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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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Prima Domenica di Avvento – Anno A – 30 novembre 2025

“Essere pronti: vivere la virtù della Prudenza”


(Is 2,1-5 - Sal 121 - Rm 13,11-14 - Mt 24,37-44)

       «Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo» (Mt 24,44).

       In questa Prima domenica di Avvento la parola chiave su cui soffermarci è “tenersi pronti”.

       Questo invito da parte di Gesù indica l’atteggiamento proprio di chi ha fede. Infatti, non si riferisce ad un vivere in guardinga, ma piuttosto una modalità attiva e propositiva: essere pronti richiede un costante discernimento, per cui è un vivere in modo attivo e sempre propositivo.

       Il testo greco “γνεσθε τοιμοι” indica una modalità in divenire di essere pronti. Il verbo γνομαι (ginomai) indica un progresso, una crescita. Anche il termine τοιμος (hetoimos), che deriva da un sostantivo vecchio heteos (appropriatezza)[1], indica un essere pronto, preparato ad accogliere, a fare qualcosa con una modalità sempre in crescita, propria di chi deve prepararsi ad accogliere e dare conto a Colui che è Signore e Re della vita.

       Gesù ci invita a vivere la nostra fede attivamente; la fede non può essere statica, perché non si riduce ad una pratica, ad una serie di ritualità da vivere, ma è una vita che si modella sull’esempio di Cristo, servo obbediente del Padre.

      

        Il cammino di Avvento che stiamo iniziando con questa domenica, ci sprona a vivere la quotidianità in una attesa vigile e un impegno attivo secondo il Vangelo per tessere relazioni fondate sulla Verità e radicate nella Carità per un cammino nella Speranza costruendo il Regno di Dio nelle pieghe della quotidianità.

         Questa attesa vigile e l’impegno attivo di fede richiede vivere la virtù della Prudenza!

         Nel mondo attuale, con prudenza si intende essere cauti, attenti, previdenti, ma nella cultura biblica, greca e patristica il termine prudenza significa “la capacità di vedere alla luce di Dio i fatti e le azioni da compiere[2].

        Prudenza equivale a Sapienza e significa aver discernimento, capacità affinata di distinguere e scegliere ciò che è secondo Dio, nella piena docilità all’azione dello Spirito Santo.

      La virtù della Prudenza cresce dall’esercizio del discernimento, dall’esercitarsi a giudicare con oggettività secondo Dio. Oggi più di ieri, nella cultura mediatica, la Prudenza è una virtù da far crescere per imparare a non accettare tutto, restando liberi dalle influenze mediatiche e dalle manipolazioni che ne derivano, affinando la capacità di vagliare le notizie, sempre alla ricerca della veridicità di una notizia e giudicata a partire dalla Verità della fede.

        L’essere pronti a cui siamo invitati da Gesù significa essere pienamente inseriti nella vita reale, senza mai rinunciare a restare fedeli a Dio, valutando e scegliendo ciò che è conforme alla sua Volontà.

      Per questo occorre che il credente viva in piena responsabilità la sua vita sempre alla luce della Parola di Dio, per distinguere nella complessità della realtà culturale odierna, ciò che porta a Dio e ciò che allontana da Lui.

       L’essere pronti comporta delle conseguenze.

       La prima “avere il coraggio di andare controcorrente” pur di rimanere fedele a Dio.

      La seconda “la libertà di coscienza” per scegliere senza paura e compromessi, che si raggiunge solo con una formazione costante a partire dalla Parola di Dio ascoltata, studiata e meditata.

       La terza “vivere nella consapevolezza che si è destinati all’eternità” (cfr Rm 8, 18), questo comporta essere assennati, concreti, per agire nel pieno servizio di Dio e attuare il Vangelo nella routine della vita, consapevoli che si è cittadini del mondo, ma senza essere del mondo (Gv 15, 18-21).

