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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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Solennità della Santissima Trinità (Anno B) - 2024

“Creati dall’Amore per amare”


 

(Dt 4,32-34.39-40 -Sal 32 - Rm 8,14-17 - Mt 28,16-20)

      

       La Solennità della Santissima Trinità si è celebrata nella Chiesa dapprima come devozione singola di alcune diocesi o comunità monastiche, come nell’ Abbazia di Cluny. Papa Alessandro II (153° Pontefice dal 1061 al 1073), pur rilevando la sua ampia diffusione, non la ritenne obbligatoria per la Chiesa universale. Fu introdotta nella liturgia cattolica nel 1334 da papa Giovanni XXII.

       Per comprendere il significato profondo di questa Solennità lo spiega in modo semplice e profondo Benedetto XVI nell’Angelus del 07 giugno 2009. Egli afferma: «Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. […] Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore»[1].

       Queste parole di Benedetto XVI ci stimolano a riflettere sulla nostra vita, su quali valori la fondiamo e come viviamo la nostra fede.

       Nel contesto culturale occidentale in cui viviamo, i valori su cui fondiamo la vita sono sempre meno assoluti. Sebbene restino importanti, come l’amore, la famiglia, l’onesta, il rispetto, cadono in una valutazione relativa alle situazioni e soggettiva a seconda del proprio tornaconto.

      Anche la fede rischia di essere vissuta in modo soggettivo e relativo. Piuttosto che unire divide; più che generare amore e serenità diventa motivo di giudizio e di condanna. Ciò accade non solo per le situazioni più in generale a livello mondiale, divenendo motivo di guerra, ma anche e soprattutto nella quotidianità della vita comunitaria di fede, nelle parrocchie, gruppi e associazioni.

       Se ci soffermiamo a riflettere sullo stile delle comunità di fede, dal modo di vivere le relazioni e la fede nelle parrocchie, nei gruppi laicali, nel presbiterio, nelle comunità religione, possiamo affermare con assoluta certezza che sono realtà in cui si vive l’Amore trinitario?

Purtroppo, la componente che più si evidenzia è la fragilità umana, che offusca la presenza dell’Amore di Dio. Sicuramente la scelta di fede è piena e consapevole, ma la componente umana, fragile e caduca, diventa sempre quella rilevante e predominante. La motivazione spesso è da ricercare nel “dare per scontato che credere sia sufficiente a vivere da credenti”, mentre è sempre necessario e indispensabile vivere un attento e profondo esame di coscienza personale e comunitario per orientare meglio il cammino di fede in Dio.

       La vita del credente è vivere nell’Amore trinitario ed esserne espressione nelle relazioni interpersonali di amore.

      L’impegno del credente deve essere tutto orientato a conservarsi nell’amore trinitario in cui è inserito per il dono del Battesimo ricevuto e vivendo secondo gli insegnamenti del Cristo: «[…] Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 19-20).

       La vita di fede è operare nell’amore trinitario generando comunione di vita con i fratelli: la fede si attua nella carità!

       La fede non è semplicemente pratica religiosa, devozione o tradizione di pietà, ma vita di carità, di comunione. Ogni atto di culto trova senso e fondamento nell’amore di Dio ricevuto e accolto, e rimanda ad una vita di amore verso i fratelli, senza la quale ogni preghiera e atto di culto a Dio Trinità perde di significato: «[…] Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5, 23-24).

       La preghiera è mozione dello Spirito, è risposta d’amore all’amore ricevuto da Dio: «[…] avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!»» (Rm 8, 15).

       Gesù ci ha insegnato a chiamare Dio “Padre”; ci ha donato lo Spirito che ci fa pregare; ci ha insegnato ad amare e perdonare, liberandoci dalla giustizia farisaica (cfr. Mt 5, 20).

       Gesù ci ha insegnato ad amare senza riserve, superando la logica del “dare ed avere”, amando e perdonando con la stessa gratuità con la quale siamo stati amati e perdonati da Dio.

