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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi



Domenica delle Palme – Anno A

“Essere umili per fare la volontà di Dio”


 

(Mt 21,1-11; Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14- 27,66)

 

       «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26, 41).

       Pensando a ciò che stiamo vivendo e rivedendo nella mente le scene strazianti di questi giorni, questa frase di Gesù risuona con tanta forza dentro di me, declinandosi in tanti aspetti della vita.

       Il desiderio di amare Dio e di seguirlo, di comprendere e vivere la sua Parola ed agire sempre secondo la sua volontà fa spesso i conti con la mia umanità, i miei limiti e i miei difetti.

       Vorrei fare tanto, ma mi ritrovo sempre a scontrarmi con i miei errori. Mi sento impotente ed impaurito di fronte alla malattia, alla sofferenza, sia fisica che spirituale, ed alla morte. La debolezza della condizione umana mi richiama i miei errori e limiti, ma mi fa sentire anche amato da Dio. Se con il passare degli anni capisco quanto poco tempo abbiamo per vivere al meglio la vita, trovo anche maggiore stimolo a non perdere il tempo che ho a disposizione per amare e gustare la gioia degli incontri, dei momenti di scambio, delle condivisioni con le tante persone che ho la fortuna di incontrare.

       Purtroppo, i rapporti umani non vanno sempre come si vorrebbe e tante relazioni si interrompono, per ragioni futili, per interessi umani, che poco hanno a che fare con la “Verità”, con Dio, ma che spesso riusciamo anche a giustificarli davanti a Lui!

       In questi casi la frase di Gesù assume un significato contrario a quello che ha: lo spirito, la coscienza, la volontà di vivere secondo Dio diventa succube delle logiche umane che hanno l’ardire di giustizia divina, di correttezza morale.

       San Paolo esprime bene il conflitto interiore che vive tra la legge di Dio e quella della carne, un confitto che è di ogni vero credente: «Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra» (Rm 7, 22-23)

       Comprendere il corretto rapporto “spirito-carne” permette di vivere l’equilibrio nella vita e stimola a cercare sempre più ciò che permette di apprezzarla per quella che è: un meraviglioso dono da far crescere e condividere. Permette di cercare la “Verità” e di compierla; di fare propria la preghiera di Gesù al Padre nell’orto del Getsemani: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26, 39).

       Comprendere il rapporto “spirito-carne” ci fa crescere nell’umiltà, cambiare mentalità ed assumere la logica di Dio. Ci rende più “umani”, perché ci fa vivere da “figli di Dio”, destinati alla “gloria di Dio”.

       Tutto questo richiede la disposizione all’umiltà del cuore! Gesù è il modello di uomo da seguire. San Paolo lo dice nella pericope di Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 6-8). La “kénosi” di Cristo, il suo umiliarsi fino alla morte di croce, è la via da imitare per compiere anche noi la volontà di Dio Padre.

       In cosa consiste per noi? Certamente lavorare sul nostro orgoglio personale, sul bisogno di affermazione, sull’egoismo ed egocentrismo che è connaturale con il nostro essere a diversi livelli.

       Ognuno ha il suo cammino da compiere. Ognuno, nell’intimo della propria coscienza, sa in cosa consiste per sé il lavoro di umiltà, di svuotamento del proprio orgoglio, da dover compiere.

       Per questo è importante, come invita Gesù, pregare: «Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26, 41). Vigilare su sé stessi, sul proprio pensiero, sui propri sentimenti, sugli atteggiamenti e gesti. Pregare per comprendere e compiere ogni cosa nella volontà di Dio, che consiste non in cose straordinarie ed eroiche, ma nel quotidiano compiuto con amore e verità.

       In questi giorni, angosciati per la pandemia e provati dalle tante vittime, non è facile dire con Cristo: “non si compia la mia, ma la tua volontà”. Qual è la volontà di Dio? Cosa ci chiede il Signore? Vuole la nostra sconfitta? Vuole la morte di migliaia di persone?

