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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
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Domenica di Pasqua (Anno B) - 2024

“Risorti con Cristo”


 

(At 10,34a.37-43 - Sal 117 - Col 3,1-4 - Gv 20,1-9)

 

       Sappiamo che il termine Pasqua deriva dal il verbo pāsa «passare oltre», quindi indica il passaggio: per gli Ebrei dalla schiavitù egizia alla libertà nella terra promessa; per i cristiani dalla schiavitù del peccato alla vita nuova in Cristo.

       La vita del cristiano è, dunque, una vita nuova nel Cristo, come afferma San Paolo nella Lettera ai Colossesi: una vita da “risorti”!

       È una condizione alta, che comporta una rinascita vera.

    Credere in Cristo non è, quindi, una semplice religiosità, un offrire atti di culto, elevare preghiere per aggraziarsi la benevolenza di un dio e seguire un codice etico come meglio possibile.

       Credere in Cristo è vivere in Cristo!

       Un concetto, questo, non sempre facile da comprendere, né scontato per il solo professare la fede cristiana. È molto più profondo di quanto significhi letteralmente.

       Vivere in Cristo è vita di Grazia, che inizia con il Battesimo, ma che chiede una adesione fatta di ragione, volontà e impegno costante di adesione a Cristo in ogni singolo momento della propria esistenza.

       In una parola, che spesso spaventa, vivere in Cristo è “Essere Santi”, cioè, come afferma San Paolo, rivolgere «il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 2).

       Questo non vuol dire non interessarsi alle cose mondane, ma a vivere il quotidiano con un pensiero nuovo, con una continuo discernimento per realizzare il Bene e respingere e condannare il Male.

       Vivere in Cristo, essere Risorti in Cristo, è vivere la propria vita, nella concretezza della realtà che ci appartiene e nella fragilità e complessità in cui siamo immersi, ma con una rinnovata mentalità e con la forza dell’Amore di Cristo incontrato e accolto.

       Essere Risolti in Cristo significa, dunque, vivere la virtù Speranza, che non è utopia, anelito senza certezza, ma certezza concreta di essere Amati da Dio e chiamati ad una condizione alta di vita, quella di figli di Dio.

       Risorti in Cristo è la condizione del credente che è capace di “vedere oltre” e di “amare senza misura”.

       Vedere oltre: cioè essere capaci di saper sempre trovare il Bene in ogni cosa, non con un positivismo sterile, ma con lo sguardo di Dio, che riconosce nell’umanità la sua Immagine e Somiglianza, cioè quell’anelito alla felicità, che mai si perde, anche se spesso si cerca per vie di male, lasciandosi illudere ed ammaliare da Esso.

       Amare senza misura: cioè amare anche quando tutto dice male, odio, violenza, cattiveria, invidia, ostilità. Non significa essere “buonisti” o “sciocchi, illusi e fessi”, ma essere capaci di amare con l’amore di Dio, vedere con gli occhi di Dio e giudicare con il giudizio di Dio, che vuole sempre la “salvezza” dell’uomo: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio - oracolo del Signore - o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (Ez 18, 23); «non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12, 47).

       Pasqua è vita nuova, che si deve realizzare ogni giorno, facendo agire in noi la Grazia del Battesimo, mediante un cammino di conversione totale all’Amore di Dio; studiando, meditando e vivendo la Parola di Dio; pregando e adorando il Signore in ogni momento della propria vita, nell’incontro con il prossimo e nella partecipazione alla vita Sacramentale.

       Risorti con Cristo è l’impegno di una vita da credenti nella routine della quotidianità, sempre in una “tensione” e “apertura” alla vita in Dio.

       Celebrare e vivere la Pasqua non si compie in una liturgia più o meno partecipata, ma in una vita totalmente orientata a Dio e realizzata nella ricerca e costruzione del Bene per l’umanità.

       Con l’augurio che ognuno possa vivere da Risorto in Cristo, invochiamo una rinnovata effusione dello Spirito Santo, per vivere la “gioia della Pasqua!”.

       Auguri.

Domenica delle Palme (Anno B) - 2024

“Essere profumo di Cristo”


 

(Mc 11,1-10 - Is 50,4-7 - Sal 21 - Fil 2,6-11 - Mc 14,1-15,47)

 

       «Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita. Chi è mai all'altezza di questi compiti?» (2Cor 2, 15-16).