       Vivendo in questo amore siamo inseriti nella vita in Dio, costituiti dallo Spirito “eredi di Cristo”: «[…] se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8, 17).

       Partecipare alle sofferenze di Cristo, significa amare con la sua misura, perdonare oltre ogni logica, donare sé stessi in una relazione fraterna ponendosi a servizio di carità del prossimo.

       In questa Solennità, in cui celebriamo l’essenza del Dio in cui crediamo, l’Amore, invochiamo il dono dello Spirito perché ravvivi in ciascun battezzato il desiderio e l’impegno a vivere nell’Amore trinitario.

       Invochiamo il dono dell’Amore per vivere nella vera comunione con Dio e con i fratelli chiedendo l’intercessione della Vergine Maria, lei che, come afferma Benedetto XVI all’Angelus del 2009, «nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario».

[1] https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/angelus/2009/documents/hf_ben-xvi_ang_20090607.html

Domenica di Pentecoste (Anno B) - 2024

“Vivere secondo lo Spirito”


 

(At 2,1-11 - Sal 103 - Gal 5,16-25 - Gv 15,26-27; 16,12-15)

      

       «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5, 25).

       Presentando il suo ultimo libro “La Messa è sbiadita”, il sociologo Luca Diotallevi, in merito alla sempre più ridotta partecipazione alla Celebrazione Eucaristica, ha affermato: «L'errore è stato ritenere che fosse possibile recuperare la pratica religiosa non attraverso un puntuale lavoro sulle coscienze, ma puntando su un approccio sicuramente attraente ma forse superficiale. La fede non ha bisogno di essere spettacolarizzata ma seguita e alimentata»[1].

       Questa affermazione di Diotallevi ci introduce bene alla meditazione della Parola di questa Domenica di Pentecoste.

       Sappiamo che la Solennità di Pentecoste, in cui commemoriamo la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli Apostoli riuniti nel cenacolo, segna l’inizio della Chiesa e del suo apostolato.

       La Chiesa è chiamata ad evangelizzare, ad annunciare la Salvezza donata dal Cristo, morto e risorto. Una salvezza che comporta un rinnovamento della vita e la sequela del Cristo.

       Il rinnovamento della vita è opera dello Spirito Santo donato nel Battesimo, ma che ogni cristiano è chiamato a lasciare operare in sé con l’ossequio dell’intelligenza e della volontà.

       Vivere la fede cristiana, dunque, è “Vivere e camminare secondo lo Spirito”.

       Per questo, come già ho avuto modo di condividere in altre riflessioni, praticare il cristianesimo vuol dire arrivare alla maturità della fede, ad una fede matura che non si limita a compiere riti e devozioni, ma a vivere secondo la Verità di Cristo, con una coscienza matura e responsabile.

       Essere credente in Cristo esige vivere secondo l’insegnamento di Cristo, per cui comporta vivere la propria vita, nella routine e nelle scelte quotidiane, con una coscienza formata, capace di discernere il bene secondo Cristo, nella fedeltà alla Verità nella Carità.

       La fedeltà alla Verità comporta valutare sempre ogni cosa con attenzione e rispetto, per scegliere sempre il bene, quindi generare Carità, amore e bene per tutti.

       Vivere secondo lo Spirito significa leggere le situazioni della vita a partire dalla fede e determinare la propria vita a partire da Dio.

       La vita cristiana, quindi, non è una obbedienza di sottomissione a Dio cieca, ma una obbedienza che nasce dal riconoscere, accogliere e vivere l’adesione a Dio come scelta libera e consapevole.

       Il credente obbedisce a Dio non per paura del suo giudizio o per renderlo favorevole a sé, ma perché riconosce che la proposta di sequela è buona e giusta per la propria esistenza.

       Vivere secondo lo Spirito è lasciare che Esso continui a illuminare e insegnare a leggere la vita per vivere la vera libertà e giungere alla vera felicità, che non consiste nell’avere tutto, ma essere e vivere nel bene.