      In questo cammino di Avvento soffermiamoci a considerare lo stile di vita che conduciamo, se è secondo le virtù, se siamo edificati secondo lo Spirito, liberi e fedeli in Cristo.

      La virtù della Prudenza, che ci permette di essere pronti e vigilanti, ci aiuta a vivere il necessario silenzio interiore ed esteriore, per vivere la saggezza di vita propria di chi, nella tranquillità d’animo, chiarezza interiore e concretezza sceglie sempre il bene e ciò che è essenziale davanti a Dio.

      Invochiamo dallo Spirito Santo il dono di questa virtù, con una preghiera di San John Henry Newman, Dottore della Chiesa:

"Guidami, dolce Luce; attraverso le tenebre che mi avvolgono guidami Tu, sempre più avanti! Nera è la notte, lontana è la casa: guidami Tu, sempre più avanti! Reggi i miei passi: cose lontane non voglio vedere; mi basta un passo per volta. Così non sempre sono stato né sempre ti pregai affinché Tu mi conducessi sempre più avanti. Amavo scegliere la mia strada, ma ora guidami Tu, sempre più avanti! Guidami, dolce Luce, guidami Tu, sempre più avanti!"[3].

 

[1] Si rimanda al Vocabolario greco del Nuovo Testamento on-line: https://www.laparola.net/vocab/

[2] Martini C.M., Le virtù. Per dare il meglio di sé, Milano 2010, 15.

[3] C. M. Martini, Le virtù, p. 17.

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – 23 novembre 2025

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

“Nulla senza di Lui e tutto secondo la sua Volontà”


(2Sam 5,1-3 - Sal 121 - Col 1,12-20 - Lc 23,35-43)

       «Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto”» (Lc 23, 35).

       A quanta derisione nei confronti di Gesù Cristo e della fede cristiana assistiamo continuamente sia nella routine della vita quotidiana, sia nelle pubblicità e finanche alle Olimpiadi di Parigi, dove la derisione della fede ha raggiunto un apice che mai ci si poteva aspettare da uno Stato Europeo.

       Ma, purtroppo, la cultura laica o meglio laicista, che impera in Europa in nome di una democrazia autentica, se da un lato pretende di essere libera da ogni influenza religiosa, dall’altro si permette di schernire la fede cristiana e dare spazio alla fede mussulmana, come se questa sia portatrice di vera uguaglianza sociale.

       In questo contesto culturale, come cristiani siamo sempre più chiamati a dare testimonianza della nostra fede senza riduzioni, compromessi e pseudo-dialoghi di convivenza.

       In questa solennità, in cui adoriamo e riconosciamo Gesù Cristo Signore e Re dell’Universo, siamo chiamati a fare un profondo esame di coscienza per comprendere quanto sia reale per la nostra vita che Cristo è Signore e Re!

       Riconoscere e accogliere Cristo come Signore e Re della propria vita comporta che tutto di noi abbia come “fonte e misura” Cristo: Nulla senza di Lui e tutto secondo la sua Volontà!

       Tutto questo in un costante “rendimento di grazie” e nella consapevolezza di appartenere a Lui, come ci ricorda San Paolo: «ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce» (Col 1, 12).

       Resi capaci di partecipare alla sorte dei Santi: questa condizione di ciascun cristiano carica di responsabilità perché si deve tradurre in uno stile di vita totalmente in contraddizione con la cultura imperante del mondo.

       Il termine greco usato da Paolo è “κανσαντι” da “κανω” (hikanoô) che indica “equipaggiare uno con il potere adeguato per compiere dei doveri”[1].

       Questo vuol dire che in virtù del Battesimo, siamo inseriti nella condizione dei Santi, cioè partecipiamo della vita di Dio in noi e questo comporta che abbiamo tutto per vivere da Santi, per attuare nella vita la Parola di Dio.

       Unica resistenza resta la nostra libertà di decisione!

