Privacy

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra Clicca qui per ulteriori informazioni




La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi



×

Errore

Strange, but missing GJFields library for /home/utxxpkem/public_html/plugins/system/notificationary/HelperClasses/GJFieldsChecker.php
The library should be installed together with the extension... Anyway, reinstall it: GJFields

DOMENICA DELLE PALME (ANNO A) - 2023

“Dare a Cristo il primato nella propria vita”


 

(Mt 21,1-11 - Is 50,4-7 - Sal 21 - Fil 2,6-11 - Mt 26,14- 27,66)

      

         La Domenica delle Palme fa memoria dell’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme e dà inizio alla Settimana Santa, durante la quale si rievocano gli ultimi giorni della vita terrena di Cristo e vengono celebrate la sua Passione, Morte e Risurrezione.

       L’episodio dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme rimanda alla celebrazione della festività ebraica di Sukkot, la “festa delle Capanne”. Sukkot fa parte dei shalosh regalim, le tre feste di pellegrinaggio per le quali la Bibbia stabilisce che si debba rendere grazie a Dio recandosi a Gerusalemme con il frutto del proprio raccolto. La “festa delle Capanne” è una delle più importanti per gli ebrei, che rievoca il viaggio del popolo ebraico nel deserto verso la Terra Promessa, quando vivevano in capanne (la parola ebraica “sukah” significa “capanna” e “sukoth” è il plurale).

         Gli ebrei durante questa festa portano in mano e sventolano il lulav. Il Lulav con le sue quattro specie (palma, cedro, mirto e salice di fiume) simboleggia quattro qualità che l’ebreo deve avere.

         «La palma che deve essere dritta e più compatta possibile simboleggia la rettitudine nel comportamento che l’ebreo deve tenere. Il cedro con il suo odore profumato che accenna al suo sapore ci insegna che così come siamo esteriormente dobbiamo essere interiormente. Il mirto che con le sue piccole foglie tutte in torno coprono il suo stelo simboleggia la pudicizia e la riservatezza – la tzniut, che l’ebreo deve avere. La “aravah” – il salice di fiume, è un piccolo arbusto che grazie all’acqua cresce fino a divenire un albero grande dal tronco possente. Così è l’ebreo senza l’acqua – la Torah, non cresce, anzi si secca e perde le sue foglie»[1].

       Nei Vangeli troviamo il riferimento al “lulav” agitato davanti a Gesù che entra in Gerusalemme su un asino, ma l’evangelista Giovanni afferma che la folla «prese dei rami di palme» (Gv 12, 13) mentre Matteo (21, 8) e Marco (11, 8) parlano più in generale di rami di alberi e fronde prese dai campi e Luca (19, 28-40) non menziona nulla in particolare.

       Nella tradizione cristiana la palma o il ramoscello di ulivo, portato in chiesa e benedetto dal celebrante prima della proclamazione del brano evangelico dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, è simbolo della pace.

       Oggi il ramoscello di palma/ulivo è l’unica cosa a cui si dà importanza, al punto che non si partecipa alla celebrazione ma si va a chiedere il ramoscello da portare in casa e/o distribuire a familiari e amici. Assume, così, sempre più un significato magico e profano, non avendo nulla a che fare con la propria adesione al Cristo riconoscendolo come il Salvatore, il Re, il Figlio di Dio a cui obbedire e dare lode con la propria vita.

       Se, dunque, è il ramo di palma o ulivo che conta, proviamo a ridare il corretto e pieno significato come simbolo di una realtà più autentica e di fede.

       Essendo legato alla tradizione ebraica, possiamo partire dal significato che nell’ebraismo ha il “lulav” e rileggerlo per la nostra vita di cristiani, di seguaci del Cristo Re e Signore.

         Essere seguaci di Cristo e proclamarlo Figlio di Dio, Re e Signore, esige: una identità del cristiano conforme alla Legge nuova che è Cristo stesso (è il significato della palma), come meditato nella prima di Quaresima; una coerenza di vita e un culto a Dio della propria vita (è il significato del cedro), come meditato nella Terza di Quaresima; una vita trasfigurata, pura nel cuore, nella mente, nella volontà e negli atti (è il significato del mirto), come meditato nella Seconda di Quaresima; il vivere la quotidianità da risorti (è il significato del salice, essere desti in Dio, nella sua legge), come meditato nella Quinta di Quaresima.

       Decidere di prendere il ramoscello di ulivo, simbolo della pace, deve significare la scelta di impegnarsi nel cammino di rinnovamento interiore, di rinascita in Dio per l’azione dello Spirito, di conformità alla sua Parola.

        Per vivere nella vera pace occorre dare a Cristo il primato nella propria vita, cioè tutto di sé trova senso e valore in Cristo, per cui senza di Lui tutto diventa inutile e privo di significato.