       Il camminare secondo lo Spirito comporta formare la propria coscienza secondo gli insegnamenti di Cristo. Significa studiare, meditare, attuare la Parola di Dio. Significa valutare per scegliere il bene, operare il bene e generare il bene.

       Camminare da cristiani richiede impegno costante per vivere la fedeltà all’Amore di Dio. Una fedeltà che si alimenta con l’ascolto, lo studio e la meditazione della Parola di Dio. Una fedeltà che trova alimento nella preghiera di lode e di intercessione a Dio.

       Camminare secondo lo Spirito non significa “fare pratiche di fede”, ma “praticare la fede” cioè, mettere in pratica, tradurre in gesti, pensieri e parole la Verità del Vangelo nella quotidianità.

       Vivere e camminare secondo lo Spirito non significa “puzzare di sacrestia”, ma essere presenza di Cristo nel mondo, con la parola, la condotta di vita.

       In questa nostra società sempre più scristianizzata, occorre ripartire dalla propria formazione. Occorre che lo Spirito modelli ogni credente per essere “conformi a Cristo”, secondo il suo insegnamento, senza condizioni e limitazioni. Occorre formare la propria coscienza per saper fare scelte mature di fede, anche se controcorrente, impopolari e senza un tornaconto umano.

       Vivere secondo lo Spirito nella nostra società esige una scelta radicale e costante per Cristo, che sicuramente non troverà plauso e condivisione, ma che produrrà libertà vera e felicità perché condurrà al bene.

       La nostra società ha bisogno di credenti che abbiamo vivano nel mondo seminando la Verità di Cristo. Credenti impegnati nella vita quotidiana testimoniando la gioia di appartenere a Cristo, di vivere secondo lo Spirito.

       Invochiamo lo Spirito perché guidi mente e cuore di ogni battezzato a vivere la pienezza della fede con una coscienza formata per generare vita di bene nelle realtà di vita in cui ciascuno opera.

       Vivere il proprio Battesimo, essere credenti veri: di questo ha bisogno la nostra società e a questo Dio chiama!

       Pertanto, meno baciapile e più cristiani impegnati a vivere e camminare secondo lo Spirito.

[1] https://www.agensir.it/chiesa/2024/04/10/quante-persone-vanno-a-messa-diotallevi-ripartire-dalle-parrocchie-occorre-approfondire-la-fede-e-non-spettacolarizzarla/

ASCENSIONE DEL SIGNORE (Anno B) - 2024

“Adulti nella fede”


 

(At 1,1-11 - Sal 46 - Ef 4,1-13 - Mc 16,15-20)

 

       La solennità dell’Ascensione di Gesù al Cielo conclude la vita terrena di Gesù che, con il suo corpo e alla presenza degli apostoli, si unisce fisicamente al Padre, tornando nella sua Gloria.

       Qual è il senso biblico del termine Ascensione? Nella mentalità comune Dio abita in un luogo superiore, “oltre la Terra”, e l’uomo per incontrarlo deve salire, elevarsi. Gesù è stato “elevato da terra” sul patibolo della croce, come sacrificio di espiazione per l’umanità, e “ascende” alla Gloria di Dio, per completare il dono della Salvezza. Nella Chiesa ortodossa l'Ascensione è, infatti, conosciuta sia con termine greco νάληψις Analepsis (salire su) sia con πισωζομένη Episozomene (salvezza).

       Ogni volta che pensiamo a Dio o ci rivolgiamo a Lui, quasi inconsciamente, eleviamo lo sguardo al cielo, alziamo le mani al cielo durante la preghiera, riteniamo sia presente in cielo. Usiamo il “cielo” anche per indicare il luogo ove sono i nostri cari defunti; nella espressione comune diciamo che il defunto è “andato in cielo”.

         Ascendere al cielo è considerata la méta del cristiano: siamo destinati al cielo! Per vivere da cristiani, da risorti in Cristo, come dice San Paolo, bisogna pensare al cielo, alle cose di Dio: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2).