       Eccoci giunti all’inizio della Settimana Santa, introdotta dalla Domenica delle Palme. Lo scorso anno vi ho proposto la mia riflessione sulla commemorazione dell’Ingresso di Gesù a Gerusalemme e sul significato dell’uso delle Palme o dei rami di Ulivo.

       Quest’anno mi vorrei soffermare su alcuni versetti del brano evangelico della Passione di Cristo secondo Marco.

       «Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo» (Mc 14, 3).

       L’evangelista Marco pone il racconto dell’unzione di Betània all’inizio del solenne racconto della passione-risurrezione di Cristo, volendo dare il significato stesso di ciò che è il centro della nostra fede: il profumo di Cristo!

       Credere è percepire il profumo di Cristo, nella passione e risurrezione, ed esserne portatori!

      

        Né in Matteo né in Marco viene dato un nome alla donna e questo sorprende, visto i dettagli presenti nel racconto. L’evangelista Giovanni (in 12,3) ci dice che è Maria, la sorella di Marta e Lazzaro; la tradizione l’ha talvolta indicata come la peccatrice di Lc 7, 37 e con Maria Maddalena, che vedrà il risorto.

        Il non dare indicazioni sulla donna ci fa comprendere che Marco la presenta come l’immagine del credente che deve saper riconoscere nel Gesù, che da lì a poco subirà la passione e la morte, per poi risorgere, il Cristo, l’Unto di Dio, il Salvatore e il Signore.

      La donna di Betania è immagine del credente che vive pienamente la sua fede nel Cristo, riconoscendolo Re e Signore, profeta e Salvatore.

        Inoltre, questo episodio è incastonato in due particolari, la «casa» e il «lebbroso», che rimandano ai primi miracoli dell’attività messianica di Cristo, all’inizio del Vangelo (1, 29 ss.; 1, 40-45).

       Ciò a ricordare che, se non si riconosce Gesù, nella sua passione, morte e risurrezione, come il Cristo Salvatore ogni cosa perde del suo autentico significato e valore.

        La donna anonima, insieme con il centurione pagano (Mc 15, 39), sono gli unici due che riconoscono, durante la passione di Gesù, che Egli è il Cristo, il Re, il Profeta, il Signore, il Figlio di Dio.

         L’olio profumato, che versa sul capo di Gesù, riunito insieme ai suoi discepoli, è ricco di significato: con esso si consacrano i sacerdoti e gli oggetti di culto (Es 30, 22-23), si consacrano i re (1Sam 1, 1) e i profeti (1Re 19, 16). Questa donna è la prima e l’unica sulla terra che ha compiuto l’unzione messianica di Gesù: Dio Padre lo proclama dal cielo (Mc 9, 7) e lei ha il privilegio di consacrarlo con l’unzione. La sua unzione è rivolta a quel corpo che di là a poco morirà in croce e così proclama la sua fede nella morte-risurrezione.

        La fede della donna rompe il recipiente di alabastro e lascia effondere il profumo dello sposo, del Figlio di Dio che è venuto per donare all’umanità il suo amore sulla croce e congiungersi con la sua sposa, la Chiesa. Ecco l’essenza del vangelo: il vaso che si rompe è simbolo del corpo di Gesù spezzato sulla croce, dono di amore per l’umanità, e il profumo “prezioso”, “di grande valore”, che si effonde, è simbolo del dono dello Spirito che riempirà la “casa”, immagine della Chiesa.

       La fede della donna è il simbolo della fede del credente, che nella sua fragile condizione, si apre al dono di amore di Cristo sulla croce e si lascia invadere dal profumo del suo amore, per essere a sua volta portatore per il prossimo.

       L’espressione di San Paolo ai Corinti: “siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo”, esprime appunto questa condizione del credente. Essere cristiani è riconoscere che il crocifisso è Colui che si è donato per amore per la salvezza dell’umanità. Credere in Lui significa riconoscersi “amati” e “salvati” non per merito personale, ma solo per “amore gratuito” di Dio.

       La responsabilità del cristiano è grande, quindi, perché è chiamato ad essere “presenza” dell’amore redentivo di Cristo, ad effondere “il suo profumo” con la propria vita secondo il Vangelo.

