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XXXI Domenica del T.O. - Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti – 2 nov 2025

“Fede e Carità in Speranza”


(Gb 19,1.23-27 - Sal 26 - Rm 5,5-11 - Gv 6,37-40)

       La celebrazione della Commemorazione dei fedeli defunti ci permette di riflettere sulla virtù della Speranza e sulla comune chiamata alla Santità.

       Questa ricorrenza liturgica risale al secolo IX e venne istituita grazie all’abate benedettino sant’Odilone di Cluny, molto devoto delle anime del Purgatorio. Egli ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti.

       Non si tratta semplicemente di ricordare i propri parenti defunti, il tempo passato con loro, sentire la loro assenza. È una preghiera elevata per tutti i defunti in comunione di vita in Dio.

       Il “Martirologio romano” così spiega la ricorrenza del 2 novembre:

«Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la santa Madre Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna»[1].

       Il credente è chiamato a vivere le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Queste tre virtù teologali ci permettono di vivere in Dio e partecipare di Lui.

       Credere in Dio non significa semplicemente seguire dei precetti, compiere tutte le pratiche religiose; vuol dire “vivere di Dio”, cioè ogni momento deve essere vissuto secondo la volontà di Dio.

       Di conseguenza “tutto” del credente deve essere espressione dell’Amore di Dio: la Carità: il pensare, il volere e l’agire devono essere espressione della Carità.

       La Fede e la Carità trovano fondamento nella Speranza. Credere in Dio esige che il fedele viva di Lui e questo significa vivere la Carità in una continua tensione verso Dio, cioè nella Speranza, che è certezza della vita in Dio nel suo Regno. Pertanto la vita del credente è sempre orientata alla vita eterna come fine e scopo della sua vita terrena.

        In questa prospettiva e realtà della vita di fede trova significato la celebrazione della Commemorazione dei fedeli defunti. Pregare per coloro che «ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui […] solo Dio ha conosciuto la fede»       è espressione della comunione di fede e di amore in Dio che fa dei cristiani una “comunità di fede”.

        La preghiera per i defunti, la preghiera rivolta ai Santi sono espressione della comunione di fede consapevoli che la vita terrena non termina con la morte ma si completa nella vita eterna in Dio.

         Quindi la vita terrena è vissuta nella virtù della Speranza come tensione verso la méta definitiva della “Vita in Dio”. La comune preghiera dei credenti diventa linfa vitale per noi, che siamo “pellegrini” in questa terra, e per i defunti che hanno bisogno di “purificare la loro anima” per entrare definitivamente nella piena comunione in Dio.

          La Commemorazione dei Fedeli defunti è una occasione per non dimenticare che siamo in “pellegrinaggio” per giungere alla “Vita Eterna” e impegnarci a vivere in Dio ogni momento della nostra esperienza terrena, ma è anche l’occasione per rafforzare la nostra comunione di fede con chi ci ha preceduto, non solo coloro con i quali siamo legati da legami di parentela ma di tutti, nella certezza che “vivono in Dio”.

        La celebrazione di oggi deve essere di sprono per vivere con fermezza la Fede e la Carità in Speranza impegnandoci, quindi, a vivere nel costante discernimento per realizzare il Regno di Dio in noi e attorno a noi.

           Vivere la virtù della Speranza significa avere sempre presente il fine della vita di cristiana: la Santità.

           La santità è partecipazione alla vita di Dio: Dio ci chiama a divenire Santi come Lui è Santo (Lv 19, 2).

        Non è perfezione, ma partecipazione! Noi restiamo umani sempre, ma aprendoci alla Grazia di Dio possiamo imparare a controllare, guidare, modificare ciò che in noi non è secondo la Fede, espressione della Carità e tensione nella Speranza verso Dio.

         Pregare per i defunti deve ricordare che siamo chiamati alla Santità qui e per la vita eterna.

       La Santità, quindi, non è perfezione umana da raggiungere, ma è abbandono all’Amore di Dio e tensione costante verso Dio nell’impegno a compiere la sua volontà nella realtà del nostro quotidiano.