       Ecco perché è necessario che la nostra coscienza sia formata, affinché il discernimento non sia fatto a partire da sé ma a partire da Dio e secondo la sua Parola.

       Riconoscere Cristo Re e Signore, non comporta essere sudditi, inferiori, ma significa essere “partecipi della sua Gloria”. Cristo ci rende partecipi del suo Amore chiamandoci e ponendoci nella condizione di "Amici", di “figli nel Figlio”.

       Il cristiano non è sottomesso a Dio, ma è “partecipe” della sua Santità. Non obbedisce perché teme il castigo di Dio, ma obbedisce perché è “amato” da Dio!

       Celebrare Cristo Re e Signore dell’Universo significa proclamare che Dio è Amore e chiama l’umanità a vivere di questo Amore. I Cristiani sono i testimoni e i portatori di questo Amore nel mondo.

       Questa è la nostra responsabilità e la testimonianza a cui siamo chiamati!

 

[1] https://www.laparola.net/vocab/parole.php?parola=%83kan%D2w

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - (ANNO C) – 16 novembre 2025

“Perseverare per essere e appartenere a Cristo”


(Ml 3,19-20 - Sal 97 - 2Ts 3,7-12 - Lc 21,5-19)

       «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza» (Lc 21, 10-13).

       Queste parole di Gesù sono attualissime, basta osservare con attenzione e libertà mentale ciò che accade nel mondo e comprenderemo quanto non c’è nulla di diverso da quello che Luca riporta nel suo Vangelo

       In un quadro così delicato e complicato, Gesù ci invita a dare testimonianza del nostro appartenere a Lui! Non si tratta, dunque, di una affermazione ideologica, ma di una condizione essenziale che appartiene ad ogni cristiano, quella di dare testimonianza di “essere”, di “appartenere” e di “vivere in e per” Cristo Gesù Signore e Maestro.

       Oggi, però, il rischio di confondere l’essere credenti con la condivisione di ideologie che nulla hanno a che vedere con la fede è reale e facilmente riscontrabile. Tante divisioni tra i credenti, spesso, trovano fondamento nella convinzione che vivere il Vangelo debba essere condividere una determinata corrente politica o appartenere ad un movimento o esperienza di fede.

       Se questo può essere valido per la realtà europea, diverso è la condizione degli altri continenti dove le persecuzioni, le prigionie e il martirio sono generati da credenti di altre confessioni o da politiche ostili alla fede cristiana.

       Inoltre, l’agnosticismo e il relativismo etico che caratterizzano la società moderna occidentale, se non attua un martirio cruento genera di fatto una esclusione ed emarginazione a cui è difficile resistere, per cui sempre più credenti si adeguano alla cultura imperante in maniera inconscia arrivando a vivere una religiosità esteriore e ritualistica svuotata di senso e legata solo a tradizioni sterili perché svuotate di senso per l’oggi.

       Nel contesto socio-culturale odierno c’è bisogno che i credenti si destino dal torpore morale in cui vivono e trovino lo slancio della fede per essere “testimoni” attivi di Cristo.

        «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (Lc 21, 19).

       Nella teologia morale cattolica, la perseveranza è la virtù che impegna l’uomo a lottare per il conseguimento del bene senza lasciarsi fermare dagli ostacoli, dalla stanchezza, dallo sconforto, conservando la fede fino alla morte[1].

       La perseveranza è la virtù che ci permette di vivere in profondità il rapporto di fede con Dio, lasciando a Lui di agire in noi con il suo Spirito. La perseveranza richiede un costante e approfondito ascolto della Parola di Dio per tenere viva la “ragione della nostra fede” (cfr 1Pt 3,8-17).

       Gesù annuncia ai suoi discepoli, quindi anche a noi, che la fede sarà messa a dura prova e che ci saranno persecuzioni, tradimenti anche di familiari e amici: tutto questo sarà l’ “occasione di dare testimonianza” (Lc 21, 13).

