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Categoria: T. Ordinario 2022 - Anno C
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SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) - 2022

“Efficienza o Identità?”


 

(Ger 17,5-8 - Sal 1 - 1Cor 15,12.16-20 - Lc 6,17.20-26)

 

       «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore» (Ger 17, 5).

       L’ultima redazione del testo del profeta Geremia risale al V secolo a.C. e questa espressione è quanto mai attuale a oltre duemila anni di distanza.

       L’uomo che confida in sé stesso e nel suo simile è di fatto la realtà della vita umana di sempre, ma nella nostra società è ancor più pesante perché aggravata da una soggettività sempre più esasperata che porta l’uomo a essere idolo di sé stesso.

       Un’altra forte sottolineatura del profeta è quanto mai attuale: “porre nella carne il proprio sostegno”. Nella nostra società la vita è basata e ruota tutto attorno alla efficienza fisica, al punto che venuta meno perde di senso il vivere e la persona non più efficiente è considerata un peso per la società.

       Di fatto se oggi la fede è vissuta dalla minoranza delle persone è inequivocabile la ragione di fondo: al centro del cuore dell’uomo c’è l’Io e di conseguenza non c’è spazio per Dio!

       L’uomo confida in sé stesso e ha per idolo il suo essere, il corpo sano, forte, atletico, scevro dalla sofferenza e dall’invecchiamento, in piena efficienza.

       Il culto per la propria efficienza e aspetto fisico viene celebrato con la medicina estetica, la lotta contro i segni dell’età che avanza, pretendendo di apparire giovani, quasi immortali.

       La sofferenza, compagna naturale della vita, insita nella condizione umana, viene esorcizzata insieme alla fine stessa della vita, la morte, sulla quale si pretende di avere il controllo, decidendo quando e come deve verificarsi.

       In questa prospettiva di vita, tutta basata sulla efficienza, perde di valore la componente spirituale, psichica, morale dell’esistere. Relazioni, sentimenti, affetti, scelte di vita e giudizi etici sono tutti sottoposti alla comprensione della vita in termini di efficienza e qualità. La metafisica, cioè il ragionare sugli aspetti più autentici e fondamentali della realtà, oltre, quindi, l’esperienza sensibile, materiale, è assente dal pensiero comune, anche trattando questioni sentimentali, relazioni affettive e valori morali. Tutto è sottoposto alla materialità, alla “carne”, alla vita fisica nella sua espressione piena ed efficiente.

       Il discorso di Gesù sulle beatitudini, come riportato dall’evangelista Luca, contrapposto a quello dei “guai”, è comprensibile e attuabile per l’uomo di oggi solo se incontra e riconosce Gesù come il Cristo, il Signore, il Maestro, morto e risorto.

       Solo nella vita di fede si comprende ed attua l’insegnamento delle beatitudini. Senza l’incontro con la persona del Cristo, che rigenera e apre ad una comprensione piena della vita, oltre il limite della efficienza fisica, si riesce a comprendere quanto è pieno e liberante vivere la vita nella logica della “povertà”, della “indigenza”, della “sofferenza” ed “esclusione”.

       Vivere nella “logica della povertà” richiede umiltà e consapevolezza di non essere niente, se non destinati alla morte, per cui la vera ricchezza: non si identifica nella ricchezza materiale, ma in quella morale; non si raggiunge a danno del prossimo, ma favorendo una comunione, condivisione di vita.

       Vivere nella “logica della indigenza” significa riconoscersi nel bisogno, nell’avere fame e sete di amore, di rispetto e di perdono. Significa comprendere che senza il prossimo e senza Dio non ha valore ciò che si è e si ha. Vivere nella logica dell’indigenza significa sentire fame e sete dell’altra persona, del prossimo, in quanto fonte di amore e di senso per la propria vita.

       Vivere nella “logica della sofferenza e dell’esclusione” significa riconoscersi fragili, deboli, mortali. In questa logica si comprende il vero valore della vita e si impara a lottare per quello che conta davvero, per valori che sono oltre il materiale e il tempo.

       Cristo risorto, nostra salvezza e redenzione, ci invita a non dimenticare che siamo destinati alla vita in Dio e che in questa esperienza terrena abbiamo il tempo per educarci e formarci alla vita in Dio mediante la relazione di amore, di attenzione, di perdono, di accoglienza verso il nostro prossimo, sempre tesi alla vita futura.

       La sapienza e la pienezza del vivere non sono dunque espresse nella prestanza ed efficienza di quanto possiamo fare ed ottenere in questa esistenza, ma in ciò che di più alto e bello possiamo esprimere, considerando la nostra natura umana creata ad “immagine e somiglianza” del Cristo, del Maestro, del Pastore bello, che ci insegna ad amare oltre ogni interesse e possibilità.

       Felicità, beatitudine e realizzazione di sé si raggiungono vivendo nella logica dell’essere e non del fare; del dono e non del possedere.

       All’uomo di oggi, ancor più ricurvo e confidente sulla sua condizione umana, tutta centrata sull’apparire e sull’efficienza, come credenti siamo chiamati a donare la gioia di riconoscersi amati e perdonati da Dio, appartenenti a Lui e destinati alla vita in Lui.

       Al mondo che esalta una vita per la prestanza fisica e nel pieno delle possibilità di fare, esorcizzando sofferenza e morte, siamo chiamati, come credenti, a donare la testimonianza di una vita riconosciuta come dono di Dio, dove l’essenziale non è apparire, ma essere. All’idolatria del corpo e dell’efficienza fisica rispondiamo con la fede nel Dio di Gesù Cristo, testimoniata dalla vita secondo le beatitudini, tutta centrata nell’amore di Dio per accogliere il prossimo e dare senso ad ogni età della vita fino al suo epilogo.

       Alla cultura dell’efficienza rispondiamo con la forza dell’identità, per cui la dignità umana non dipende da quello che può fare, ma da quello che è. L’identità e la dignità dell’essere umano è molto di più di quello che può fare, realizzare e desiderare, perché è espressione dell’amore che lo ha chiamato ad esistere: l’amore di Dio, in primis, e quello di chi lo ha generato. Nella logica della donazione e dell’identità si realizza in pienezza l’essere umano, vivendo da “beato” perché capace di operare per il bene proprio e del prossimo.