 

[1] Conferenza Episcopale Italiana, Martirologio Romano, Editrice Vaticana, Roma 2004, p. 847

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 26 ottobre 2025

“Umiltà: Vedere con gli occhi di Dio e Giudicare con il suo cuore”


 

(Sir 35,15-17.20-22Salmo 34 - 2Tm 4,6-8.16-18 - Lc 18, 9-14)

 

       «Il Signore è giudice e per lui non c'è preferenza di persone» (Sir 35, 15).

       L’espressione del Libro del Siracide presenta Dio come un giudice imparziale, che non fa preferenze perché siamo suoi figli. Il suo giudizio su di noi non sarà mai di condanna, ma di ratifica delle nostre scelte e azioni.

       Saremo noi stessi a determinare il suo giudizio, che si baserà sull’amore: se vivremo “amando”, secondo il suo insegnamento, il giudizio sarà per la vita eterna.

       Vivere secondo l’Amore di Dio comporta rinunciare al proprio orgoglio e vivere la virtù dell’umiltà per essere “esaltati” da Dio al termine della vita terrena: «chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18, 14).

       La virtù dell’umiltà è la conoscenza di sé, dei propri limiti, delle proprie capacità e del proprio impegno nel mondo, da vivere cooperando per il bene di tutti. L’umiltà porta a riconoscere il valore degli altri e ad accettare le critiche come un'opportunità di crescita, che non significa avere bassa stima di sé o debolezza, ma “vedere” con gli occhi di Dio e “giudicare” con il suo cuore.

       Il brano del Vangelo di Luca denuncia l’atteggiamento più pericoloso che il credente può assumere, che Luca descrive con l’espressione: «l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18, 9).

      Il verbo usato per indicare questo atteggiamento di “arroganza di coscienza” è πεποιθτας (pepoithotas), dal verbo πεθω (peithô), che significa essere persuaso, essere indotto a credere.

       Il credente può incorrere nella “presunzione di coscienza”, che far ritenere di essere nel giusto e di vivere nella perfezione, e non permette alla coscienza di vivere il corretto discernimento.

      Spesso si presume di vivere la fede, ma di fatto si vive una religiosità, che consiste nell’avere atteggiamenti e sentimenti ispirati al cristianesimo, ma chiusi in un “misoneismo”, che non permette di essere aperti alla Verità e all’azione dello Spirito Santo.

       Questo atteggiamento fa ritenere di essere in comunione con Dio perché si vive da “credenti praticanti”, si celebrano i sacramenti con regolarità, si prega con devozione, ma non ci si accorge che il cuore è chiuso a Dio e al prossimo in un “egocentrismo religioso”, come il fariseo della parabola, nella “presunzione di possedere la Verità”.

       La conseguenza diretta è vivere verso il prossimo un atteggiamento di superiorità, giudicando tutti, dall’alto della presunzione di perfezione, con “disprezzo”, come afferma Gesù nel brano evangelico.

   Luca usa il termine ξουθενω (exoutheneô), che significa rendere senza importanza, disprezzare completamente; si tratta di un disprezzo che di fatto allontana, chiude a qualsiasi forma di comunione, di perdono, di accoglienza e di evangelizzazione.

       La “presunzione di coscienza”, quindi, si concretizza in chiusura e allontanamento di tutti coloro che non vivono allo stesso modo la vita cristiana; si giudica senza rimorso e si ha l’arroganza di “togliere la pagliuzza nell’occhio del fratello”, ma si è incapaci di vedere “la trave per proprio occhio” (cfr Lc 6, 39-42).

       La “presunzione di coscienza” e il “disprezzo totale” sono rischi spirituali che possono riguardare tutti, nessuno escluso, per questo Gesù ci mette in guardia e ci invita a vivere la virtù dell’umiltà!

