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Domenica delle Palme – Anno B - 2021

“Segno o Fede?”


 

(Mc 11,1-10; Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47)

 

         «Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!» (Mc 14, 10)

       Ad un anno dall’inizio di questa pandemia, eccoci di nuovo a vivere una Settimana Santa all’insegna del ridimensionamento delle tradizioni e dei gesti che contraddistinguono questo tempo forte e fondamentale della fede cristiana.

     Meditando sulla liturgia della Domenica delle Palme e sulle indicazioni della Santa Sede e della CEI[1] per la celebrazione dei riti della Settimana Santa (ed in particolare l’indicazione «in nessuno modo ci sia consegna o scambio di rami d’ulivo»), mi sono soffermato su alcuni aspetti e considerazioni che spero possano tornare utili anche a chi legge.

     La celebrazione della Domenica delle Palme, chiamata anche Domenica della Passione del Signore, ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ricevuto da una folla che agitava rami di palma, emblema del trionfo del Messia.

      Il racconto evangelico fa riferimento all’ingresso di Gesù a Gerusalemme durante la festa ebraica di Sukkot o “Festa delle Capanne” (Levitico, 23, 41-43), una delle tre feste di pellegrinaggio prescritte nella Torah, feste durante le quali gli ebrei dovevano recarsi al Santuario a Gerusalemme, fino a quando esso non fu distrutto dalle armate di Tito nel luglio del 70 d.C.

      Durante il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme gli ebrei portano con se il lulàv: un mazzetto intrecciato di vegetali composto da un ramo di palma, due di salice, tre di mirto e da un cedro, che va agitato durante le preghiere.

      Forte è il significato simbolico del lulàv: la palma, simbolo della fede, il mirto, simbolo della preghiera che s’innalza verso il cielo, il salice, la cui forma delle foglie rimandava il significato della bocca chiusa dei fedeli, simbolo del silenzio di fronte a Dio, legati insieme con un filo d’erba, il cedro, l’etrog, che rappresentava il frutto che Israele unito rappresentava per il mondo (Lv. 23,40).

       Secondo un’altra interpretazione simbolica la palma sarebbe la colonna vertebrale dell’uomo, il salice la bocca, il mirto l’occhio ed infine il cedro il cuore. L’uomo rende grazie a Dio con tutte le parti del suo essere.

      Il cammino era ritmato dalle invocazioni di salvezza (Osanna, in ebraico Hoshana) in quella che col tempo divenuta una celebrazione corale della liberazione dall’Egitto: dopo il passaggio del mar Rosso, il popolo per quarant’ anni era vissuto sotto delle tende, nelle capanne; secondo la tradizione, il Messia atteso si sarebbe manifestato proprio durante questa festa.

       Gesù entrò in Gerusalemme seduto sull’asina come aveva chiesto il giorno precedente, simbolo di umiltà e mitezza. La folla lo osanna come Messia e, come riporta l’evangelista Matteo, riconosce l’adempimento della profezia di Zaccaria (9, 9) «Dite alla figlia di Sion; Ecco il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma».

      I cristiani, commemorando l’ingresso a Gerusalemme, proclamano e riconoscono Gesù come il Messia. Camminano con Lui portando il ramoscello di ulivo o di palma, gridando Osanna al Figlio di Davide, consapevoli che Gesù è il Messia manifestatosi nella sua gloria con la sua passione, morte e risurrezione.

       Per i cristiani il ramoscello di palma, o di ulivo, ha un significato diverso da quello ebraico, perché è segno della testimonianza della fede; del camminare nella volontà di Dio nella piena sequela del Cristo Messia; della unione personale alla kenosi del Cristo indicata in Filippesi 2, 6-11.

      Il ramoscello è un segno, che se non seguito dal vero cammino di fede, rischia di essere vuoto o addirittura un amuleto, con cui invitare alla “pace” (ricordando la colomba del diluvio universale), ma non il segno della “pace” che Cristo porta nei cuori, per l’alleanza definitiva sancita nel suo sacrificio, che si ottiene con l’obbedienza della fede alla sua Parola.

      In questa domenica, oltre la commemorazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, viene proclamata la Passione di Gesù tratta da uno dei sinottici (in questo anno dall’evangelista Marco), mentre il Venerdì Santo viene sempre letta la Passione dall’evangelista Giovanni. La lettura della Passione ricorda ai fedeli che riconoscere e proclamare Gesù come Messia significa unirsi alla offerta di sé sulla croce, in obbedienza alla volontà del Padre, per partecipare così alla sua gloria nel suo Regno.

      L’evangelista Marco, nel suo racconto dell’ingresso a Gerusalemme, è l’unico che riporta questa invocazione del popolo: «Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!» (Mc 14, 10). Con questa espressione vuole proclamare Gesù «re davidico», il Messia atteso, che non restaura la potenza di Israele su altri regni, ma viene a indicare il Regno di Dio, regno di pace e di giustizia, di umiltà e amore, a cui parteciperanno tutti coloro che lo seguono e lo riconoscono come Re e Signore della propria vita.

      In questa domenica, in questo anno segnato ancora dalla pandemia, il Signore ci invita a vivere i riti soffermandoci sul loro vero significato, andando all’essenziale della nostra fede.

     La Domenica delle Palme non può limitarsi al ramoscello di ulivo, alla palma donata, altrimenti resta un segno vuoto, trasformandosi in un amuleto! Di esso possiamo fare a meno, ma non possiamo esimerci da vivere la nostra unione a Cristo imitando la sua kenosi!

     Al segno possiamo rinunciare, ma non alla sequela di Cristo attraverso la vita basata sull’ascolto della sua Parola, la grazia sacramentale e la vita di carità.

     Siamo noi chiamati ad essere “testimoni”, “palme viventi” che annunciano con la vita la gioia di essere cristiani e la pace che abita nei cuori per la sequela del Cristo Signore, Re e Messia.

     Tocca a noi decidere di scegliere il “segno” o la “fede”: se essere “palme viventi” con la vita o usare un “simbolo” senza la nostra vera testimonianza!

 

[1] MI riferisco alla Nota della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti del 17 febbraio 2021 e alle indicazioni della presidenza della Conferenza episcopale italiana del 23 febbraio 2021.


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