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IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 01 febbraio 2026

“Chiamati alla giustizia e all’umiltà”


(Sof 2,3; 3,12-13 - Sal 145 - 1Cor 1,26-31 - Mt 5,1-12)

 

       «[…] cercate la giustizia, cercate l'umiltà» (Sof 2,3).

      

       «quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono. […] chi si vanta, si vanti nel Signore» (1Cor 1, 27-28.31).

      

       «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli [...] Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. […] Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 3.5-6.8).

      

       Nella nostra società siamo abituati a considerare il cristianesimo parte della storia civile. Sappiamo che il cristianesimo ha posto le radici della cultura occidentale, ma questo non significa che sia una religione che condivida la mentalità del mondo e la Parola di Dio di questa domenica lo afferma con molta determinazione.

      

       Perché il cristianesimo e il mondo sono così distanti? La risposta è nel fine della esistenza. Per il mondo il fine è la materialità e la soggettività: l’esistenza è legata a ciò che possiede e a ciò che vuole[1] nella condizione del qui ed ora. Per il cristianesimo la vita si apre alla Trascendenza, alla vita oltre la materialità, quindi il fine è oltre la materialità e la vita personale è proiettata verso Dio; la vita trova senso e origine in Dio. Il cristianesimo chiede una adesione alla proposta di vita secondo Dio e il suo insegnamento e questo è una assurdità per il mondo, tutto centrato sulla vita materiale.

      

       Il cristianesimo è centrato su Cristo che per il mondo è «sasso d'inciampo e pietra di scandalo» (1Pt 2, 8). San Paolo esorta a non conformarsi alla mentalità di questo mondo (Rm 12, 2), ma a conformarci a Cristo (Rm 8, 29).

      

       Nel brano evangelico, Gesù invita a vivere le Beatitudini, che sono in netto contrasto con i “beati” secondo il mondo. Non invita alla ricchezza, al potere, al sopruso, ma esorta a vivere nella “povertà di spirito”, nella “mitezza”, nella “giustizia”, nella “purezza di cuore”.

       Queste condizioni sono stoltezza secondo il mondo! Scegliere Dio significa essere disposti a vivere in una condizione di scarto!

       Papa Benedetto XVI, nell’Angelus del 30 gennaio 2011, commentava il brano evangelico così: «Non si tratta di una nuova ideologia, ma di un insegnamento che viene dall’alto e tocca la condizione umana, proprio quella che il Signore, incarnandosi, ha voluto assumere, per salvarla. Perciò, «il Discorso della montagna è diretto a tutto il mondo, nel presente e nel futuro … e può essere compreso e vissuto solo nella sequela di Gesù, nel camminare con Lui» (Gesù di Nazaret, p. 92). Le Beatitudini sono un nuovo programma di vita, per liberarsi dai falsi valori del mondo e aprirsi ai veri beni, presenti e futuri»[2].

      

       Gesù chiama beati i “poveri in spirito”, cioè coloro che vivono nella consapevolezza della propria fragilità, in una umiltà vera e in una costante apertura alla volontà di Dio.

       I poveri di spirito non saranno mai dei VIP secondo il mondo, perché la loro preoccupazione costante sarà quella di piacere a Dio, di fare la sua volontà. La loro preoccupazione, il loro interesse è quello di divenire “Santi”, cioè di permettere che la Grazia ricevuta nel Battesimo porti frutti secondo lo Spirito Santo nella loro vita.

       Ecco qual è l’essenza della vita cristiana e qual è l’identità del cristiano!

       Il cristiano è chiamato alla “giustizia” e alla “umiltà”!

      

       La giustizia secondo il cristianesimo è disposizione della libertà personale al bene-valore, ciò comporta che essere giusto parte dall’essere in sé per esplicitarsi nei suoi atti.

       La nozione biblica di giustizia è complessa e riguarda il rapporto con Dio e con il prossimo.

     Essere giusti nel rapporto con Dio consiste nella risposta esigente alla giustizia di Dio. Questa non è la giustizia né commutativa del creditore, né distributiva del sovrano, ma è la giustizia giustificante, misericordiosa, che “più che essere giusta”, mira a “fare giusti”[3].

       La giustizia è espressione dell’amore fedele di Dio, che in Gesù viene porta a compimento con la sua opera salvifica nel sacrificio della croce. Gesù libera l’umanità dall’ingiustizia del male che l’opprime, annuncia il Regno della giustizia, realizza la nuova ed eterna alleanza a cui l’umanità è chiamata ad aderire con la propria risposta di fedeltà all’amore.