       Vivere l’Ascensione non significa però essere disincarnati, ma vivere la quotidianità da cristiani, da coloro che hanno riconosciuto il Cristo come Signore e Salvatore e vivono il dono della salvezza impegnandosi a “costruire il Corpo di Cristo”, la Chiesa, il popolo di Dio, con la loro testimonianza con spirito di servizio e non di privilegio o potere.

       Il cristiano, dunque, non è estraneo alla vita terrena, vivendo un ascetismo schizofrenico in cui tutto ciò che appartiene alla vita terrena è considerato peccato, fonte di perdizione.

       La vita cristiana è vivere il quotidiano con “la sapienza” del cielo, che significa essere “sale e luce” per il mondo, “lievito” che fermenta la pasta, “testimoni, martiri” di Cristo, “costruttori del Regno di Dio”.

       La Solennità dell’Ascensione, dunque, ci ricorda a cosa siamo destinati e ci rimanda alla vita quotidiana per viverla con la Sapienza di Dio, con i doni della fede che Cristo ci ha donato mediante lo Spirito nel nostro Battesimo.

       San Paolo lo afferma chiaramente nella Lettera agli Efesini:

       «A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo [...] allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4, 7.12).

       Il battezzato ha la responsabilità di vivere la fede mettendo a frutto i doni ricevuti, nella comune vocazione alla santità e nella specifica vocazione che vive ed esercita nella vita di tutti i giorni.

       Nella varietà di ministeri, elencati da San Paolo, ogni battezzato deve vivere la sua specifica chiamata alla santità in spirito di servizio, aiutando e stimolando i “santi”, cioè gli altri cristiani battezzati, a vivere la propria vocazione, in una comune e reciproca edificazione del Corpo di Cristo, la Chiesa.

       La responsabilità che deriva dal Battesimo ricevuto è quella di favorire il raggiungimento della condizione di adulti nella fede da parte di tutti i membri della chiesa.

             Adulti nella fede si diventa quando si vive tutto con spirito di servizio, quando si è in grado di rendere noi stessi dei servizi ad altri.

       I ministeri nella chiesa, lungi dal costruire una “élite aristocratica” che possiede un “potere”, hanno un compito essenzialmente di “promozione” e di “servizio”, volto a educare l’identità battesimale di ogni cristiano, affinché sia responsabile della propria chiamata alla santità nel suo personale ministero e attuarla con generosità per “l’utilità comune” (1Cor 12, 7).

       La molteplicità dei ministeri non è e non deve essere motivo di disgregazione ecclesiale, ma di edificazione comune, di “unità di fede”, alla “Piena conoscenza di Cristo”, alla “misura della pienezza di Cristo” (Ef 4, 12).

       “Edificare nella fede” esclude ogni improvvisazione, ogni azione di protagonismo, ogni esclusivismo. Richiede, invece, gradualità e crescita, collaborazione e cooperazione.

       La Solennità dell’Ascensione ci invita a ritornare al dono della Salvezza ricevuto nel Battesimo e all’impegno di crescita e cooperazione nella edificazione della Chiesa.

       Contemplando la Gloria di Dio, il dono della Salvezza in Cristo, alzando lo sguardo al cielo per invocare il dono dello Spirito, riprendiamo con coraggio e responsabilità il cammino della fede, nel giusto spirito di servizio, per esortare, educare, guidare, correggere i fratelli e le sorelle nella fede per “arrivare all’unità della fede” e dare testimonianza a chi non crede dalla gioia di essere cristiani.

       Rinvigoriti nella fede, viviamo il nostro battesimo con la semplicità del cuore, la fermezza della Verità del Vangelo, la carità del servizio ai fratelli e la gioia di appartenere a Cristo perché possiamo essere “dono” per gli altri, “servi di Dio in Cristo”, nel “sacerdozio comune battesimale”, per raggiungere la prospettiva indicata da San Pietro in 1Pt 2, 9: «Voi siete una stirpe eletta, un regale sacerdozio, una gente santa, un popolo acquistato per Dio, affinché proclamiate le meraviglie di colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce».