       La fede, quindi, è motivo di divisione, di dolore, di prova fino al martirio. Solo una profonda appartenenza a Cristo permetterà di non vacillare e di conservarci fedeli a Dio e alla sua Parola anche a costo della vita.

       Ogni giorno eleviamo la nostra preghiera al Signore perché rafforzi la nostra fede, ci renda perseveranti nella fedeltà alla sua Parola e pronti a dare testimonianza fino al martirio.

       «Signore Gesù, tu che sei la Via da seguire per camminare nella fedeltà all’Amore del Padre, la Verità che ci permette di raggiungere il vero Bene e la Vita che ci rende veramente umani e capaci di amare oltre ogni nostra capacità, donaci il tuo Spirito per saper vivere nella “perseveranza” che ci conserva nel tuo amore e ci rafforza nell’appartenenza a Te per essere tuoi testimoni in ogni occasione opportuna e non opportuna. Amen».

[1] Cfr https://www.treccani.it/enciclopedia/perseveranza/

XXXII Domenica del T.O. - Dedicazione della Basilica Lateranense – 9 nov 2025

“Siamo l’edificio di Dio”


(Ez 47, 1-2.8-9.12 - Sal 45 - 1Cor 3,9-11.16-17 - Gv 2, 13-22)

       La festa della Dedicazione della Basilica Lateranense è l’occasione opportuna per soffermarci a riflettere sulla nostra identità di credenti e sull’essere comunità di fede.

       Prima di soffermarci a fare alcune riflessioni a partire dalla Parola di questa Liturgia, riporto una breve storia della Basilica Lateranense e del significato del “dedicare” tratta dal sito “Vatican News”:

«Dedicare/consacrare” a Dio un luogo, è un rito che fa parte di tutte le religioni. Un “riservare” a Dio un luogo, riconoscendogli gloria e onore. Quando l’imperatore Costantino diede piena libertà ai cristiani (313), questi non si risparmiarono nell’edificare luoghi al Signore e molte furono le chiese costruite in quei tempi. Lo stesso imperatore lo fece, facendo costruire sul monte Celio a Roma, sul luogo dell'antico Palazzo Laterano, una magnifica basilica che Papa Silvestro I dedicò al SS. Salvatore (318 o 324). In essa fu edificata una cappella dedicata a S. Giovanni Battista che serviva da battistero: nel IX secolo papa Sergio III aggiunse la dedica al Battista. Infine papa Lucio II, nel XII secolo, la dedico anche a San Giovanni Evangelista. Di qui la denominazione di Basilica Papale del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano. La Basilica è considerata dai cristiani come la principale, la madre di tutte le chiese del mondo. Più volte distrutta durante il corso dei secoli, fu sempre ricostruita, e l'ultima sua riedificazione avvenne sotto il pontificato di Benedetto XIII, che la riconsacrò l'anno 1724. Fu in quest'occasione che venne stabilita ed estesa a tutta la cristianità la festa che oggi celebriamo.»[1]

       La Festa di oggi, dunque, è di tutta la Chiesa, che riconosce la Basilica Lateranense quale “madre di tutte le Chiese”; il fonte battesimale da cui tutti i fonti battesimali della comunità cristiane trovano origine. Festeggiare la Chiesa di Roma significa festeggiare le Chiese di tutto il mondo, riconoscendo che nella Chiesa di Roma tutte trovano unità e origine.

       La Parola di Dio di questa liturgia, come già detto nell’incipit, offre spunti di riflessione sulla nostra identità e sul cammino di fede nella comunità cristiana.

       Il cristiano per il Sacramento del Battesimo è inserito nella Comunità di fede che è la Chiesa. La vita di fede deve essere vissuta nella comunione con la Chiesa, seguendo gli insegnamenti del Magistero che indica la corretta interpretazione della Parola di Dio e insegna il corretto cammino di sequela del Cristo.

