Privacy

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra Clicca qui per ulteriori informazioni




La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi



×

Errore

Strange, but missing GJFields library for /home/utxxpkem/public_html/plugins/system/notificationary/HelperClasses/GJFieldsChecker.php
The library should be installed together with the extension... Anyway, reinstall it: GJFields

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO B - 2021

“Sequela e non notorietà”


 

(Is 53,10-11 - Sal 32 - Eb 4,14-16 - Mc 10,35-45)

 

       Ogni persona cerca la realizzazione di sé. Spesso questo accade, ma molte volte, nonostante i tanti sforzi e ricerche, non si riesce a raggiungerla pienamente.

       Nella nostra società, sempre più social e dipendente dalla tecnologia e dal mondo virtuale, stanno aumentando i casi di depressione e ansia soprattutto tra i giovani[1].

       Oggi sempre più si cerca la notorietà, la fama, il successo, la visibilità. Senza un minimo di visibilità e notorietà, di follower e amici virtuali che seguono, non si riesce a trovare senso e valore a ciò che si è e si fa.

       Tutto questo di fatto non appaga e ci si ritrova a fare i conti con una realtà che non sempre è corretta e gentile, ma che chiede il conto e pone alla prova costantemente.

       La notorietà non è realizzazione di sé!

       Il bisogno di notorietà è una caratteristica naturale e fondamentale dell’essere umano. Non sono stati esenti neanche gli apostoli:

       «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo. […] Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10, 35.37).

       Non c’è da scandalizzarsi o da meravigliarsi che i discepoli, in particolare i figli di Zebedeo, facciano una tale richiesta. Essa rispecchia l’attesa orientata verso attuazioni terrene, che di fatto è condivisa dalla maggioranza dei discepoli.

       Nulla di strano, dunque, perché è umano cercare la realizzazione di sé, anche in ambito di un cammino di fede. Il problema è superare questo limite umano e aprirsi alla comprensione della realizzazione di sé in Dio.

       La sequela di Cristo esige orientare la ricerca della propria realizzazione in Dio, vivendo la propria esperienza terrena sempre orientati alla vita definitiva in Dio.

       La vita di fede non è attuazione terrena del regno messianico; la partecipazione alla “gloria” non si realizza nelle dinamiche umane di notorietà e prestigio.

       La partecipazione alla “gloria di Cristo” è sequela piena di Lui, in un costante cammino di “kenosi”, di spogliamento di ciò che ostacola l’azione dello Spirito.

       La Santità, a cui ogni credente è chiamato a tendere e a realizzare nella propria vita, non è questione di potere, di privilegio, bensì è “diminuire perché Cristo cresca” («Egli deve crescere e io invece diminuire» Gv 3,30).

      

       Gesù risponde all’ambizione, alla ricerca di notorietà, con la esclusione del potere dalle proprie aspirazioni e rimettersi completamente a Dio.

       L’istinto di dominare è profondamente radicato nel cuore dell’umanità e la corrompe quanto la ricchezza.

       L’insegnamento di Cristo rivoluziona l’intimo del cuore di ogni fedele imponendo una legge fondamentale che non solo vieta la bramosia di dominio, ma imprima nel vivere quotidiano una diversa prospettiva di vita: “essere nel mondo senza appartenere al mondo”, “vivere nel mondo, sottoposti alla sovranità di Dio”.

      

       L’invito di Gesù a farsi “servi e schiavi” (Mc 10, 43-44) è l’invito alla sequela, a seguire il suo esempio, a fare “come Lui”.

       L’invito di Gesù va realizzato concretamente nella condotta di vita di ciascuno da diventare la norma valida sia per il singolo che per la comunità intera dei credenti.

       Nessuno si può esimere da questo invito ad essere “servitore e schiavo” perché è l’essenza vera della sequela di Cristo, la norma fondamentale per vivere il Vangelo.

       Essere “servi” imitando Cristo significa vivere il presente sempre rivolti alla vita eterna. Charles de Foucauld aveva questa regola di vita, riportata nel suo taccuino scritto a Beni-Abbès nel 1901-1095: «Vivere come se io dovessi morire oggi martire». Vivere rivolti alla vita eterna significa vivere da “martiri”, cioè da testimoni autentici”, sempre pronti a dare “ragione della speranza che è in noi” (cfr. 1Pt 3, 15), fino alla effusione del sangue.

       Essere testimoni di Cristo nel mondo, nella quotidianità, nelle relazioni sociali: questa è l’essenza del Vangelo!

       Essere “servi” imitando Cristo significa avere una coscienza sempre orientata al bene, retta nel discernere e ben formata per vivere in fedeltà a Cristo. Vivere la fede significa saper anteporre il bene del prossimo, anche se comporta rinunciare al proprio. Il “come ho fatto io”, lasciato in eredità ai discepoli nell’ultima cena, è l’espressione massima dell’amore, fino alle estreme conseguenze. A questo amore il cristiano si deve “impegnare” formando la propria coscienza con l’ascolto della Parola, la preghiera, la catechesi continua, la direzione spirituale, il confronto con chi ha più esperienza e conoscenza nel cammino di fede.

       Essere “servi” imitando Cristo significa vivere nella logica del “riscatto che Cristo ha vissuto per l’umanità”. Cristo ha offerto sé stessi in “riscatto per molti” e la Chiesa ed ogni credente devono saper vivere questa unione con Cristo in un servizio al prossimo di “Verità nella Carità”. L’Eucaristia celebrata e vissuta non è altro che attuazione di questa logica del “riscatto: uniti a Cristo per offrirsi al mondo in un servizio di annuncio e di carità; imitare Cristo nella vera umiltà del cuore; essere attenti al prossimo senza giudicare, condannare, ma sostenendo, insegnando, indicando la via della verità e carità, perdonando come Cristo perdona a ciascuno; avendo cuore e mani pure, libere da contese e invidie, disposti a tendere la mano al prossimo.

       Tutto questo esige un attento discernimento su sé stessi, una scelta coerente di imitazione di Cristo e un costante impegno di umiltà.

       Vivere la sequela di Cristo significa vivere nella logica dell’ultimo posto, senza cercare la notorietà, il prestigio e il potere, ma vivendo “al servizio” del prossimo nella carità e nella costante ricerca della volontà di Dio.

 

[1] Tanti studi in merito sono stati condotti. Una ricerca pubblicata sul Journal of Abnormal Psychology rileva che i sintomi depressivi sono aumentati del 52% tra i giovanissimi e del 63% tra i giovani adulti tra i 18 e i 25 anni. Per un ulteriore approfondimento si veda l’articolo riportato sul Il Messaggero Salute: https://www.ilmessaggero.it/salute/medicina/ansia_e_depressione_in_crescita_tra_i_giovanissimi-4363882.html


Passa alla modalità desktopPassa alla modalità mobile