      La giustizia, nell’economia della nuova alleanza, si realizza per il credente nella sua risposta e diventa un appello esigente: la sua libertà diventa totalmente orientata all’azione giustificante della grazia in lui. Diventa impegno di fraternità, di perdono, di accoglienza, di servizio, di costruzione attiva di solidarietà, di distribuzione dei beni.

       Il cristiano non vive la giustizia come semplice osservanza del diritto, della legge, ma quanto più per lui la giustizia è espressione della fede. Non può esserci vera fede senza la giustizia.

      Chiamati alla giustizia si traduce nell’identità propria del credente: il cristiano è ontologicamente chiamato alla giustizia, il che significa che nella sua vita praticando la giustizia lavora per la salvezza, vive così pienamente la sequela divenendo santo e santificando tutto ciò che entra in relazione con lui. Non è utopia, né ragionamento fantasioso, ma è ciò che San Paolo chiama “essere conformi a Cristo”, cioè essere “cristificati”, “presenza di Cristo” nel mondo.

      La giustizia richiesta dalla fede è espressione dell’amore, della carità. Per vivere, quindi, la giustizia dell’Amore di Dio occorre vivere l’umiltà. Non c’è amore di agape senza umiltà.

          Chiamati all’Umiltà per lasciare agire Dio in noi!

       “L’umiltà è espressione di fede, speranza e carità”: questa espressione di Bernard Häring, un illustre teologo morale, ci fa comprendere che l’essenza della vita cristiana si realizza solo quando si vive l’umiltà.

          L’umiltà è un cammino di crescita nella adesione piena e radicale alla chiamata di Dio alla santità.

      San Tommaso d’Aquino afferma che “l’umiltà è la predisposizione dell’uomo per avere accesso ai beni spirituali e divini”, per cui ogni battezzato è chiamato a crescere nell’umiltà per vivere nella Grazia di Dio. All’umiltà ci si educa con l’ascolto della Parola, la meditazione e l’esame di coscienza.

        Nel cammino di crescita della fede, cresciamo in umiltà se abbiamo coscienza del proprio limite, della propria debolezza e cresciamo nell’abbandono alla Grazia. Questo ragionamento è in netto contrasto con la mentalità di questo mondo, che centra tutto sulla propria individualità e libertà. San Paolo invece ci aiuta a leggere le nostre debolezze come vanto per amare totalmente Dio: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9b-10).

         Chiediamo con fede al Signore di rendere il nostro cuore docile al suo Amore, affinché cresciamo nell’umiltà per divenire “poveri in spirito”, agire in Grazia e giustizia per essere costruttori del Regno di Dio e essere trovati degni di entrarci nel momento della nostra morte. Impegniamoci in questo cammino di giustizia ed umiltà per arrivare a dire con San Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).

 

[1] ho usato il verbo “Volere” e non “Desiderare”, proprio perché il mondo punta tutto sulla scelta libera e attiva della persona. La differenza tra volere e desiderare è che volere implica una scelta attiva, una decisione razionale e la volontà di agire per raggiungere un obiettivo concreto, spesso legato alla ragione e alla realizzazione dell'io, mentre desiderare è un'aspirazione più emotiva, vaga, che riguarda cose irraggiungibili o non immediate da ottenere, un orizzonte verso cui muoversi. Desiderare implica una prospettiva oltre la materialità, apre alla metafisica, alla trascendentalità. Volere si concentra sul possibile e concreto

[2] https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/angelus/2011/documents/hf_ben-xvi_ang_20110130.html

[3] Per la presentazione della giustizia per il cristianesimo ho preso spunto e riferimento alla trattazione del concetto fatta da: M. Cozzoli, Giustizia, in Nuovo Dizionario di teologia morale, Cinisello Balsamo, 1990, 498-517.

III Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 25 gennaio 2026

“Conversione e Sequela”


(Is 8,23-9,3 - Sal 26 - 1Cor 1,10-13.17 - Mt 4,12-23)

 

       «Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” […] Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.» (Mt 4, 17.23).

       In questa terza domenica la Parola di Dio ci pone di fronte all’inizio della missione di Gesù. Gesù, preannunciato dal profeta Isaia come la “luce” che libera il popolo dalle tenebre e che spezza il giogo dell’oppressione (Is 9, 1-3), inizia la sua missione esortando il popolo alla “Conversione” e chiamando (gli apostoli) alla sequela.

       I verbi utilizzati dall’evangelista Matteo ci aiutano a comprendere come vivere attivamente la nostra fede nell’impegno di evangelizzazione, che ogni credente deve compiere in base alle proprie responsabilità e carismi.