         Il ramoscello di ulivo che prenderemo in questa Domenica delle Palme sia il simbolo della volontà di crescere e maturare nella fede e nella sequela piena del Cristo.

        Sia il simbolo dell’impegno diuturno a cercare e attuare il Bene, imparando a riconoscere e denunciare il Male per annunciare con la vita la gioia di seguire Cristo, Re e Signore.

        Il ramoscello di ulivo deve essere il segno esteriore di una vita da risorti, da redenti nella Pasqua del Cristo, che ci accingiamo a celebrare, per essere testimoni credibili e gioiosi dell’Amore di Dio al mondo che lo ignora.

           Liberiamoci della religiosità e ritualità vuote di significato e celebriamo la liturgia di culto a Dio con la vita e con i Sacramenti.

       Viviamo nella pace, frutto della Pasqua di Cristo, impegnandoci ad essere nel mondo annunciatori del Vangelo con un linguaggio comprensibile al mondo, ma nella fedeltà alla Verità che è Cristo.

       Solo così il ramoscello di ulivo non sarà un rito magico e profano, ma il segno esteriore di una vita gioiosa di fede e dell’impegno a costruire il Regno di Dio, Regno di amore e di pace.

 

[1] https://moked.it/blog/2013/09/25/lulav-2/. Si veda anche: https://www.shalom.it/blog/editoriali-bc9/sukkot-5782-il-lulav-e-la-sua-simbologia-b1101851; https://ucei.it/festivita-ebraiche/sukkoth/.

V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) - 2023

“Vivere la quotidianità da risorti”


 

(Ez 37,12-14 - Sal 129 - Rm 8,8-11 - Gv 11,1-45)

 

       «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11, 25).

       Cosa c'è dopo la morte? Qual è il senso della vita?

      A queste domande, se non si trova risposta per la fede, si risponde riducendo la propria esistenza a un susseguirsi di attimi, di momenti, vissuti, a volte, senza darne importanza, valore, e la morte, di conseguenza, è solo il termine fisico della vita.

      Secondo il pensiero contemporaneo generale, la scienza è capace di dare risposte più credibili, perché essa è capace di dimostrare gli eventi, mentre la fede non dà certezze.

      Dando rilievo al pensiero scientifico, la vita e la morte sono considerati solo come processi biologici. La vita avviene per l'unione dei due gameti umani e quel processo di sviluppo cellulare termina con ciò che chiamiamo morte, fine della vita. Il corpo senza vita poi si decompone e quindi tutto ha termine.

       In questa prospettiva semplificata del processo vitale dell'uomo ciò che manca è il senso dell’esistenza.

       Forse qualcuno lo trova negli affetti, altri nella professione, altri ancora nel successo, nella cultura ecc.

       Di fatto sono valori, ideali, ma non il vero senso della vita!

       La fede cristiana indica come senso e valore della vita umana il Cristo, Via, Verità e Vita (Gv 14, 6).

       Riconoscere ed accogliere il Cristo come Dio e Signore, come colui che è “Via da seguire”, essendo il modello di umanità, “Verità che dà senso e valore al vivere”, e “Vita di Amore che qualifica appieno le relazioni”, permette di raggiungere il pieno e completo senso della vita.

       Il cristiano che vive in pienezza la fede è il portatore di senso della vita nel mondo perché la sua esistenza è carica di speranza per la fede che vive e la carità su cui basa il suo pensare, volere e agire.

       Credere nel Dio cristiano ed essere cristiani significa vivere la quotidianità da risorti.

     Liberi per la fede e nella fedeltà all'amore di Dio, i cristiani vivono l'attimo presente proiettati verso l'eternità in Dio, cioè vivono il presente nella tensione di un futuro in Dio carico di vita e di amore.

       Le relazioni interpersonali, le azioni e le responsabilità del vivere sono vissute in pienezza e nell'amore perché in tutto sia presente Dio!

       La fragilità e il peccato non vengono sublimati o eliminati per la fede in Dio, ma il credente ne prende piena coscienza e li orienta e rinnova in un costante cammino di redenzione, di rinascita nella grazia dello Spirito Santo.

     Il cristiano autentico è risorto a vita nuova nello Spirito se e quando, consapevole del suo limite e del suo errore, si lascia rinnovare interiormente dal Cristo, cambiando mentalità, per "amare per primo", essendo stato amato per primo da Dio, generando così vita nuova, vera resurrezione nell'amore e nella verità: amando senza riserve, perdonando senza attendere il pentimento dell'altro, tessendo relazioni cariche di speranza e di fiducia.

