Terza Domenica di Avvento – Gaudete – Anno A – 14 dicembre 2025
“Giovanni Battista: esempio di fortezza”
(Is 35,1-6.8.10 - Sal 145 - Gc 5,7-10 - Mt 11,2-11)
«Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,10-11).
Nella terza Domenica di Avvento è Giovanni Battista il protagonista su cui soffermare la nostra attenzione.
Gesù lo presenta alle folle come il “profeta”, il “messaggero” che prepara la via al Salvatore e come un “Grande” uomo mai nato prima, eppure egli non è nulla senza la fede che lo ha guidato e la sua fedeltà alla volontà di Dio, infatti Gesù afferma che “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” proprio perché non la sua grandezza non è data da caratteristiche e requisiti umani, ma dal suo “SI” alla volontà di Dio.
Giovanni Battista è esempio di fortezza!
Cosa è la virtù della fortezza? Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: «La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa» (CCC 1808).
Giovanni Battista ha dato testimonianza di fede fino al martirio senza mai dubitare o tentennare; ha perseverato nella fedeltà a Dio fino all’effusione del sangue. Egli è un esempio concreto di fortezza.
Ma come cristiani siamo chiamati alla stessa sorte di Giovanni Battista?
Di fatto, tutti i cristiani sono chiamati alla testimonianza, al martirio, che non è necessariamente cruento, ma è la condizione essenziale della fede: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo» (1Pt 3, 15-16).
Come vivere la virtù della fortezza nella quotidianità della vita?
Vivere la virtù della fortezza comporta l’esercizio della giustizia, l’attuazione del bene in ogni situazione della propria vita.
Parlare oggi di fortezza è antiquato e fuori contesto: la nostra società è contraddistinta da debolezza, ansia, angoscia, legami deboli e contesti vitali instabili, per cui parlare di fortezza appare solo come una esortazione per non soccombere di fronte alle sfide della vita.
La paura spesso ci impedisce di compiere il bene che riconosciamo e che difficilmente sappiamo annunciarlo. La paura di annunciare il bene, soprattutto nel contesto attuale, viene camuffata con il “rispetto dell’altro e della sua cultura, religione e ideologia”, ma di fatto è solo paura.
Inoltre, l’annuncio del bene è ostacolato dall’omertà, che di fatto è una forma di paura. Soprattutto tra i giovani è diffuso il vocabolo “infame” per indicare chi tradisce e parla. Di fatto è una cultura di omertà che regna sovrana nella nostra società. La “verità” e la fedeltà ad essa non abitano più nella vita quotidiana. L’onestà è tanto ricercata, ma poco appartiene alla realtà della persona.
Lamentarsi, giudicare e discriminare appartengono al modus vivendi di ciascuno. La ricerca del bene e del vero esige tanto impegno e fedeltà alla Verità del Vangelo, che nel contesto culturale di questi ultimi anni sembra fuori luogo, per cui occorre tanto coraggio per vivere con onestà la propria fede.
Come vivere la virtù della fortezza oggi?
Innanzitutto occorre partire da sé stessi accettando la propria fragilità e vulnerabilità, come insegna San Paolo: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12, 9-10). Non si tratta, dunque, di stringere i denti, ma di prendere umilmente consapevolezza delle proprie debolezze.
San Paolo afferma con chiarezza che è nella propria fragilità che si esprime la potenza di Dio, che agisce nel credente: «Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2Cor 4, 7).
In secondo luogo per vivere la virtù della fortezza occorre accettare la vulnerabilità che maggiormente fa paura: la morte!
La morte fisica è, per la cultura attuale, la sconfitta maggiore da esorcizzare al punto da volerla determinare e decidere il momento, così da avere il potere su di essa. Infatti, l’eutanasia sembra essere il traguardo più alto della libertà individuale e della società odierna, mentre di fatto è solo l’ultimo grido della paura umana e della solitudine esistenziale in cui la cultura dell’individualità reclude l’essere umano.
Non solo la morte fisica è da superare, ma anche le tante morti spirituali determinate dalle umiliazioni, accuse, calunnie, tradimenti, abbandoni a cui nessuno è esente. Le relazioni umane sono caratterizzate da tanto egoismo che porta a subire le morti spirituali.
San Paolo descrive queste forme di fragilità, ma il credente le vive nella fede perché si manifesti nella propria debolezza la vita di Cristo: «Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2Cor 4, 8-10).
In terzo luogo, come già detto sopra, la fortezza è la virtù che ci prepara al martirio, cioè alla condizione essenziale della fede: dare testimonianza della appartenenza a Cristo. Non c’è fortezza cristiana se non è disposizione a dare la vita per la fede, che non significa necessariamente “fino all’effusione del sangue”, ma certamente implica la lotta contro il male, il peccato, la perdita della fede, il tradimento di Dio.
La fortezza cristiana è una grazia, un dono di Dio che riempie l’animo di pace e prepara alla lotta proprio quando rischierebbe di smarrirsi e cedere al male.
Per questo è una grazia da implorare quotidianamente con umiltà, consapevoli della propria caducità e che siamo segnato dal peccato originale, dalla paura, dall’egoismo e dal compromesso.
Gesù ci ha insegnato a pregare e chiedere, nella preghiera del Padre nostro, “di non cadere in tentazione”, cioè come a chiedere: “Signore, fa’ che non entri in una condizione in cui potrei rinnegarti”. Il peccato è il tradimento dell’Amore e il rinnegamento del Bene, perciò nella preghiera diuturna occorre sempre invocare lo Spirito perché ci doni la sua Grazia per vivere la fedeltà a Dio e lottare, senza temere nulla, il male e vivere nella Verità dell’Amore.
Ultimo punto, la virtù della fortezza, secondo la tradizione cristiana, non si esprime nell’attaccare o nell’aggressione, ma nel “resistere”, cioè la fortezza è la capacità interiore di perseverare nel bene e nel proprio dovere, affrontando con fermezza e costanza le difficoltà, le prove, le paure e le avversità della vita, senza scoraggiarsi, cedere alle tentazioni o ai compromessi, e mantenendo la stabilità dell'animo, anche di fronte alla sofferenza o alla morte, trovando forza nella propria coscienza e nella fede.
Si tratta di resistenza positiva, della stabilità interiore, frutto della grazia di Dio, che permette di affrontare la quotidianità con magnanimità d’animo, discernimento e capacità di sopportare, nell’amore di Dio, le situazioni pesanti ed avverse, ingrate e umilianti.
In questa domenica di Avvento chiediamo con fede la virtù della fortezza, per vivere nella fedeltà all’Amore di Dio, sull’esempio dei profeti e di Giovanni il Battista, imitandoli, come invita San Giacomo: «Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore» (Gc 5, 10).
Preghiamo con le parole della Colletta dell’anno A, perché la nostra vita sia una testimonianza viva dell’Amore di Dio che ci ha conquistato, vivendo nella virtù della fortezza:
Dio della gioia, che fai fiorire il deserto, sostieni con la forza creatrice del tuo amore il nostro cammino sulla via santa preparata dai profeti, perché, maturando nella fede, testimoniamo con la vita la carità̀ di Cristo.