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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO B - 2021

“Dalla cecità alla Luce”


 

(Ger 31,7-9 - Sal 125 - Eb 5,1-6 - Mc 10,46-52)

 

       Pregando quante volte non si sa cosa chiedere e come chiedere. Tante volte desideriamo che il Signore ci faccia ciò che chiediamo, ma non siamo certi di saperlo chiedere.

       Altre volte evitiamo di chiedere perché non siamo certi che Dio porga a noi il suo sguardo e ci conceda ciò che speriamo.

       La preghiera così si riduce ad una recita di formule, di preghiere della tradizione, accompagnate da qualche anelito del cuore, da un afflato dello spirito, esprimendo timidamente un pensiero per una necessità personale o del prossimo.

       Il dialogo con Dio non diventa coinvolgimento pieno del nostro essere, della nostra mente, del nostro cuore e della nostra volontà.

       Viene ridotta a un presentarci a Dio come ad un “potente” a cui chiedere un intervento, una grazia, una risposta ad un bisogno.

       La preghiera, il dialogo con Dio, non coinvolge e rinnova interiormente, non genera conversione, rinnovamento, rigenerazione profonda del proprio esistere.

       Il grido espresso dal cieco Bartimeo non è semplicemente una invocazione di guarigione, bensì una vera rinascita: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! […] Rabbunì, che io veda di nuovo!» (Mc 10, 47-48.51).

       Fa appello alla misericordia di Dio e chiede di tornare a vedere: è la preghiera fondamentale del cristiano invocare la misericordia di Dio e aprirsi alla conversione!

       Il cieco è simbolo dell’umanità incapace di comprendere il vero e profondo senso del vivere. La condizione della nostra società, che poco sente il bisogno di Dio, è data dalla cecità della coscienza, tutta ricurva sulla soggettività e sulla ricerca dell’affermazione personale.

        La cecità del cuore, della coscienza, incapace di comprendere e discernere, di comprendere il Bene e seguirlo e riconoscere il Male, evitarlo e denunciarlo apertamente.

       Da questa condizione di cecità è possibile uscire solo affidandosi alla misericordia di Dio, riconoscendosi bisognosi di perdono e di guarigione interiore.

        Il cieco grida insistentemente a Gesù chiedendo di liberarlo dalla condizione di buio, di ascoltare il suo grido di liberazione e di guarigione.

      Il cieco Bartimeo, seduto lungo la strada, è immagine dell’umanità incapace di comprendere la via da percorrere verso la vera gioia e felicità.

       Egli rappresenta tutta l’umanità che cerca la luce della Verità, ma resta ferma ai margini della vita risucchiata da bisogni effimeri e illusori, che la rendono sempre più cieca ed incapace di vedere e comprendere il senso della vita e l’amore di Dio.

       La preghiera del cieco viene accolta da Gesù ed esaudita perché parte dalla consapevolezza che è nella volontà di Dio che si raggiunge la piena visione della vita e il pieno senso dell’essere e del fare.

       La domanda del cieco a Gesù è l’opposto della pretesa dei figli di Zebedeo: il cieco chiede la rinascita, il vedere di nuovo, un cuore capace di amare nella misericordia di Dio; Giacomo e Giovanni chiedono la gloria, il prestigio.

       Ancora una volta Gesù rimanda alla fede, al vivere nella volontà di Dio per ottenere la pienezza del proprio essere, raggiungere la maturità del vivere.

       A Giacomo e Giovanni ricorda che è importate camminare nella fede e nella volontà di Dio per partecipare alla sua Gloria; al cieco di Gerico concede per la sua fede la vita nuova, la guarigione interiore e la vista per porsi alla sua sequela.

       La preghiera è porre la propria volontà nella volontà di Dio; è compiere ogni giorno il cammino di conversione ponendosi in ascolto di Dio e presentando a Lui le proprie fatiche, resistenze, mancanze.

       La preghiera è aprirsi alla misericordia di Dio in umiltà e con la coscienza retta di chi sente il bisogno di comprendere, vedere e valutare con gli occhi di Dio.

       In questa prospettiva ogni modalità di preghiera che presentiamo a Dio sarà accolta perché espressa nella apertura alla sua volontà, per crescere nella fede e nella sequela.

       La preghiera è un cammino costante e diuturno nella volontà di Dio per passare dalla cecità alla luce.

       Tanta è la cecità che affligge l’umanità di sempre!

      La prima originaria forma di cecità è la presunzione di potere, di essere autori di sé stessi e di ciò che ci circonda: questo porta all’individualismo, al soggettivismo morale e all’egocentrismo che chiude alla reciprocità e alla carità.

       La seconda forma di cecità, che caratterizza la vita umana, è la presunzione di verità: in un ego assolutizzato non c’è altra verità che quella personale; non c’è posto per l’altro se non in una condizione di inferiorità; il dialogo è sempre più difficile e la convivenza è minata e facilmente distrutta da intransigenze e arroganze di pensiero e posizione.

      Una terza forma di cecità, che riguarda soprattutto la vita di fede, le dinamiche all’interno delle comunità ecclesiali a vari livelli, è la presunzione di giustizia e perfezione: per il fatto di vivere una religiosità osservante e praticante, spesso non riusciamo a riconoscere ciò che ostacola la misericordia e la possibilità di redenzione offerta da Dio all’umanità, diventando così di impedimento alla salvezza del prossimo, e tutto questo perché in nome della presunzione di giustizia nella fede cadiamo nel giudizio e nella discriminazione.

      A tutti i livelli della vita, soprattutto nel cammino di fede, se si vuole essere capaci di “vedere”, passando dalla cecità alla Luce, riconoscendo così ciò che ha valore e edifica l’umanità intera, occorre seguire l’esempio del cieco di Gerico: gettare il mantello che rappresenta il potere economico, culturale, ideologico, politico, la sopraffazione, l’ansia, la pretesa e mire umane, lo spirito di possesso ecc.; alzarsi in piedi, cioè risorgere alla vera vita, indicata da Gesù e che passa per il sacrificio della croce, cioè l’obbedienza alla volontà di Dio; seguire Cristo in umiltà di cuore e in un servizio al prossimo di donazione di sé nella verità e nella carità.

        Nella preghiera quotidiana facciamo nostra l’invocazione del cieco Bartimeo: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! […] Rabbunì, che io veda di nuovo!» per passare dalla cecità dell’egoismo alla Luce dell’amore di Dio, vivere nella volontà di Dio e amare Dio e il prossimo avendo nel cuore la misericordia che Dio ha usata per ciascuna persona.


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