       Certamente non è questa la sua volontà. Eppure tutto è da lui voluto, permesso! Di conseguenza, oggi fare la volontà di Dio è riconoscere innanzitutto che siamo destinati alla morte e siamo fragili, impotenti e limitati.

       Fare la volontà di Dio, in questa situazione, significa sicuramente impegnarsi a salvaguardare la propria ed altrui salute. Significa riconoscere, ancora una volta, che nulla siamo e possiamo, ma tutto è un dono ricevuto.

       Significa recuperare ciò che abbiamo perduto, presi dalla frenesia della nostra società. Significa guardare a questo momento come ad una occasione di bene da compiere, di amore da recuperare, di perdono da chiedere al prossimo che abbiamo ferito.

       Significa affidarsi ed abbandonarsi nelle mani del Padre misericordioso, certi del suo amore e del suo perdono. Significa non cadere nella disperazione ed angoscia, ma saper dire a Dio il nostro “Amen”, “così sia”.

       La figura di Pietro, nell’orto del Getsemani, provato dal sonno, e nel cortile, impaurito e incapace di professare la sua fede, mi sembra, rappresenti la condizione di ciascuno di noi di fronte alla sfida di questi giorni. Siamo provati dalla malattia, dalla veloce diffusione; impauriti dal contagio e dalle severe conseguenze; impotenti e incoscienti nello stesso tempo.

       Se da una parte ci aggrappiamo alla fede, dall’altra non vogliamo riconoscere la nostra debolezza e caducità. Riscopriamo la possibilità di credere, ma cerchiamo un Dio che sia la soluzione al problema e poi ci lasci in pace nel riprendere a vivere senza di Lui.

       Se ci soffermiamo sulla figura di Pietro riusciamo a ritrovare il giusto modo di rapportarci a Dio e a disporre il cuore a fare la sua volontà. Pietro era certo di aver capito e conosciuto chi era Gesù, ma di fatto aveva una conoscenza non completa e in parte erronea. Pensava al Messia, ma non poteva accettare la sua morte. Era pronto ad accettare un Messia forte, liberatore, ma non capiva ancora in che modo la forza e la liberazione si sarebbe manifestata in Gesù Cristo.

       Solo quando ha toccato con mano la sua fragilità e ha ricordato le parole di Gesù, parole non di accusa, ma di amorevolezza e verità, è stato in grado di amarlo fino in fondo, umiliandosi nel pianto (“pianse amaramente”), aprendosi al suo perdono rigeneratore.

       Se non siamo disposti a liberarci dalla nostra arroganza di gestire e controllare la nostra vita, potendo accettare così solo un Dio che sia a totale nostra disposizione, anziché aprirci all’esperienza rigenerante e consolante dell’amore misericordioso del Padre, non potremo fare altro che chiuderci totalmente a Dio ed accusarlo di essere un tiranno fino negare la sua esistenza, oppure cadere nella disperazione come Giuda Iscariota e decretare la morte della nostra coscienza morale, assoggettandola a valori individualistici o di opportunità.

       «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26, 41).

 

“Signore Gesù,

contemplando la tua Passione,

ti chiedo di accrescere la mia fede.

 

Riconosco che vorrei amarti e seguirti,

ma spesso mi ritrovo a cercare e fare

quello che voglio io e non la tua volontà.

       

Aiutami a capire,

in ogni momento della mia vita,

cosa è giusto davanti a Te,

quale sia la volontà del Padre.

 

Con Pietro, sopraffatto dalla debolezza umana

e impaurito di fronte alla prova,

ti chiedo perdono per la mia incredulità,

per il mio peccato, per il mio orgoglio.

 

Concedimi la tua Grazia,

perché faccia della mia vita una lode a Te,

delle relazioni con il prossimo un servizio di carità,

dei vari momenti della giornata una opportunità

per edificare e mai distruggere,

per seminare speranza e mai disperazione.

Amen!”


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