      

       L’Apostolo Paolo avrebbe avuto tanti motivi per sentirsi giusto e di possedere la Verità: Gesù stesso lo ha chiamato al suo servizio e gli ha concesso il suo perdono sulla via di Damasco; è stato annoverato tra gli Apostoli e da loro inviato ad evangelizzare i Gentili.

       Lui, ben cosciente del pericolo concreto di cadere nella “presunzione di coscienza”, ha lottato per conservarsi umile. Non ha mai voluto essere di peso ad alcuno, servito e riverito (2Tes 3, 7-10); si è sempre definito come “servo” e “l’infimo” tra gli Apostoli: «Io sono infatti il più piccolo degli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio; ma per grazia di Dio, io sono quello che sono, e la sua grazia verso di me non è stata vana» (1 Cor 15, 9).

       A Timoteo, suo discepolo e fratello nella fede, scrive: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4, 7). Con questa espressione di sano orgoglio, proprio di chi ha vissuto la sua vita nella certezza della potenza del Risorto che opera e santifica chi lo ama e serve nella sua volontà, Paolo ci aiuta a comprendere che per non cadere nella “presunzione di coscienza” occorre affinare il “discernimento” con il costante ascolto della Parola di Dio e ricerca della volontà di Dio.

      San Paolo usa il gergo agonistico per indicare il suo cammino di fede e lo stile di sequela del Cristo assunto, per tenere a bada il suo carattere impetuoso e restare fedele alla Verità, si “allena” costantemente, correndo verso la mèta: la vita eterna in Dio!

      «Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch'io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 12-14).

         Usa i termini “lotta”, “combattimento”, “battaglia”, per indicare che per restare fedeli a Dio occorre in primis lottare con il proprio orgoglio al fine di imitare il Cristo “mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29).

       Dio sa che siamo imperfetti, fragili e egocentrici, ma non ci lascia soli nella “battaglia” contro il proprio orgoglio, ci dona il suo Spirito Paraclito, che ci sostiene nel nostro cammino di fede e ci illumina per vivere la sequela di Cristo.

       Invochiamo costantemente il suo aiuto per vivere il Vangelo, in “umiltà di cuore”, coscienti dei nostri limiti e peccati, “testimoniando il suo Amore misericordioso” con uno stile di vita che genera comunione, condivisione e perdono.

O Dio, che sempre ascolti la preghiera dell'umile, guarda a noi come al pubblicano pentito, e fa' che ci apriamo con fiducia alla tua misericordia, che da peccatori ci rende giusti; accresci in noi la fede, la speranza e la carità, perché possiamo ottenere ciò che prometti, amando ciò che comandi. (dalle Collette della XXX Domenica del T.O)

XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 19 ottobre 2025

“Avere il desiderio di Dio”


 

(Es 17,8-13 - Sal 120 (121) - 2 Tm 3,14 – 4,2 - Lc 18,1-8)

 

       Mi capita spesso sentirmi rivolgere questa domanda, specialmente dai giovani: «Tu preghi tutti i giorni?». Una domanda più che lecita, soprattutto perché nella mentalità comune pregare vuol dire recitare preghiere, che i più giovani neanche conoscono, quindi il pregare tutti i giorni significa dedicare tempo a Dio e sottrarlo alle tante altre cose che si fanno nella giornata e questo può apparire faticoso, difficile o inutile e poco producente.

       La liturgia di questa domenica ci fa riflettere sulla preghiera, sul suo significato e sulla utilità.

       Il brano evangelico si apre con questa affermazione: «Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18, 1).

       Gesù afferma che la preghiera è una necessità e non un dovere! La vera preghiera non nasce dal comando, da un dovere morale; quindi non è un obbligo, ma un atto libero di amore!

       La preghiera è una necessità perché è la risposta dell’anima all’amore gratuito di Dio. Chi ha incontrato Dio ha fatto esperienza del suo amore, si è sentito accolto, perdonato, salvato; la riconoscenza per questo dono gratuito di Dio è la preghiera che conserva l’anima, la propria coscienza nella relazione viva con il Signore.

       Compresa questa necessità, la preghiera non può che essere continua e costante nella propria vita e nella propria giornata.