       A termine di questo nuovo cammino quaresimale, esaminiamo la nostra coscienza per allontanare tutto ciò che non genera vita in noi e nel prossimo; per rinnovare in noi il cammino di conversione; per imparare ogni giorno ad "amare per primi" come fa Dio verso di noi, nonostante il nostro peccato.

IV DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) - 2023

“Apparire o Essere?”


 

(1Sam 16,1.4.6-7.10-13 - Sal 22 - Ef 5,8-14 - Gv 9,1-41)

 

       «[…] l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1Sam 16, 7).

       Apparire o essere?

       Oggi, più di ieri, questa domanda è necessaria perché l’uomo possa ritrovare sé stesso e il motivo del suo esistere.

       Nella nostra società “apparire” è il leitmotiv del modo di vivere della maggioranza delle persone, in particolare dei giovani.

       Nell’era della comunicazione virtuale, l’apparire è la struttura fondamentale su cui si poggia l’esistenza. L'immagine è la prima cosa che su cui si investe nel contattare l'altro.

       Il bisogno di apparire è così vitale da basare la propria identità dai “follower” e dai “like” che si hanno sui propri profili social.

       La moda dei tatuaggi, che imperversa da diversi anni soprattutto tra le ultime generazioni ma che coinvolge anche gli adulti, è un esempio eclatante di come l’apparire ha una valenza maggiore dell’essere.

    Nel bisogno di apparire esprimiamo, di fatto, non ciò che siamo, ma quello che altri chiedono, esigono, preferiscono. È di fatto una omologazione a cliché imposti da altri!

      Apparire significa mostrarsi agli altri e, dunque, essere accettati, ammessi, legittimati al bisogno d'amore.

     Fondando tutto sull’accettazione da parte degli altri, inizia quel tormentato processo di travestimento per la recita di un copione, che non identifica la nostra reale persona. Inseriti in un determinato contesto, indossiamo una maschera non sempre scelta da noi, obbligandoci a muoverci secondo schemi ben definiti che accettiamo per convenienza senza avere mai il coraggio di rifiutarli, anche quando contrastano con la nostra natura.

      Se l’apparire è l’espressione della personalità dell’odierna società, maggiormente per quella occidentale, si comprende il motivo della fragilità delle personalità, in particolare delle giovani generazioni.

     La crisi esistenziale, lo stato di depressione sempre più in aumento tra la popolazione, i disturbi alimentari, sono tutti segno di quanta importanza si dà all’apparire, non riuscendo a comprendere e conoscere sé stessi.

      A quanto pare, Pirandello è moderno ancora oggi. Egli basava il suo pensiero tra “vita e forma”, “maschera e volto”, “apparire ed essere”. Per lo scrittore la personalità degli uomini non è una, ma molteplice: cambia cioè a seconda delle circostanze e delle convivenze. L’individuo ha per natura il bisogno di confermare la propria esistenza e ciò è dato dal vedere ed essere visti.

      Il personaggio di “Uno, nessuno e centomila”, Vitangelo Moscarda, è l’emblema dell’uomo di questa società, prigioniero delle opinioni altrui, dipendente dal plauso e giudizio degli altri.

      Essere, invece, è l’identità della persona, la sua intima natura, ciò che si è.

      Attraverso l’essere esprimiamo la nostra identità, un modo di vivere personale e necessario, la nostra unicità.

     È vero che la nostra personalità è modellata dalla relazione e dal giudizio delle persone con cui ci relazioniamo, ma fondare la propria esistenza sull’essere significa determinare da sé la propria esistenza, decidere con consapevolezza e libertà chi e cosa si vuole essere!

     Scegliere di fondare la propria vita sull’ “essere” richiede capacità di introspezione, di ascolto, di riflessione, ma soprattutto fondare la propria vita su valori assoluti.

      “Essere” chiede un lavoro costante di discernimento, di analisi valutativa e di scelta consapevole e determinata per il Bene.

     Decidere di essere e non di apparire significa impegno per formare la propria coscienza, porre ascolto a ciò che edifica e valutare le circostanze in base a ciò che è essenziale e genera benessere.

       Se tutto questo discorso vale in generale per la vita della persona, a maggior ragione vale per il cristiano.

      Avere fede in Dio significa determinare la propria vita nel Bene, che è Dio, e scegliere di “essere” secondo la volontà di Dio e non “apparire” per piacere agli uomini.

       Gesù lo dice chiaramente: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6, 1).

      San Paolo ci ricorda che la fede si basa sulla sequela, sull’accogliere il Vangelo di Cristo e afferma: «Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1, 10).

      Spesso, purtroppo, si identifica la vita cristiana in base allo stereotipo del “buon cristiano” che segue regole, abitudini, consuetudini, e vive pratiche di religiosità che poco incidono sull’identità personale.

