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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi



XII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“Appartenere a Dio ed essere testimoni dell’Amore”


 

(Ger 20,10-13; Sal 68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33)

 

       Essere cristiani implica essere testimoni! Tutti siamo consapevoli di questa responsabilità e nello stesso tempo sappiamo quanto sia difficile viverla. Tante volte, chi vuole vivere in pienezza la fede si trova a fare i conti con un profondo senso di disorientamento e disagio, perché professarsi credenti sembra essere fuori dalla realtà.

       Parlare di fede, affermare che si è credenti praticanti, che si ha una morale ispirata ai valori evangelici, che si è contro l’aborto e l’eutanasia, che si crede nel matrimonio unico ed indissolubile e tanto altro, pone in una condizione di minoranza e di esclusione dal sentire comune.

       La fede non ha più nessuna rilevanza sulla vita della società e la Chiesa ha sempre meno peso sulla formazione delle coscienze. In questo contesto culturale, in cui i valori sono sempre più soggettivi e mutevoli in base alle situazioni contingenti, il pensiero forte della fede diventa troppo oneroso da accettare.

       Questa situazione non deve spaventare o demotivare i cristiani, perché è di fatto la condizione di ogni tempo: essere credenti e testimoniare la fede significa vivere ed essere controcorrente al mondo.

       È l’esperienza del profeta Geremia, che si sente osteggiato anche dagli amici: «Sentivo la calunnia di molti […] Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta» (Ger 20, 10).

       È la condizione del salmista, servo di Dio che soffre proprio per la causa di Dio: «Per te io sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia; sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre. Perché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me» (Sal 68).

       Per ciascun credente, che vive in pienezza la fede, la sorte non sarà mai diversa. Gesù, nel vangelo di Giovanni (15, 18-21), lo dice con chiarezza: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra» (v. 20).

       Per essere veri credenti e testimoni credibili non bisogna soffermarsi a considerare le difficoltà o le reazioni delle persone che incontriamo, bensì crescere nella relazione con Cristo e fondare su Lui la nostra vita. Questo è il senso della pericope evangelica di Matteo (10, 26-33).

       Gesù sprona i discepoli ad essere imperterriti nella proclamazione del Vangelo, sicuri di essere nelle mani del Padre celeste e che tutto quello che potrà accadere loro non avverrà senza il suo consenso.

       L’invito ripetuto più volte, “Non abbiate paura”, è il leitmotiv del brano evangelico. Connota la virtù della fede: una fiducia nell’amore di Dio e nella sua protezione, che dà coraggio e fa considerare tutto relativo a Lui, anche la persecuzione e la morte fisica.

       Gesù ci invita a porre nel giusto posto le cose e ad avere una scala di valori da seguire ove tutto è derivante da Dio, che è il primo e assoluto valore che dà senso e speranza all’esistere.

       Proviamo a soffermarci su cosa è importante per noi. Riflettiamo con attenzione su qual è il bene primario nella nostra vita a cui tutto deve riferirsi.

       Se leggiamo con attenzione la nostra cultura occidentale, credo converremo nel riconoscere che “apparire” e “potere” sono due cardini su cui tutto ruota. La ricerca spasmodica di un corpo perfetto, che non deve essere segnato dal tempo, ma che deve mantenersi sempre giovane e in forza è il frutto del cardine ”apparire” a cui la società consumistica ci sta educando. “I can” è diventato il motto che guida ogni cosa e che regola la nostra vita, al punto che la libertà è sempre più legata al “poter fare” e non al “dover essere”.

       Il cristiano ha altri metri di valutazione e di comportamento. La vita ha valore in sé e in ogni condizione e possibilità. Essa non dipende dalla potenzialità e capacità: caratteristiche necessarie, ma secondarie. Essa, avendo valore in sé a prescindere dalle condizioni e possibilità, va spesa come dono ricevuto facendola fruttificare in una reciprocità di relazioni ove ognuno è dono per l’altro.

       L’espressione: «Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!» (Mt 10, 31), evidenzia che la nostra vita, in rapporto al resto del creato, ha un valore maggiore perché per noi Dio si è donato fino alla morte di croce. Questa verità della fede ci deve spronare ad una esistenza che vada oltre il mondo, che sia fondata non sulle cose effimere e passeggere, ma sul dono di grazia ricevuto non per merito bensì per amore.

       Da qui comprendiamo l’esigenza che Gesù dimostra verso chi decide di seguirlo, regolata dalla una sorta di legge del Taglione: «Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10, 32-33).