       Da qui trovano senso e pienezza ogni gesto e momento della vita del credente.

       Il gesto della donna, però, non è compreso dai presenti nella casa di Betania: «Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!» (Mc 14, 4-5). Marco non parla di Giuda, il traditore, ma di alcuni presenti. La loro indignazione non è vera attenzione ai poveri, ma espressione di un interesse puramente materiale.

       È il rischio che ogni cristiano corre: illudersi di vivere la fede, ma di fatto vivere un interesse e un vanto personale.

       Nella nostra società lo possiamo facilmente rilevare, perché i rapporti umani sono regolati dal calcolo e dal personale interesse. Il vantaggio e il vanto personale sono sempre più ciò che falsificano i gesti di attenzione e carità verso il prossimo.

       Gesù ci richiama a fare attenzione e a tenere ben presente da cosa partire: dalla fede in Lui, dal riconoscerlo Signore e Messia.

       «I poveri, infatti, li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me» (v. 7).

       Questa affermazione di Gesù non intende annullare la tragicità della povertà, che ribadisce essere sempre presente tra noi, ma vuole renderci consapevoli che la vera carità nasce da Lui e porta a Lui.

       Riconoscere Gesù, povero tra i poveri, ci permette di accogliere con maggiore disponibilità coloro che tra gli uomini saranno sempre poveri.

       Solo se saremo invasi dal “profumo di Cristo” potremo rispondere alle necessità dei poveri.

       I poveri, come ben sappiamo, non sono solo coloro carenti di beni materiali, ma è l’umanità intera, perché povera e assetata di senso, e che oggi, ubriaca di ciò che non dà risposta alla sua sete, è schiava dell’interesse personale, della falsa libertà e affermazione di sé, alienata e in cerca di sé stessa, preda dell’illusione di potere e di affermazione personale.

       A questi poveri siamo chiamati a portare il “profumo di Cristo”. In questa società i credenti devono “essere profumo di Cristo”.

       Adoratori di Cristo crocifisso, uniti alla sua passione, morte e risurrezione, lasciamoci invadere dal profumo dell’olio dello Spirito, donatoci dal Cristo, e che ci ha “consacrato” nel Battesimo; diffondiamo questo “profumo” con la nostra vita redenta dal Suo Amore, per servire l’umanità povera e assetata di senso e di amore vero.

Quinta Domenica di Quaresima (Anno B) - 2024

“Obbedienza o Sacrificio?”


 

(Ger 31,31-34 - Sal 50 - Eb 5,7-9 - Gv 12,20-33)

 

       «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà» (Gv 12, 24-26)

       Seguire Gesù e servire Gesù: in questo consiste la vita cristiana! La sequela del Cristo comporta, di conseguenza, il morire a sé stessi, cioè la capacità di anteporre a tutto e ai personali interessi il Cristo e il suo insegnamento.

       Amare la propria vita, dice Gesù, significa perderla, perché a servizio del mondo, di ciò che non è secondo Dio, secondo una logica e una prospettiva lontana dal Vangelo.

       Sequela e Servizio si possono tradurre in ascolto e obbedienza. Seguire chiede un ascolto attento e consapevole dell’insegnamento di Cristo e servirlo significa, appunto, obbedire, mettere in pratica l’insegnamento ascoltato ed accolto.

       La pericope giovannea si conclude con l’affermazione di Gesù: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).

       Il sacrificio di Cristo esprime la forza attrattiva dell’Amore di Dio Padre, che ha sancito la nuova e definitiva alleanza (Ger 31, 31.33) con l’umanità nel dono di obbedienza del Figlio unigenito: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5, 8-9).

       La salvezza ci è donata per l’obbedienza alla volontà di Dio e non facendo sacrifici. La novità del cristianesimo è data dalla esclusività di un Dio fatto uomo che non chiede sforzi e sacrifici esteriori, offerte e mortificazioni, ma esige l’obbedienza al suo Amore, al suo insegnamento.

       Pregare, celebrare, digiunare ed ogni altra espressione di devozione e culto sono graditi a Dio solo se espressione di una vita obbediente al Cristo, rinnegando ciò che ostacola questa totale donazione: l’egocentrismo, l’ipocrisia, la menzogna, il giudizio e tutto ciò che non genera amore e vita!

       «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23; Mc 8, 34; Mt 16, 24).