Sesta Domenica di Pasqua (Anno B) – 2024

“Come si può credere senza amare?”


 

(At 10,25-27.34-35.44-48 - Sal 97 - 1Gv 4,7-10 - Gv 15,9-17)

 

       «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12).

       Gesù ha lasciato ai suoi discepoli il suo comandamento: l’amore! Tante volte usiamo questo termine e ne diamo diverse accezioni. Oggi si parla di amore nelle sue svariate forme, ma di fondo emerge una visione egoistica e soggetto ad interessi personali.

       Il Vocabolario Treccani on-line[1] definisce l’Amore: Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia.

       Ne emerge che l’amore, nella sua più autentica essenza, è apertura all’altro e ricerca del suo bene, come condizione primaria, da cui ne deriva il bene personale. L’Amore, di cui Gesù parla, è la fonte e l’identità del cristiano, della sequela di Cristo e della relazione di fede nella comunità cristiana, per cui l’apostolo Giovanni afferma con chiarezza che “solo se si ama, si vive la fede e si è conosciuto Dio”.

       «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4, 7-8).

       Il cristiano che non ama non ha conosciuto Dio: è una affermazione molto forte e che interroga le coscienze. La vera conoscenza di Dio è determinata dall’amore, senza ma e senza se, tra cristiani e verso gli altri.

       Da qui una prima riflessione sulle relazioni interne alle comunità cristiane: tra fedeli, tra presbiteri, tra religiosi. Sono relazioni d’amore, di accoglienza, scevre da giudizi, pettegolezzi, discriminazioni, invidie, fazioni, chiusure e esclusioni?

       Alle possibili mancanze d’amore si potrebbe addurre a giustificazione la fragilità della condizione umana, che sicuramente ha un peso rilevante e pone limiti a volte anche difficili da superare, ma Gesù pone una modalità di amore fraterno e una misura di esso: come io ho amato voi” (Gv 15, 12).

       Non si tratta di amare nella modalità e condizione personale, secondo le proprie capacità e possibilità e, meno che mai, a seconda dei propri metri di valutazione e emozioni conseguenti.

       Gesù indica Lui stesso come paragone e modalità di amore! Si tratta di una misura alta, ma che possiamo attuare per la fede in Lui. È la condizione del “rimanere” in Lui, di cui parla nei versetti precedenti, che permette al cristiano di “amare come Lui ama”.

       Fede e amore sono inseparabili perché non si ha l’una senza l’altro. Come si può credere senza amare? L’apostolo Giovanni lo afferma con chiarezza: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio» (1Gv 4, 7), e più avanti afferma: «Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (v. 16).

       Dio è amore, quindi chi crede deve amare senza riserve, condizioni e limiti. Sembra impossibile! Lo è per l’umanità! Di fatto, però, “quello che è impossibile agli uomini è possibile a Dio” (Lc 18, 27). La possibilità per l’umanità è data dalla fede in Dio, dall’osservare i suoi comandamenti, dal vivere in comunione con Lui. Tutto ciò è espresso dal verbo rimanere (in greco μνω - menô), nel testo biblico citato, μνων, participio attivo presente, che indica appunto una condizione costante, continua, attuale.

       Se si vive la vera fede si vive anche l’amore vero, la vera fraternità, senza separazioni, esclusioni, giudizi, chiusure, emarginazioni. Se questo è presente nella vita della Chiesa significa che la fede che si vive non è vera, non è radicata e fondata in Cristo!

       È una fede “contaminata” da logiche e interessi umani, per cui inficiata dal peccato. È una fede non aperta al perdono, all’accoglienza, alla correzione fraterna. È una fede che non contagia, che non genera fede e adesione a Dio. È, quindi, “religiosità sterile”, che non si concretizza nell’amore, ma si limita a un culto a Dio, ad una devozione che non si incarna nella vita, che Gesù ha condannato apertamente: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7, 21-23).

       Quindi, su cosa sarà giudicata la fede? Su cosa saranno giudicati i cristiani da Dio?