       “Pregare sempre”, quindi, indica il costante riferimento a Dio nella quotidianità della propria esistenza, per cui ogni cosa è vissuta nel suo nome, secondo la sua Parola, per rendere costante lode a Lui.

       Il credente vive la sua fede nella prospettiva del Regno di Dio e nelle scelte quotidiane costruisce il suo futuro, perciò per agire nella volontà di Dio occorre vivere il rapporto con Lui in modo sempre costante mediante la preghiera.

          La preghiera è “desiderio di Dio”; è appagare la sete dell’anima dell’Amore di Dio incontrato.

         La preghiera è il dialogo orante con il Signore, per attuare nella propria vita la sua Parola e agire secondo la sua volontà, per questo è vissuta “senza stancarsi mai” perché essa è vitale e genera “vita nuova”.

       Gesù ci invita a non perderci di animo, senza scoraggiarci nella vita, sapendo che appartenere a Dio e camminare nella sua volontà non è facile, implica prove e difficoltà da superare per conservarsi fedeli all’amore.

         I soggetti della parabola, che Gesù presenta ai suoi discepoli, sono una vedova e un giudice che non teme Dio.

          Il giudice rappresenta la condizione peggiore dell’uomo secondo la fede: senza Dio e senza pietà.

        La vedova rappresenta la condizione della Chiesa senza lo Sposo. Vive sola e afflitta. La sua esistenza è vuota. È povera, può contare solo sulla sua insistenza e sulla intensità della sua richiesta.

         Gesù presenta il paradosso: se il giudice disonesto, senza Dio e senza pietà, fa giustizia alla vedova, tanto più Dio risponderà donando la sua Grazia alla sua sposa, la Chiesa. Donerà tutto il suo Amore alla sua Sposa orante e insistente, che risponde a Lui con il suo impegno di vita secondo il Vangelo.

         L’affermazione finale di Gesù sconcerta e allo stesso tempo deve essere di stimolo per un costante impegno di conversione: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8).

       Considerando la nostra società, potremmo rispondere di no, perché tanti sono lontani dalla fede. Oggi la frequenza ai Sacramenti è sempre più ridotta. Eppure a questa domanda la risposta non deve essere data con l’oggi e con dati statistici.

     Gesù pone la domanda per esortare la Chiesa, ciascun battezzato, a vivere la fede come la vedova, attendendo la sua Venuta, vivendo nella costante tensione verso la vita in Dio, mediante la “preghiera costante ed insistente”, in un autentico “desiderio di Dio” che si concretizza nelle scelte quotidiane attuate secondo la sua Volontà.

        Invochiamo il Signore con le parole della liturgia nella preghiera di Colletta, impegnandoci nella vita di ogni giorno a camminare secondo la sua volontà:

Dio onnipotente ed eterno, donaci di orientare sempre a te la nostra volontà e di servirti con cuore sincero. Amen.

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 12 ottobre 2025

“Aprirsi a Dio o chiudersi nell’egoismo”


(2 Re 5, 14-17Sal 98 - 2 Tm 2, 8-13 - Lc 17, 11-19)

 

       L’essere umano è debole, fragile, caduco, mortale, ma con innata la bramosia della immortalità, del potere, del successo; dinanzi alla malattia, al “male” in senso generale, si trova di fronte a due strade: aprirsi a Dio o chiudersi nell’egoismo.

       La scelta più naturale è sicuramente la seconda, perché ognuno pone sicurezza prima di tutto su sé stesso, sulle proprie forze, ritenendo che ogni successo dipende solo dalle proprie capacità.

       La prima strada, quella di “aprirsi a Dio”, è scelta per la fede, che permette di riconoscere che le proprie capacità sono dono di Dio e che la vita va vissuta come rendimento di grazie.

       La preghiera di colletta di questa domenica ci fa pregare così:

«O Dio, che nel tuo Figlio liberi l'uomo dal male che lo opprime e gli mostri la via della salvezza, donaci la salute del corpo e il vigore dello spirito, affinché, rinnovati dall'incontro con la tua parola, possiamo renderti gloria con la nostra vita».