       I verbi “predicare” ed “annunciare” sembrano indicare la stessa azione, ma di fatto indicano delle sfumature: annunciare (dal greco kêrýssô - κηρύσσω) significa proclamare con forza e autorità una notizia importante (il "Kerygma" - κήρυγμα, la Buona Notizia del Vangelo), predicare è un'azione più ampia che include l'annuncio ma si estende all'esporre, spiegare, illustrare e dare ragioni di quella notizia, spesso con un tono di esortazione morale o spirituale, trasformando la proclamazione iniziale in una riflessione più profonda e testimonianza di fede. Annunciare è la fase iniziale e fondamentale, predicare è il processo successivo di approfondimento e applicazione.

       Questa distinzione ci permette di riflettere sulla modalità di vivere la nostra fede nel contesto sociale attuale. La prima cosa da non dimenticare mai è che l’annuncio della fede richiede “mitezza”, “amorevolezza” verso l’interlocutore e “fedeltà” verso il contenuto dell’annuncio.

       L’annuncio, sebbene è la proclamazione con forza e autorità del Kerygma, non può non tenere conto del destinatario dell’annuncio. Gesù, non riducendo mai il contenuto dell’annuncio alla situazione, ha sempre tenuto conto della persona a cui si rivolgeva (si veda il dialogo con: Nicodemo, l’adultera, il cieco nato, il giovane ricco, Giuda Iscariota).

       Oggi l’annuncio del Vangelo nella nostra società, va fatto sempre senza riduzioni della Verità, ma anche non dimenticando che la fede non è più il fondamento su cui si costruisce la propria vita. Oggi possiamo dire che il cristianesimo è minoranza!

       Giorgio Campanini, nel 2004, in merito al cristianesimo come minoranza, così scriveva: «la società si è vistosamente discostata dai valori evangelici e i credenti sono diventati marginali, sono essi stessi l’eccezione. […] Oggi, al contrario, sono i credenti che devono giustificare le ragioni della loro partecipazione al culto all’interno di una società divenuta indifferente. […] Oggi sono i credenti a dover “giustificare” agli occhi del mondo le ragioni della castità prematrimoniale, della fedeltà coniugale, della stessa scelta del matrimonio rispetto alla convivenza. Non è dunque mutata la realtà delle cose, ma la percezione di essa: l’etica sessuale e matrimoniale evangelica è sempre stata un punto di riferimento di minoranze, ma queste avevano dalla loro parte (almeno apparentemente) il consenso sociale e talora lo stesso sostegno della legge. Oggi i rapporti sono capovolti. È in questo senso, e solo in questo senso, che i cristiani sono “diventati” minoranza»[1].

       Come giustamente Campanini sottolinea, il cristianesimo è una minoranza non perché un’altra religione è seguita di più, ma in quanto non è più parte attiva della cultura, perciò oggi questo dato va tenuto in seria considerazione per offrire una testimonianza di fede credibile. Spesso si dà per scontato che chi ci è di fronte viva la fede e che possa comprendere le nostre scelte, il nostro pensiero.

       Oggi è sempre più attuale l’espressione della 1Pt 3, 15-16: «glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni. Ma fatelo con mansuetudine e rispetto, e avendo una buona coscienza; affinché quando sparlano di voi, rimangano svergognati quelli che calunniano la vostra buona condotta in Cristo. Infatti è meglio che soffriate per aver fatto il bene, se tale è la volontà di Dio, che per aver fatto il male».

       Come figli di Dio per il dono del battesimo ricevuto, chiamati alla sequela di Gesù, viviamo ogni momento della nostra vita come occasione di annuncio della nostra fede.

       Di conseguenza, l’annuncio verso chi è lontano dalla fede dovrà essere di testimonianza oltre che di contenuto del Kerygma. La fede andrà annunciata con la vita! Questa è la sfida della “nuova evangelizzazione” a cui invitava San Giovanni Paolo II verso l’Occidente, che resta sempre urgente e necessaria.

      

       A chi condivide il cammino di fede è rivolta la predicazione per esortare ad un impegno sempre più profondo e una adesione al Vangelo “conformante”.

       Gesù invitava alla “conversione”: credo che questo invito non è da intendersi solo come passaggio da una religione ad un’altra, da un modo di vita ad un altro, ma anche come un costante impegno a vivere la comune vocazione dei battezzati alla Santità: tutti i credenti sono chiamati a “conversione” ogni giorno per essere sempre più “conformi” a Cristo (Rm 8, 29), fino a poter dire con San Paolo: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21).