       Come afferma San Giovanni della Croce: «Alla sera della vita saremo giudicati sull'amore. Impara ad amare Dio come Egli vuole essere amato e lascia il tuo modo di fare e di vedere»[2].

       Gesù lo afferma con sconcertante chiarezza in Matteo 25,31-46, quando, alla fine del mondo, separerà le genti in base a come avranno amato.

       Oggi assistiamo a tante forme di mancanza di amore. Si alzano sempre più forti i “venti di guerra”, giustificati dalla religione. Pensiamo alle affermazioni di Kirill, il quale ha sostenuto che la guerra in Ucraina è una guerra santa, come si legge nel decreto del XXV Concilio mondiale del popolo russo: «Da un punto di vista spirituale e morale, l’operazione militare speciale è una guerra santa, in cui la Russia e il suo popolo, difendendo l’unico spazio spirituale della Santa Rus’, compiono la missione di ‘Colui che trattiene’ [o Katéchon], proteggendo il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’occidente caduto nel satanismo»[3].

       Pensiamo alla guerra in Medio Oriente, alle ostilità tra ebrei e palestinesi; pensiamo alle forme di avversione ebraiche che si levano in varie parti del mondo dando vita ad un nuovo e sempre più acceso “sionismo”; pensiamo al terrorismo di matrice religiosa dei fondamentalisti islamici e non solo: tutto viene giustificato da visioni di fede e incitato dal bisogno di giustizia e rispetto umano. A danno di chi? Dell’umanità e di Dio: dell’umanità che soffre, muore, perde speranza e cresce nell’odio; a danno di Dio, perché è sempre più compreso piuttosto come un ostacolo e inutile per l’umanità, soprattutto se diventa la causa della violenza e del dolore.

       Dov’è il rispetto umano, la libertà di autodeterminarsi dell’uomo secondo i valori e desideri personali, la libertà di religione e di culto, di democrazia e di condivisione?

       Se analizziamo con un minimo di attenzione, riusciremo a concordare che manca il fattore unificante e liberante: l’amore di Dio e per Dio da vivere e condividere.

       Se manca l’amore nel cuore dei cristiani, chiamati a portarlo nel mondo, come può il mondo comprendere la via di Dio dell’amore?

       Se i cristiani, chiamati ad amare con la misura alta di Cristo, vivono separazioni, fazioni, giudizi, condanne e chiusure, come potrà il mondo imparare a conoscere Dio e il suo amore?

       Poco possiamo fare a livello mondiale, ma molto possiamo fare a partire dalle relazioni che viviamo, a partire dalla famiglia, sul lavoro, nella società, nella comunità ecclesiale.

       Quando manca l’amore, quello pieno e vero, tra credenti, tra battezzati, tra familiari, consacrati, laici ecc., il mondo è destinato a perdersi, a vivere sempre più nella rivalità e nella guerra.

       La preghiera per la Pace deve partire dal cuore del cristiano, farsi vita nelle sue relazioni quotidiane, per raggiungere il cuore di Dio ed essere esaudita.

       Preghiamo perché regni l’Amore di Dio, si costruisca la vera Pace, ma partiamo dal recuperare e tessere relazioni autentiche, libere e amorevoli tra i credenti, perché la preghiera della Chiesa sia elevata a Dio con «mani pure senza ira e senza contese» (1Tm 2, 8).

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

 

[1] https://www.treccani.it/vocabolario/amore/

[2] S. Giovanni della Croce, Avvisi e Sentenze spirituali, in Opere, Edizioni OCD 2012, p.1091.

[3] Matzuzzi M., La guerra santa di Kirill per cancellare l'Ucraina, in “il Foglio”, 02 aprile 2024, in https://www.ilfoglio.it/chiesa/2024/04/02/news/la-guerra-santa-di-kirill-per-cancellare-l-ucraina-6393263/ .

Si veda anche: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2024/03/31/il-patriarca-kirill-in-ucraina-e-una-guerra-santa_93ab4b17-b849-4c4b-9dca-afcb8336eb3d.html


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