       Il brano del Vangelo di Luca, ci offre tanti spunti di riflessione per il cammino di fede e lo stile di vita da scegliere.

       Già dal primo versetto (Lc 17, 11) ci ricorda che la vita del credente è un “cammino” verso la Gerusalemme celeste. Questo cammino non è facile perché richiede di fare rinunce e di spogliarsi di ciò che appesantisce il cuore (le bramosie, la cupidigia, Mammona). È un cammino impervio, quasi impercorribile senza affidarsi a Dio, alla sua misericordia. La fragilità che appartiene ad ogni essere umano non è un limite, dunque, se ci apriamo a Dio.

       Lui, sebbene ci chiede di compiere un cammino di purificazione per passare per la porta stretta (Luca 13, 22-30), ci dona la sua Grazia per superare le nostre paure, le nostre fragilità e i nostri peccati. Importante è invocare il suo aiuto, come i lebbrosi del Vangelo: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!» (Lc 17, 13).

        Questa preghiera (nota come la “preghiera del cuore” nella sua formula: “Gesù, Signore, abbi pietà di noi”) esprime, nella sua semplicità, il fondamento della nostra fede.

         Invocare il nome di Gesù, che significa “Dio salva”, è il segno del rapporto amichevole da avere con Lui, che ci ha chiamato “amici” (Gv 15, 15), che significa vivere nella fedeltà al suo insegnamento, fare “come” ha fatto Lui (Gv 13, 12-15). Gesù ci ha chiamati amici e lo siamo solo se impariamo a riconoscere la nostra “lebbra”, la nostra “cecità”, la nostra “fragilità”, il nostro “peccato” e ad affidarci alla sua “pietà”, alla sua “misericordia”.

        “Abbi pietà di noi” (Lc 17, 13): otteniamo la sua misericordia invocando il suo nome; il nome di fronte al quale “ogni ginocchio si pieghi” (Fil 2, 10).

        La guarigione, sia quella interiore che esteriore, non avviene subito. I lebbrosi devono “andare a presentarsi ai sacerdoti” (Lc 17, 14) e questo indica il viaggio nella fede che concede la “purificazione”. Un viaggio nella fedeltà e nell’obbedienza alla Parola di Gesù che ci rende purificati, giusti.

       Gesù non ci chiede di essere prima giusti e poi di seguirlo, ma ci invita a camminare nella sua Parola per arrivare alla purificazione, alla “santità”: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5, 31-32).

        In questo cammino non siamo preservati da altre cadute, da malattie e prove, ma abbiamo la certezza che invocandolo con fede, avremo da Lui misericordia.

      «Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo» (Lc 17, 15-16).

       Dio Padre, in Gesù, dona la salvezza all’umanità, ma questa diventa “efficace” solo nell’incontro con Gesù Salvatore; solo quando ognuno di noi riconosce Gesù come “Signore e Salvatore” e consapevole della “salvezza” ricevuta, “ritorna” a lodarlo, a “glorificare” Dio, “a piegare il ginocchio”, “cadere” ai suoi piedi, “adorarlo” e fare “eucaristia”, “ringraziandolo”.

     Il cammino di fede è accoglienza della Salvezza, che inizia con il “vedere” se stessi guariti, perdonati, continua nel “volgere lo sguardo” a Gesù, crocifisso, morto e risorto per noi, glorificando Dio per questo dono di Amore, e termina “adorandolo” con la propria vita e nel “rendimento di grazie”, l’eucaristia.

      La partecipazione all’Eucaristia è il culmine del cammino di fede: che parte sempre dal riconoscere il nostro limite, il nostro peccato, la nostra “lebbra”, per arrivare a constatare di “essere stati guariti” dalla misericordia di Dio in Cristo, e fare della nostra vita un “lode continua” a Dio, unendoci ai fratelli nel “rendimento di grazie” e vivere insieme nella comunione con Dio.


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