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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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V Domenica di Pasqua – Anno B - 2021

“La fede, una scelta di libertà!”


 

(At 9,26-31 - Sal 21 - 1Gv 3,18-24 - Gv 15,1-8)

 

       Il tempo liturgico della Pasqua è il tempo favorevole per meditare sulla fede e sul battesimo ricevuto. Basta aver ricevuto il Sacramento del Battesimo per essere credenti e vivere la fede?

       Dalla notte di Pasqua e per tutto il tempo liturgico pasquale, la liturgia ci fa fare memoria del dono della fede ricevuta con il Battesimo. Siamo invitati a rinnovare le promesse battesimali, che genitori e padrini hanno fatto per il loro figlio o che il catecumeno adulto ha fatto da sé.

       Cosa significa, dunque, avere fede? Cosa significa essere battezzati?

       Queste domande possono apparire retorica inutile, ma soffermandosi a meditare le letture di questa domenica, assumono un’importanza fondamentale per attuare la Parola ascoltata.

       «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (Gv 15, 1-4).

       In questi versetti è espressa la realtà della fede e il dono del battesimo. Con il battesimo siamo inseriti in una comunione vitale con Dio, che si basa e si alimenta per la Parola donata, ascoltata, meditata e attuata. La relazione con il Cristo, per il battesimo ricevuto, non è formale, ma esistenziale: senza una continua e profonda relazione con Lui non possiamo “esistere nella fede” e, quindi, non portiamo frutti.

       La relazione esistenziale con Cristo è una costante e continua scelta di libertà, che ogni giorno occorre rinnovare e comprendere nelle varie circostanze della vita.

       L’imperativo “Rimanete in me” esprime bene quanto è importante la decisione di libertà personale nel rapporto di fede con Cristo. La fede si vive nelle continue decisioni di libertà, nelle scelte coerenti e attuative della Parola ricevuta.

       La relazione vitale e autentica con Dio, per il dono del Battesimo ricevuto, si attua e cresce quotidianamente nel concreto della personale esistenza. Occorre, pertanto, un impegno di riflessione e introspezione serio e costante al fine di crescere costantemente nel rapporto con Dio e mantenerlo vivo, così come il tralcio unito alla vite, che riceve la linfa vitale.

       La linfa vitale che rende viva la fede è la Parola di Dio che diventa luce e guida nel cammino quotidiano. Come la linfa genera vita, così la Parola di Dio genera vita se ascoltata, meditata e attuata.

       La fede è scelta di libertà per l’accoglienza libera e liberante della Parola, senza di essa saremo senza vita e la fede pian piano resterà solo una religiosità vuota di senso e sterile.

       Dalla Parola, sostenuta dalla Grazia sacramentale, la vita viene trasformata e le scelte sono basate e fondate sull’appartenere a Cristo, sul “rimanere” uniti a Lui.      

       «Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5).

       L’unione con Cristo non è solo affettiva, ma anche effettiva e rende la vita feconda di frutti secondo lo Spirito. L’unione con Cristo produce frutti di amore fraterno e solo in una dimensione “contemplativa” i frutti saranno costanti e genereranno vita di grazia.

       Per vivere e fare il bene occorre essere “uniti”, “radicati”, in Cristo; occorre “rimanere” in Lui in una vita di contemplazione, mediante la meditazione, accoglienza e attuazione della Parola, la vita sacramentale e la preghiera nello Spirito, che si concretizza in una vita di servizio.

       L’evangelista in questo versetto sintetizza la “vita nello Spirito”, indispensabile per dare gloria a Dio e testimoniarlo nel mondo; presenta la “mistica dell’amore” e la “mistica del servizio”: per un servizio fruttuoso al prossimo occorre vivere una profonda comunione con Dio, una unione contemplativa con il suo Amore; per una contemplazione piena di Dio occorre un servizio di carità autentico e pieno al prossimo.

       «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3, 18).

       In questo versetto della prima lettera, Giovanni esorta ad una fede concreta, non di parole, ma di fatti concreti, reali, di azioni di amore fraterno. Questi atti concreti devono essere ispirati alla “Verità”, cioè secondo la verità di Cristo, l’annuncio del Messia, il Vangelo ricevuto.

       Agire nella verità significa, dunque, agire secondo Cristo, nella piena sequela e in obbedienza al suo annuncio. Agire nella verità significa attuare nel concreto della personale esistenza il “come ho fatto io” del Cristo nella lavanda dei piedi (cfr Gv 13).

       La fede è un agire in comunione con Cristo, seguendo il suo esempio, agendo nel suo amore. Per attuare tutto questo occorre che ogni giorno rinnoviamo la nostra scelta di libertà di adesione alla sua chiamata. Il battezzato ogni giorno rinnova la sua professione di fede e si impegna a viverla nelle vicissitudini ordinarie.

       La fede come scelta di libertà e di adesione all’amore di Dio non si esprime nella straordinarietà degli eventi e dei gesti, ma nella ordinarietà e complessità del quotidiano.

       Nella ordinarietà della vita di fede, nella piena comunione ecclesiale in cui si è inseriti per il Battesimo, il cammino di fede deve essere percorso, come ci ricorda il brano di Atti, “nel timore del Signore” e “con il conforto dello Spirito Santo” (At 9, 31).

       “Il timore del Signore” indica il dover avere sempre presente l’insegnamento del Cristo e saper discernere ciò che gli è conforme.

       “Con il conforto dello Spirito Santo” significa vivere quella costante adorazione, contemplazione del Signore che permette di restare fedele e operare nel suo amore.

       Camminiamo nella fede, facendo ogni giorno la nostra scelta di libertà; «[…] osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito» (1Gv 3, 22).


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