      

       L’evangelista Matteo afferma che Gesù guariva ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo (v.23), questo continua ad accadere nei credenti che si aprono all’Amore di Dio. Gesù continua a guarire i cuori da dolori, offese, sentimenti negativi e apre al perdono, all’accoglienza e alla fraternità. La conversione è legata alla guarigione interiore! Non c’è conversione senza guarigione da ciò che ostacola l’Amore di Dio!

      

       Gesù, che chiama alla sua sequela, chiede un impegno di vita totale: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (Mt 12, 30). È una espressione che sottolinea la necessità di una scelta di fede e di appartenenza totale, non accettando neutralità, tiepidezza spirituale, condizione, quest’ultima, condannata da Cristo e nella Bibbia: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto» (Mt 11, 17); «perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo, io sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3, 16).

       Nel contesto culturale odierno i credenti non possono vivere una fede tiepida, legata a doveri e tradizioni, ma è necessario un impegno in tutti i campi in piena adesione al Vangelo, senza alcuna riduzione e compromesso in nome di un falso rispetto della libertà altrui, perché se il credente rinuncia al proprio essere cristiano rinuncia alla propria identità, rinuncia a Cristo.

      

       Invochiamo da Dio Padre il dono del suo Spirito affinché sappiamo impegnarci per il Vangelo senza riduzioni e paure, per vivere da veri figli di Dio e raggiungere la méta della fede, la santità.

       Preghiamo per la Chiesa, in particolare per ogni comunità di fede, affinché siano luoghi in cui sperimentare la bellezza del Vangelo e l’Amore di Dio che perdona e accoglie.

O Dio, che hai fondato la tua Chiesa sulla fede degli apostoli, fa’ che le nostre comunità, illuminate dalla tua parola e unite nel vincolo del tuo amore, diventino segno di salvezza e di speranza per coloro che dalle tenebre anelano alla luce.

(preghiera di Colletta – Anno A)

 

[1] G. Campanini, Quale fede nella stagione della post-modernità, Casal Monferrato 2004, 134-135.

II Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 18 gennaio 2026

“Riconoscersi perdonati ed amati”


(Is 49,3.5-6 - Salmo 39 - 1Cor 1,1-3 - Gv 1,29-34)

       «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1, 30).

       In questa prima domenica del Tempo Ordinario – che di fatto è la seconda perché la Festa del battesimo di Gesù, celebrata domenica scorsa, è una “festa ponte”, nel senso che conclude il ciclo delle feste natalizie nel calendario liturgico e ci immette nella quotidianità dell’anno liturgico e civile, in cui ciò che abbiamo celebrato durante il Natale siamo invitati a metterlo in pratica – la Liturgia della Parola ci fa meditare sull’affermazione di Giovanni Battista, riportata nel Vangelo di Giovanni, che indica Gesù come l’ “Agnello di Dio”. Questo “titolo cristologico” indentifica Gesù come il sacrificio perfetto che toglie i peccati del mondo, collegando l'Antico Testamento (l'agnello pasquale in Es. 12, 3-5, il servo sofferente in Is. 53) al Nuovo Testamento. Cristo è colui che espia i peccati attraverso il suo dono di sé, e questo titolo sottolinea la sua mansuetudine, innocenza e la sua missione redentrice, culminante nella Croce e trionfante nell'Apocalisse come Agnello immolato ma vittorioso, capitoli 4-5.

       All’inizio dell’anno liturgico siamo chiamati a contemplare Gesù Cristo nella sua missione di Salvatore, dell’inviato del Padre per la Salvezza dell’umanità. Passiamo dalla contemplazione dell’Incarnazione alla sua finalità: la Salvezza e il perdono dei peccati, mediante il sacrificio, l’immolazione di Cristo, vittima d’amore per l’umanità intera!

       L’espressione di Giovanni Battista, che viene ripresa nella liturgia prima di accostarci all’Eucaristia, ci deve stimolare a non dimenticare mai il grande dono d’Amore di Dio per noi mediante la sua immolazione sul trono della croce!

       Il Battesimo ricevuto ci unisce a questo dono di Amore: come leggiamo nel libro dell’Apocalisse, i battezzati sono coloro che hanno «lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell'Agnello» (Ap 7, 14), quindi, rinati per il battesimo nel sacrificio d’Amore del Cristo, i battezzati sono chiamati ad essere testimoni di questo dono con la propria vita secondo il Vangelo. Il Battesimo è la vita nuova nello Spirito Santo e il battezzato è chiamato a dare spazio nel proprio cuore, nel suo essere, all’azione dello Spirito con docilità e consapevolezza della propria debolezza e fragilità.

