XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 07 settembre 2025
“Un cuore sincero per vivere il Vangelo della Croce”
(Sap 9, 13-18 - Sal 89 - Fm 1, 9-10. 12-17 - Lc 14, 25-33)
La preghiera di Colletta ci prepara all’ascolto della Parola di Dio invocandolo con queste parole:
«O Dio, che ti fai conoscere da coloro che ti cercano con cuore sincero, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo diventare veri discepoli di Cristo tuo Figlio, vivendo ogni giorno il Vangelo della Croce».
Inoltre, evidenzia due condizioni per vivere bene la sequela di Cristo: avere il cuore sincero e vivere il Vangelo della Croce.
Queste condizioni sono conseguenziali e inseparabili; senza un cuore sincero e l’attuazione del Vangelo della Croce non si è cristiani.
Il brano del Vangelo di Luca ci aiuta a comprendere bene queste due condizioni della sequela.
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo»
Gesù chiede un amore primario, cioè a fondamento di ogni altro amore. Amare Lui “prima e sopra” ogni persona e cosa ci permette di amare in modo pieno e sincero, perché si ama senza limiti e condizioni, senza “ma” e senza “se”. I verbi greci ci vengono in aiuto per comprendere questa condizione: si passa da amare di “eros” ad amare di “agape”. Ciò significa che accogliendo e amando Dio si impara ad amare non in modo egoistico ed egocentrico (tipico dell’amore di eros, dell’amore umano), ma si ama a partire non da sé ma da Dio, si ama il prossimo come lo ama Dio, senza mai chiudere la porta, senza mai escludere e in caso di allontanamento o rottura, si ama con la vigilanza e l’attesa orante, carica di speranza “del ritorno” ad una comunione di vita, sull’esempio del “Padre misericordioso”. Questa modalità è “l’agape della Croce”; una modalità che capovolge ogni ordine della logica umana, «un sovvertimento di tutti i valori antichi», come afferma Nietzsche[1].
In questa prospettiva dell’agape della Croce, si comprende il verbo μισέω (miseô) della versione greca del Vangelo di Luca, tradotto nella versione CEI del 2008 con “non mi ama più di quanto ami”, ma che letteralmente si traduce con “odiare”. Gesù non intendeva il verbo odiare nell’accezione “odiare con cattiveria”. Il senso della parola “odiare” è che il Signore ci chiede di non mettere al primo posto altri affetti, all’infuori di Lui. Lui vuole essere amato per primo e ci chiede di amare come ci ama Lui: con l’agape della Croce!
Amare Dio con cuore sincero, dunque, chiede di “avere in odio” ogni forma di “amore egocentrico”, secondo cui tutto è riferito a sé stessi. Il cuore sincero è la condizione per un “amore teocentrico”, che permette di vivere la piena comunione con Dio e con il prossimo.
Amare di eros è la modalità di amore umano, che non è errato, ma è limitato. In ambito della religione, è amore che parte da sé stessi e torna a sé stessi: “l’amore egocentrico”; è l’amore del “pio cristiano”, che si loda e si compiace per la modalità del suo vivere la fede; è l’amore religioso che si limita alle pratiche in osservanza della “legge” per un compiacimento ed un elevarsi a Dio.
Amare di agape è la modalità di amore di Dio a cui partecipiamo solo ponendo Dio al centro: “l’amore teocentrico”; non è un amore connaturale, ma è un amore di partecipazione; ci è donato da Dio quando Lui è il centro e il fondamento della nostra esistenza.
In questa prospettiva tutto è secondario e assume senso e valore a partire da Dio. Amare diventa l’unica modalità dell’essere umano perché non si usano le categorie umane, ma la categoria di Dio: la Croce!
La Croce non è segno di morte, ma di vita. Il sacrificio che indica è espressione dell’amore e fonte di vita nuova e piena.
L’invito di Gesù a “portare la propria croce e a seguirlo” (Lc 14, 27) è un invito ad “amare” nella prospettiva di Dio; a vivere in pienezza la propria esistenza, nella sua caducità, finitezza e fragilità, amando Dio e il prossimo, così da “costruire” relazioni umane basate sull’accoglienza, sul “perdono”, sulla condivisione, sulla solidarietà.
La “croce”, che ogni credente è chiamato a prendere ogni giorno per seguire Cristo, è la propria vita, con tutte le sue dinamiche e situazioni positive e negative, vissuta nell’obbedienza all’Amore di Dio. La “croce” è vita quotidiana spesa nella fedeltà a Dio, in obbedienza al suo Amore, testimoniando «in ogni occasione opportuna e non opportuna» l’adesione a Cristo e al suo Vangelo.
[1] Nietzsche, Jenseits von Gut und Böse, cap. III, 46; citazione riportata interamente in A. Nygren, Eros e Agape. La nozione cristiana dell’amore e le sue trasformazioni, EDB, Bologna 1990, 177