       Nessun cristiano è tale fuori dalla Chiesa, dalla comunità in cui vivere la propria fede. Il cammino di fede è autentico solo nella comunione con la Chiesa, in cui vivere i Sacramenti e condividere la fede. Per il Battesimo ricevuto siamo costituiti “pietre vive dell’edificio spirituale”, come ci ricorda l’Apostolo Pietro: «Accostandovi a lui, come a pietra vivente, rigettata dagli uomini ma eletta e preziosa davanti a Dio, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per essere una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2, 4-5).

       San Paolo lo dice con altrettanta fermezza nel brano della seconda lettura: «voi siete […] edificio di Dio» (1Cor 3,9).

       La Chiesa vivente siamo noi battezzati e nostra è la responsabilità dell’annuncio del Vangelo nel mondo.

       La responsabilità che ogni battezzato deve vivere con impegno e serietà è quella di costruire la propria vita su Cristo e così da essere testimone credibile ed edificatore dell’edificio spirituale, che è la Chiesa. Ovviamente ognuno vive questa responsabilità secondo la grazia data da Dio, in funzione dei carismi ricevuti e del ministero affidato.

       San Paolo lo afferma senza possibilità di dubbio: «Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1Cor 3, 10-11).

       È sul Cristo, pietra angolare, che i credenti devono costruire la propria vita, cooperando all’edificazione della Chiesa.

       Se Cristo non è il fondamento e il riferimento costante della vita, il credente non vivrà la vera fede e non sarà testimone credibile nel mondo.

      

       Se ogni battezzato ha questa responsabilità individuale, essa essendo vissuta nella comunità è di fatto partecipata, cioè ognuno è corresponsabile dei fratelli/sorelle nella fede.

       Questa corresponsabilità implica “avere a cuore” ogni battezzato nella comune preghiera e nella condivisione di vita. La preghiera comune costruisce l’unità della Chiesa universale, la condivisione di vita rende autentiche le comunità di fede (parrocchie, gruppi laicali, movimenti ecc).

       San Paolo denuncia le divisioni, le fazioni, che ci sono nella comunità di Corinto (1Cor 3, 4-8) e che continuano a segnare la realtà della Chiesa da millenni.

       Le divisioni e le fazioni da cosa dipendono? Sicuramente le ragioni che si possono addurre sono molteplici, ma una le accumuna: poco si riflette a partire da Cristo!

       Divisioni, rancore, odio, chiusure totali, tutto è possibile giustificarlo dal punto di vista umano, ma a partire da Cristo, dal suo insegnamento, troverebbero ancora ragione di esistere?

       Purtroppo, l’umanità è così capace di trovare giustificazioni che spesso si argomenta portando a prova delle proprie posizioni Dio stesso. Ma in quel caso si sta vivendo nella Verità di Cristo?

       San Paolo ci ricorda qual è la nostra identità di credenti: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi» (1Cor 3, 16-17).

       Solo noi possiamo distruggere il “tempio di Dio”, che siamo noi e il modo per farlo è non lasciare parlare lo Spirito Santo, non costruire la vita a partire da Cristo, scegliere di vivere e agire in modo egoistico.

       Solo un continuo discernimento e un costante esame di coscienza ci permetterà di restare uniti a Cristo ed edificare il tempio di Dio in noi e insieme ai fratelli e sorelle di fede.

       La preghiera di colletta ci introduce nella preghiera che in ogni momento occorre elevare a Dio per conservarci nella piena comunione con Lui e costruire la Chiesa:

O Dio, che con pietre vive e scelte prepari una dimora eterna per la tua gloria, continua a effondere sulla Chiesa la grazia che le hai donato, perché il popolo dei credenti progredisca sempre nell’edificazione della Gerusalemme del cielo.

[1]https://www.vaticannews.va/it/festivita-liturgiche/dedicazione-della-basilica-di-s--giovanni-in-laterano.html#:~:text=Ges%C3%B9%2C%20nuovo%20tempio,santa%20Teresa%20d'Avila).


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