       La vita del credente, quindi, è all’insegna dell'amore verso Dio e il prossimo, della fede, della speranza e della  testimonianza degli insegnamenti di Cristo nel mondo. Per questo occorre avere una sempre attenta vigilanza su sé stessi e una coscienza ben formata e retta per scegliere sempre il Bene e vivere nella Verità.

       Questo progetto di vita sembra utopico, considerando la cultura odierna, invece è realizzabile se il credente sa riconoscere il proprio limite e il proprio “peccato” e con umiltà abbandonarsi all’Amore di Dio e seguirlo.

       Per questo, ritengo, sia opportuno farsi alcune domande: cosa intendo per peccato? So riconoscere il mio peccato? Sento la necessità di invocare l’aiuto e il perdono di Dio per la mia vita?

       Sono domande lecite considerando la cultura individualista e laicista nella quale viviamo. Dio non appartiene più alla cultura odierna e non è di certo il riferimento delle scelte quotidiane. La nostra società non ha più alcun riferimento alla religione; i valori cristiani non orientano più le scelte della vita; i termini “salvezza” e “peccato” sono lontani dai contesti di vita. La salvezza non ha significato perché la vita non è vissuta nella tensione verso la vita in Dio e il concetto di peccato è stato sostituito dal senso di colpa per la visione individualistica della vita.

       In psicologia, il concetto di "peccato" è inteso principalmente come una violazione di norme morali interne o sociali, che genera un complesso stato emotivo chiamato, appunto, senso di colpa, caratterizzato da disagio, rimorso e inadeguatezza, spingendo a riparare il danno o a comportamenti compensatori e, di conseguenza, si lavora per gestire il senso di colpa, comprendere le cause della violazione dei propri valori, e ristabilire l'integrità interiore, spesso attraverso l'accettazione delle conseguenze e la ricerca di un equilibrio. La vita è tutta impostata sulla materialità e sulle esperienze che si vivono; la spiritualità, quale ricerca di un significato più profondo nell'esistenza, che va oltre il materiale, è ridotta al sentire personale, alla ricerca di soddisfazione e realizzazione più a livello emotivo che di senso e ricerca di sé profonda.

       La coscienza è intesa più nel suo significato psicologico che morale. Viene compresa e vissuta come capacità di essere consapevoli di sé, del proprio ambiente e dei propri stati mentali, includendo sensazioni, pensieri ed emozioni. Di conseguenza il riferimento a Dio e ai suoi insegnamenti è ritenuto inutile, non rilevante, facendo riferimento solo all’Io personale.

       La categoria di peccato, non è semplicemente una trasgressione di regole morali, precetti e leggi, ma indica “il tradimento dell’Amore”.

      

       L’espressione di Giovanni il Battista, «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1, 30), esprime e rivela l’Amore di Dio che Egli ci dona e al quale siamo chiamati a rispondere con la nostra adesione di vita. La fedeltà a questo Amore ci inserisce in quella comunione di vita con Dio e i fratelli, che si esplicita e concretizza nelle parole, nelle scelte, nelle azioni quotidiane, anche quelle che a prima vista possano sembrare insignificanti o di poca rilevanza e ricaduta sugli altri.

       La testimonianza cristiana si gioca proprio in questa fedeltà all’Amore di Dio, che va a sconvolgere e rivoluzionare ogni logica ed interesse umano.

       In questa società, come ho detto, in cui Dio non ha rilevanza sulla vita personale e la coscienza è ridotta ad un senso di colpa da zittire per ritrovare l’equilibrio individuale, i credenti sono chiamati ad una testimonianza sempre più visibile e coinvolgente della propria esperienza d’Amore con Dio.

       Occorre recuperare la gioia del riconoscersi “perdonati ed amati” da Dio e farlo trasparire fin dalle piccole cose della propria vita.

       Riscopriamo, dunque, la potenza del dono del Battesimo ricevuto, della Grazia che riceviamo nei Sacramenti, celebriamoli con il fervido desiderio di essere inondati dall’Amore di Dio.

       Affidiamoci alla Vergine Maria, che il Vangelo ci presenta come la Kecharitomene (κεχαριτωμένη (Luca 1,28), che viene tradotta comunemente come "colmata di grazia", "piena di grazia", “traboccante di grazia”, ma che indica un'azione completata con effetti duraturi, affinché, guardando a Lei, possiamo essere sempre docili all’azione dello Spirito Santo, per vivere nella gioia dei redenti, di coloro che hanno sperimentato la Grazia di Dio e il suo perdono.

       Invochiamo il dono della Grazia con le parole della preghiera di Colletta per l’anno A:

O Padre, che per mezzo di Cristo, Agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del Battesimo, perché con la forza del tuo Spirito proclamiamo il lieto annuncio del Vangelo.


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