       I verbi “riconoscere” e “rinnegare” esprimono la profondità e l’essenza della relazione con il Cristo. Non rivelano il giudizio di Dio, perché questo lo decidiamo noi stessi in questa vita, nella quotidianità delle azioni e nella particolarità delle situazioni, fino a quelle estreme della persecuzione.

       Riconoscere e rinnegare esprimono, dunque, la profondità della relazione di fede che viviamo. Non basta dire “credo” o “Gesù è il Signore” e neanche pregare, invocare il suo nome per poter dire di riconoscerlo e non rinnegarlo. Occorre che questa relazione fondi, orienti e determini ogni istante del mio esistere, dalla più semplice e insignificante azione alla decisione importante della vita.

       Si tratta di “appartenere” a Dio! Questa realtà profonda e costitutiva della fede è in netto contrasto con la mentalità di questo mondo, con la cultura in cui viviamo. Appartenere a Dio è un concetto che va contro l’individualismo su cui fa leva la nostra società.

       Appartenere a Dio, non è un perdere la volontà decisionale e la libertà, ma indica l’identità del credente: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 15); «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio» (Gal 4, 4-7).

       Non è una appartenenza da “schiavi”, ma da “liberi” in virtù dell’amore da parte di Dio; non è una appartenenza da sudditi, ma da figli, per il dono di amore del Figlio.

       Rinnegare Gesù non è solo non conoscerlo davanti agli uomini, ma quanto di più nella propria coscienza quando anteponiamo a Dio i nostri interessi, ragionamenti, condizioni, posizioni e giudizi. Possiamo essere rinnegatori di Cristo pur confessando apertamente davanti agli uomini che lo amiamo e crediamo in Lui, ma poi avere il cuore indurito dal rancore, dal risentimento, dal giudizio temerario e/o spietato verso il prossimo.

       Si tratta di un rinnegamento edulcorato da belle pratiche, ma reale e insidioso perché radicato nella nostra coscienza, anche se nascosto dietro a giustificazioni che a volte sembrano trovare forza addirittura nella Parola di Dio. Questa, purtroppo, è la vera tentazione e la radice del peccato, che ci addormenta la coscienza e ci fa apparire giusti e santi davanti a Dio e agli uomini, non riconoscendo in noi l’ipocrisia e la meschinità.

       Se analizzando in verità la nostra coscienza, ci dovessimo riconoscere di essere nella condizione di aver rinnegato il Cristo, come Pietro, possiamo sempre contare sulla sua fedeltà e misericordia e ritornare a Lui con cuore contrito e pronto a riprendere il cammino vero di sequela.

       Non perdiamo mai la speranza in noi e fortifichiamo la nostra fede con un continuo esame di coscienza, per essere autentici testimoni di Cristo, riconoscendolo prima nel nostro essere conformando mente, cuore e volontà in Lui, e poi riconoscendolo davanti agli uomini con parole e gesti espressi in verità e carità.

 

 

        “Signore, tu ci hai donato la tua grazia,

        ci hai amato e perdonato quando ancora eravamo nel peccato.

        Non per i nostri meriti ma per il tuo infinito amore,

        ci chiami ad una relazione di amicizia e di fraternità con Te.

 

        Tu non ci lasci soli nella prova,

        ma ci vieni in soccorso con il tuo Spirito.

        Sostieni e rafforza la nostra fede,

        perché sappiamo essere autentici e credibili testimoni

        del tuo amore e della tua volontà.

 

        Perdona la nostra incostanza

        e la nostra codardia di fronte alle prove della vita.

        Perdonaci se non siamo stati capaci

        di amare e se abbiamo dubitato del tuo amore.

 

        Oggi, spronati ancora una volta dalla tua Parola,

        ti chiediamo di accrescere la nostra fede e fortificarci nel tuo amore

        per saper essere testimoni e farci prossimi

        ad ogni persona che poni sul nostro cammino.

 

        Donaci il tuo Spirito per saper:

        consolare chi è nella disperazione,

        confortare chi è nel dolore,

        correggere chi è nell’errore,

        consigliare chi è nel dubbio.

 

        Concedici soprattutto di essere rinnovati

        nel cuore, nella mente e nella volontà

        perché in ogni momento della nostra vita

        sappiamo riconoscerti e manifestare

        la nostra appartenenza a Te,

        Signore e Maestro della nostra vita.

        Amen!”

       


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