       Prendere la propria croce! Quante volte abbiamo sentito questa affermazione. Quante volte ci siamo sentiti dire, nei momenti difficili, di prova, di malattia, questa frase. Quindi, Dio ci vuole nella sofferenza? Ci chiede sacrifici grandi, pesanti da portare, che ci schiacciano, che ci uccidono? Ma Dio non vuole la felicità dell’uomo?

       Chi, di fronte alla prova, al dolore, alla malattia, alla sofferenza di qualsiasi genere, prova gioia, compiacimento?

       La lettera agli Ebrei afferma che anche Cristo «offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte» (Eb 5, 7), dunque, anche Lui, nella sua umanità, ha provato fatica, angoscia, paura ed ha invocato il Padre di essere liberato dal patibolo della croce. Solo nella obbedienza ha raggiunto il vero e pieno significato della sua morte, del suo sacrificio d’amore per l’umanità.

       Quindi, quale croce siamo chiamati a prendere ogni giorno? Quella della obbedienza alla volontà di Dio, che, a ben riflettere, è molto più impegnativa e onerosa dell’offrire una preghiera o un digiuno.

       L’obbedienza è più del sacrificio perché è un impegno su noi stessi di modellare la propria vita, la propria volontà, la propria intelligenza, il proprio cuore su Cristo, che comporta una rinuncia a quei desideri, obiettivi, sentimenti che sono contrari all’Amore di Dio e del prossimo.

       La croce di ogni cristiano è l’impegno diuturno a lottare contro il proprio egoismo, i sentimenti negativi, brutti, che nascono nel cuore e ci chiudono a Dio e al prossimo.

       Solo quando si è riusciti a prendere la croce dell’obbedienza si potrà accettare la prova, la malattia, le sconfitte e la morte offrendoli a Dio come adesione piena alla sua volontà.

       San Paolo ci insegna a “sopportare” le sofferenze che derivano dall’impegno di vivere la fede e di testimoniarla, come partecipazione al sacrificio d’amore del Cristo.

       «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24)

       Importante è comprendere che non ci uniamo al sacrificio di Cristo con il nostro sacrificio, ma vivendo l’obbedienza. Paolo lo dice chiaramente quando afferma “do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne”. È nell’unione con Cristo che possiamo vivere la pienezza della fede e raggiungere la salvezza. L’unione con Cristo è data da una vita di obbedienza, di conformazione (concetto paolino) a Cristo per il bene di tutti, della Chiesa, suo corpo.

       Il Dio di Gesù Cristo non chiede nulla di eroico e di cruento, nessun sacrificio esteriore, ma esige un costante impegno di obbedienza perché la propria vita sia espressione della appartenenza a Lui, della Carità e della Verità.

       Solo nell’unione piena al Cristo la propria offerta sarà gradita al Padre. Nella celebrazione della Messa non offriamo a Dio il pane e il vino, ma la nostra vita unita a quella di Cristo. L’unico e perfetto sacrificio gradito da Dio Padre è quello di Cristo, al quale ciascun battezzato è chiamato ad unirsi per essere salvati, santificati.

       La partecipazione alla celebrazione e l’accostarsi all’Eucaristia, perciò, devono essere vissute nella purezza del cuore e dei gesti, cioè in comunione con Dio, senza peccato grave. Pertanto, la vita cristiana è un cammino impegnativo e costante di lotta interiore perché “Cristo cresca e l’Io diminuisca” nella piena obbedienza all’insegnamento di Dio (cfr Gv 3, 30).

Quarta Domenica di Quaresima – Laetare (Anno B) - 2024

“Fare la verità”


 

(2Cr 36,14-16.19-23 - Sal 136 - Ef 2,4-10 - Gv 3,14-21)

 

         “Credere in Dio cosa comporta? Cosa occorre “fare” per vivere da credenti?”

          Sicuramente ci siamo posti queste domande o qualcuno ci ha posto questi interrogativi.

       La risposta più scontata ed immediata che si dà di fronte a tale interrogativo è: “andare a Messa la domenica o almeno a Pasqua e confessarsi almeno una volta l’anno”.

       Per i più devoti: “pregare ogni giorno, andare a messa ogni giorno, fare gesti di carità secondo le opere di misericordia corporali e spirituali”.

