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La Luce Negli Occhi

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Giovedì Santo «Missa in Coena Domini» – Anno B - 2021

“Dall’Io al Noi”


 

(Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15)

 

          «io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso» (1Cor 11, 23)

         Eccoci ancora una volta a rivivere il Triduo Pasquale che inizia con la celebrazione della Messa nella Cena del Signore, in cui facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia.

         Sono giorni forti della fede, che coinvolgono emotivamente e caratterizzati da particolare devozione. Sono giorni e celebrazioni che ancora richiamano ad una partecipazione anche i meno praticanti e quelli legati ad uno dei cinque precetti generali della Chiesa: “Confessarsi almeno una volta all'anno e comunicarsi almeno a Pasqua”.

        Resta comunque indispensabile in questo giorno domandarsi: “Cosa è l’Eucaristia? Cosa significa per me? Come vivo l’Eucaristia?”. Sembrano domande scontate e, forse, inutili, ma a ben rifletterci nascono dall’affermazione di San Paolo di 1Cor 11,23.

         L’Eucaristia è dono di Cristo che esige di essere trasmesso con la vita. Prima di essere un precetto da assolvere (Partecipare alla Messa la domenica e le altre feste comandate), è comunione con Cristo che si traduce in una vita rinnovata, rigenerata dall’amore, che non può non essere trasmessa, perché tutti possano godere di questo dono di amore del Cristo.

         L’Eucaristia è la nuova alleanza con Dio nel sacrificio di Cristo; è presenza vera e viva di Cristo; è fonte di comunione con Dio e i fratelli; è viatico, sostegno al nostro cammino di fede.

         L’Eucaristia fa la Chiesa: essere Chiesa significa essere e vivere in comunione con Cristo e con il prossimo. Senza la vita di comunione vera con il prossimo il battezzato non vive la fede: «Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5, 23-24).

         Se questo vale per l’offerta sacrificale antica, tanto più vale per accostarsi al dono di amore di Cristo: se non si è in pace, se si è escluso qualcuno dalla propria vita, non ci si può accostare a ricevere il dono di amore e di comunione, la presenza reale di Cristo. Il dovere morale della riconciliazione ha carattere prioritario su tutti gli altri obblighi, compreso il culto e la preghiera: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe» (Mc 11, 25).

       Le tante celebrazioni eucaristiche offerte e a cui partecipiamo come battezzati, credenti, come sono vissute e cosa trasmettono al prossimo?

       Inutile continuare a pensare che la nostra società segua i valori cristiani. Inutile illudersi che la religione cattolica sia professata dalla maggioranza degli italiani. Oramai solo una piccolissima percentuale pratica con regolarità e vive secondo il Vangelo.

        Colpa della cultura, del tempo che viviamo? Forse era più facile anni addietro, magari al tempo di Gesù? Nulla di più errato! Tutto dipende dalla scelta personale e dalla testimonianza di fede che incontra. Se oggi la società non ha riferimenti con la fede cattolica molto dipende dalla testimonianza dei cristiani, da come vivono la loro fede.

        Newman, a tal proposito, afferma: «Inoltre, è difficile resistere all’idea che, se fossimo vissuti in un’epoca di miracoli, o al tempo della vita terrena del Signore, saremmo stati uomini completamente diversi: tanto è difficile persuaderci che indipendentemente dalla forza esercitata dalle circostanze esterne sulla nostra condotta, in fin dei conti siamo noi e non quelle la causa prima di ciò che facciamo e di ciò che siamo»[1].

       Questo Giovedì Santo, in questo anno segnato dalla pandemia, non possiamo non soffermarci a considerare la personale responsabilità di essere “testimoni” con la vita del dono dell’Eucaristia; non possiamo non verificare se siamo portatori di speranza nel mondo per il dono di amore dell’Eucaristia.

       Fare memoria dell’istituzione dell’Eucaristia significa non dimenticare che Gesù ci ha insegnato a “fare come Lui”: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13, 14-15).

      Celebrare e ricevere l’Eucaristia conduce inevitabilmente a vivere “di Cristo” e “come Cristo”: alimentati del suo amore, amare e servire il prossimo in verità e carità.

    L’Eucaristia conduce al rinnovamento della propria esistenza, al cambiamento radicale di mentalità, di prospettiva. L’Eucaristia esige assumere la logica del servizio, abbandonare la logica del potere e valutare ogni cosa nella prospettiva del “noi”, cioè non per un bene e tornaconto personale, bensì nella ricerca del bene di tutti.

      Ciò che ostacola questo rinnovamento radicale è l’egoismo, il peccato. La grazia sacramentale non può portare frutti se ostacolata dal cuore che non vive nell’umiltà: «Quel che pone ostacolo alla loro efficacia è, per il battesimo, la mancanza di fede; per la confessione, la mancanza di contrizione; per il sacramento dell'altare, il peccato mortale o la volontà perversa; e così di seguito, per gli altri sacramenti. Non solo non si ricevono allora nuove grazie, ma aumentano i peccati»[2].

     Vivere l’Eucaristia, essere “cristificati”, trasmettere ciò che abbiamo ricevuto, significa passare dalla logica dell’Io alla logica del Noi, dall’egoismo alla comunione, dal potere al servizio. In questa novità di vita siamo inseriti e guidati dalla Grazia del dono dell’Eucaristia: senza non possiamo vivere; senza non siamo cristiani!

 

[1] J. H. Newman, Sermone VIII. La responsabilità umana non dipende dalle circostanze, in A. Bosi (a cura di), Opere di John Henry Newman. Apologia, Sermoni universitari, L’idea di università, UTET, Torino 1997, 570.

[2] G. Ruysbroek, L’ornamento delle nozze spirituali, in S. Simoni (a cura di), Mistici del XIV secolo. Imitazione di Cristo, Tauler, Ruysbroek, UTET, Torino 1988, 322-323.


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