, morire o maturare.

       Cosa fare di fronte al male e come interpretarlo? Occorre imparare a leggere i “segni dei tempi”, cioè saper trovare nelle situazioni di male il Signore che ci invita alla conversione.

       La pace, il bene, l’amore non nasce senza l’impegno personale di ciascuno e ciascuno ha la responsabilità particolare e generale, mondiale di comprendere e costruire il bene in sé e attorno a sé.

       Il male è e resta una realtà da deplorare, che produce sofferenza e morte, ma esso va vinto a partire dal proprio cuore. Infatti, chi può affermare di non aver mai avuto sentimenti negativi, pensato male e desiderato il male, forse in nome di una giustizia superiore?

       Solo se ognuno si impegna a vivere il bene e a operare per esso si arriverà a sconfiggere il male nella vita dell’umanità, nelle relazioni interpersonali.

       Anche la condizione di finitudine, di fragilità e di caducità, che appartengono all’essere umano, trovano senso se la vita è orientata al bene: la morte non segnerà la fine e la sconfitta dell’uomo, ma il compimento, l’epilogo di bene della vita.

       Di fronte alle situazioni negative della vita, il discernimento degli eventi separa i buoni dai cattivi a seconda di quale giustizia si persegue, di quale considerazione di utilità e di bene si valuta e si accoglie.

       Oggi di fronte alla pandemia, alla guerra, quali sono state le valutazioni e le decisioni prese? Dalla pandemia ad oggi assistiamo a ragionamenti che non sempre perseguono il bene di tutti, ma solo quello egoistico personale. La stessa cosa sta accadendo con il conflitto in atto ora, a cui tutti si sentono chiamati in causa per la paura di una estensione a livello mondiale, dimenticando, allo stesso tempo, altri focolai di guerra che perdurano da anni, come in Siria.

       Il bene, la pace, la fraternità non si raggiungono se non con un impegno personale e, di conseguenza, collettivo: occorre partire dal proprio cuore!

       La soluzione al male non sta nell’analisi corretta delle cause e delle conseguenze, ma nel cambiare mentalità, o usando una simbologia biblica, cambiando “lievito”: è necessario cambiare il senso della vita, centrando tutto in Dio; fare che il suo Amore sia il “lievito” che fa fermentare la massa, i cuori dell’umanità per giungere alla piena fraternità dei figli di Dio, alla edificazione del suo Regno.

       Questo certamente può apparire utopia, ma è l’essenza del Vangelo. Il male esisterà sempre fino alla fine del mondo e la lotta tra bene e male contraddistinguerà sempre le scelte dell’umanità, ma i cristiani saranno sempre chiamati a portare il lievito nuovo dell’Amore di Dio perché il mondo viva nella Pace!

       Dopo la riflessione sul bene e male presenti nella vita dell’umanità, Gesù presenta l’Amore misericordioso di Dio che si prende cura del cuore dell’uomo con il racconto della parabola del fico che non porta frutto (Lc 13, 6-9).

         L’umanità che non decide di portare frutti di conversione è come il fico sterile che non dà frutti.

       Nella sua misericordia, il Padre ha mandato il suo Figlio perché l’umanità possa comprendere e conoscere il suo Amore e decidere di portare frutti di bene.

         Di fronte al male, a non dare frutti di bene, Dio potrebbe far cessare tutto. Di fronte al male invochiamo il suo intervento pretendendo che ponga fine alle ostilità, alle ingiustizie, alle sofferenze, agli orrori e consoli il grido degli innocenti.

       Dio potrebbe tagliare il fico, far cessare ogni cosa con la fine dell’umanità, ma sceglie la via dell’Amore paziente e misericordioso e concede tempo: «lascia/perdona ancora per quest’anno» (Lc 13, 8).

        Dio confida nell’uomo perché lo ama, sa che il suo cuore può amare e scegliere il bene. La responsabilità dell’uomo è nel riconoscere e scegliere il bene evitando il male e lottando contro di esso con opere di misericordia.

         La responsabilità dei cristiani è di vivere e testimoniare l’amore di Dio incontrato operando il bene, come invita San Paolo nella prima lettera ai Corinti: «Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non diventate idolatri […] Non abbandoniamoci all'impurità […] Non mettiamo alla prova il Signore […] Non mormorate» (1Cor 10, 6-10).

        La responsabilità del credente è più alta di colui che non crede, perché a chi crede Dio ha donato il suo Amore e lo chiama a vivere in esso donandolo al prossimo mediante un comportamento tutto orientato a Dio.

        Per vivere pienamente nell’Amore di Dio e portare frutti occorre, dunque, partire dal proprio cuore! Fare in modo che esso sia aperto, rinnovato dall’Amore di Dio, capace di dare Amore ed educare all’Amore.

       Partire dal proprio cuore significa aprirsi alla misericordia, riconoscere con umiltà il proprio peccato, il proprio limite e lasciarsi rinnovare interiormente per vivere nel continuo discernimento per scegliere sempre il bene.

           «Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (1Cor 10, 12).

       Partire dal proprio cuore significa essere consapevoli che è facile cadere, allontanarsi dall’Amore di Dio, quindi occorre vigilare, discernere e conservarsi nell’umiltà di chi sa di essere amato da Dio e bisognoso del suo perdono sempre!