         Risposte esatte, sicuramente, dal punto di vista “cultuale”, ma non necessariamente esaustive se il “fare” non coinvolge “l’essere”.

        Nicodemo, l’interlocutore con Gesù della pericope evangelica, si pone lo stesso dubbio esistenziale. Da pio israelita, ben inserito nella fede in Jaweh, si reca da Gesù “di notte”, dice l’evangelista. Questo dettaglio indica la sua ricerca di senso e della fede in Gesù, che riconosce come «venuto da Dio come maestro» (Gv 3, 2), ma a cui non sa come dare l’assenso della fede.

       Nicodemo è l’immagine dell’uomo in ricerca, di chi comprende la possibilità di credere in Dio, ma non riesce a comprendere come vivere questa fede.

       Gesù risponde alla sua ricerca di senso indicando la necessità di una “rinascita dall’alto” (v. 3), cioè di un vivere nella Luce e un agire nella Verità. Il dialogo si conclude con l’espressione:

       «Chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3, 21).

       Il credente è chiamato a “fare la verità”. Questa espressione indica il “vivere nel bene”, “vivere nella luce.

       Il credente è chiamato a “Fare la verità”, che comporta “conoscere la Verità”.

       La “Verità” è il Cristo, come Lui stesso si definisce: «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14, 6).

       “Il fare”, per il cristiano, nasce “dall’essere”. “Si è”, dunque, “si fa”!

      Ignace de la Poterie, esperto esegeta del Vangelo di Giovanni, afferma: «La locuzione “Fare la verità” significa accogliere, interiorizzare e assimilare la verità del Cristo, aderire progressivamente a quella verità».

      Essere cristiani, dunque, significa incontrare, accogliere e aderire a Cristo, al suo insegnamento, e operare secondo la Verità.

      Il “fare” del cristiano è tutto centrato sulla sequela del Cristo, sulla Sua conoscenza, sullo studio della Parola per aderire alla Sua Volontà.

      È un “fare” che impegna la vita intera, nelle sue minime sfaccettature, nei singoli momenti ed eventi: tutta la vita deve essere un “fare” su di sé per divenire “conforme” a Cristo, come afferma San Paolo (Rm 8, 29; Fil 3, 10).

      La vita cristiana, dunque, è molto più impegnativa del celebrare riti e tradizioni, vivere devozioni, novene, processioni, recitare giaculatorie o preghiere; tutto questo, senza un vivere secondo la Parola, gli insegnamenti di Cristo, rischia di essere privo di senso e valore o, addirittura, diventare motivo di condanna: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli […] Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!» (Mt 7, 21-23).

      L’impegno del cristiano, che deve coinvolgere tutta la sua esistenza, in ogni sua componente, consiste nell’accogliere la Verità.

      Per questo “fare la Verità” significa essere disposti a rinunciare a sé stessi, a ciò che non ci permette di “amare come Cristo”: il nostro Io!

    La rinuncia al proprio Io è il punto di partenza fondamentale affinché possa compiersi la “rinascita dall’alto”, che Cristo ha indicato a Nicodemo (Gv 3, 3).

     La “nascita dall’alto” è dono dello Spirito Santo e avviene solo quando permettiamo a Dio di “abitare” in noi, rinunciando al nostro Io. Lo Spirito Santo ci è donato nel Battesimo, ma occorre che questo dono lo lasciamo operare con la personale adesione.

     Il cristiano è il battezzato nello Spirito, che è rinato dalla Grazia di Dio per vivere secondo l’insegnamento di Cristo, nel suo Amore.

     Ridurre questa alta condizione del credente ad una sterile, seppur devota, partecipazione a riti e tradizioni, per poi non vivere secondo la Parola di Dio, secondo il suo Amore, non è altro che una religiosità morta.

      Aderire a Cristo, rinunciare a sé stessi, al proprio ego, per camminare nella Verità e agire nella Carità: ecco la vera identità del cristiano.

    “Fare al verità” significa essere nella società, in ogni momento della quotidianità, presenza vivente e coerente del Cristo, mediante la propria capacità di adesione a Cristo, ma in una costante tensione di crescita e lotta interiore per raggiungere la piena conformità, la piena adesione all’Amore di Dio.

     Ecco cosa è la vita cristiana, ecco cosa significa vivere la Quaresima, ecco cosa è necessario per vivere la Pasqua ed essere annunciatori della risurrezione di Cristo.

     Chiediamo a Cristo di realizzare in noi tutto ciò, “mortificando” il proprio Io giorno per giorno, per “fare la Verità nella Carità”, che «è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera» (Caritas in Veritate, 1).

Terza Domenica di Quaresima (Anno B) - 2024

“Essere Tempio vivo dell’Amore”


 

(Es 20,1-17 - Sal 18 - 1Cor 1,22-25 - Gv 2,13-25)

 

       Nella preghiera di colletta dell’anno B, la Chiesa prega Dio Padre chiedendo di rendere i suoi figli “Tempio vivo” del suo amore.

       Essere “Tempio del Signore” è la definizione che meglio chiarisce l’identità del cristiano: credere nel Dio di Gesù Cristo è lasciarsi abitare da Lui, dal suo Amore. Non è dunque un culto esteriore, fatto di sacrifici, di riti e devozioni, ma un culto che si deve esprimere innanzitutto con la propria vita, le proprie scelte, l’adesione piena e convinta alla sua Parola, ai suoi insegnamenti, ai suoi comandamenti, alla sua Legge.

       La Legge Nuova, che Cristo ci ha donato, non ha abolito la legge mosaica, ma l’ha portata a compimento, sancendo l’Alleanza Nuova nel suo sangue, nel suo sacrificio sulla Croce.

       La presenza di Dio, per il cristianesimo, non è più l’Arca dell’Alleanza, conservata nel Tempio di Gerusalemme, contenente le Tavole della Legge, ma ciascun credente che vive in pienezza la Legge nuova dell’Amore, compimento della Legge del Decalogo.

       Il dono della presenza reale del Cristo nella Eucaristia, fa del cristiano, che vive nella piena comunione con Dio, presenza stessa di Dio: questa è la meravigliosa novità del cristianesimo.

       Il cristianesimo non è una religione dal culto esteriore, ma interiore: è la vita del credente a dover essere “culto spirituale da offrire a Dio” (Rm 12,1) e, per questo, è “presenza di Dio” nel mondo.

Da qui nasce la domanda di riflessione personale: “Sono Tempio di Dio, sua presenza nel mondo?”.

       Per fare una riflessione profonda e rispondere con onestà di coscienza, ci viene in aiuto San Paolo con il brano della seconda Lettura.

       «i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza» (1Cor 1, 22).

       Il cristiano è chiamato a essere “tempio di Dio” in mezzo a chi “cerca segni” per credere o rifiuta di accettare Dio perché pone tutta la sua adesione su ciò che è razionale, scientificamente dimostrabile. L’affermazione di S. Paolo ci aiuta a descrivere la società attuale e a capire come il credente deve distinguersi: annunciando «Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (v. 23) e riconoscendo che Cristo «è potenza di Dio e sapienza di Dio» (v. 24).

       L’annuncio va vissuto prima con “la propria vita”, con uno stile di comportamento che si distingue e si riconosce per la sua piena adesione al Vangelo, e poi con “la parola”, che deve comunicare l’Amore di Dio che ha cambiato la propria vita, dando senso e valore.

       Riconoscere Cristo “potenza” e “sapienza” di Dio si traduce nelle scelte di vita e dei valori, che distinguono il credente dalla logica del mondo. Non si tratta di una sterile proclamazione di parola, ma un impegno nella vita del mondo per portare la novità del Vangelo e fare scelte coerenti al Vangelo, che possono portare a dover essere controcorrente, generando avversione e, perfino, persecuzione.

       “Essere Tempio vivo dell’Amore” non è, dunque, né scontato né una espressione enfatica, è un impegno che richiede: costante verifica interiore e impegno per aderire al Vangelo; discernimento continuo per scegliere ciò che è secondo Dio.

       Essere cristiani non significa, dunque, semplicemente credere in Dio, vivere riti, elevare preghiere, fare atti di devozione.

       Essere cristiani significa rinnovare la propria vita in un impegno di conversione costante, perché la Parola di Dio sia la guida e la fonte del vivere nella quotidianità ed essere, per il prossimo, “presenza di Dio”, “Tempio del suo Amore”, affinché mediante ogni persona arrivi a conoscere Dio e ad accoglierlo nella sua vita.


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