       Si vive “l’apparire del buon cristiano” piuttosto che “l’essere vero cristiano”.

      Si ritiene comunemente che il buon cristiano sia colui/colei che recita preghiere, vive con devozione e trasporto le celebrazioni, frequenta regolarmente, meglio se quotidianamente, la celebrazione eucaristica, rispetta e vive regole, precetti e usanze, trascurando invece la vita morale, i valori di riferimento su cui imposta le proprie scelte quotidiane, l’attenzione alla relazione con il prossimo vivendola nella autentica “carità nella verità”, sapendo andare “contro corrente” pur di non rinunciare alla propria adesione al Vangelo.

       Il rischio è di vivere un “fariseismo”, condannato da Cristo, piuttosto che la corretta sequela di Cristo.

       Comprendiamo, allora, l’affermazione forte di Gesù ai farisei dopo la guarigione del cieco nato: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane» (Gv 9, 41). Vivere la fede seguendo una religiosità significa essere “ciechi”, incapaci di discernimento e di comprendere e riconoscere il proprio errore, il proprio limite e peccato.

     Scegliamo di “essere” credenti formando la nostra coscienza con l’ascolto della Parola e la vita secondo lo Spirito nella fedeltà agli insegnamenti del Magistero. Scegliamo di “essere” veri cristiani avendo il coraggio di andare contro corrente e di saper scegliere sempre il bene, consapevoli che questo non ci farà acquisire notorietà tra gli uomini, ma sicuramente ci permetterà di vivere nell’Amore di Dio e ricevere da Lui la ricompensa della vita eterna.

        Facciamo, dunque, nostre le parole di San Paolo: «Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore» (Ef 5, 8-10) e viviamo la nostra adesione a Cristo con responsabilità e impegno per “essere” e non “apparire” cristiani; per “essere” segno di Cristo nel mondo, lievito vivo per la società, testimoni autentici del Vangelo.

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) - 2023

“Dare culto a Dio con la vita”


 

(Es 17,3-7 - Sal 94 - Rm 5,1-2.5-8 - Gv 4,5-42)

 

       «[…] i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così, infatti, il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4, 23).

         Meditando sul brano della Trasfigurazione ho affermato che la fede cristiana è lasciarsi trasfigurare dall'incontro con Cristo, dalla sua parola affinché la propria esistenza diventi presenza di Dio nella quotidianità.

        Da questo si comprende che dare culto a Dio non è offrire preghiere, atti di devozione, presentare offerte esteriori o fare penitenze, sacrifici, mortificazioni corporali.

        Dare culto a Dio, gradito e accolto, significa fare della propria esistenza una “lode a Dio”, “una presenza del suo Amore nella quotidianità”.

Gesù parla di un culto vissuto in “spirito e verità”; di “adoratori in spirito e verità” (Gv 4, 23).

       L’espressione “spirito e verità” è una endiadi tipica giovannea[1] che ci aiuta a comprendere che solo nella piena comunione con Dio viviamo il culto gradito a Lui.

       “In spirito”: per offrire il culto gradito a Dio di sé stessi occorre lasciarsi abitare dallo Spirito di Dio. Lo Spirito Paraclito, dono del Padre e del Figlio, ci illumina per comprendere e compiere la volontà d Dio e così offrire il culto gradito della nostra vita modellata nell’ascolto della Parola e nella carità. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui […] lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 23.26).

       Il culto gradito a Dio non è quindi uno esteriore, ma il culto della nostra vita modellata, secondo il suo insegnamento, nell’Amore di Dio. San Paolo lo afferma chiaramente: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 1-2).

       La stessa partecipazione all’Eucaristia non è una offerta di un sacrificio esteriore a noi, di una sterile partecipazione per assolvere ad un precetto o peggio per consuetudine: è adesione della vita a Cristo e impegno di costante conversione per essere a Lui conforme.

       Il perfetto sacrificio gradito a Dio è quello del Cristo e solo quando, guidati e modellati dallo Spirito, viviamo nella comunione con Cristo offriamo il vero culto al Padre.

       La preghiera non è la recita di parole, anche se tratte dalla Bibbia, ma è apertura del cuore a Dio, allo Spirito, perché ogni pensiero, ogni parola, ogni gesto, tutto di noi sia espressione della appartenenza a Dio.

       Questo non vuol dire essere senza peccato, ma vivere nell’impegno e nella consapevolezza di un processo di conversione, di totale disponibilità a lasciarsi trasformare dall’incontro con Dio, dal suo Amore!

       Tutto ciò manifesta il vivere nella Verità.

        Il culto nella “verità” è espressione del rinnovamento nella grazia dello Spirito: un rinnovamento della mente, del cuore e della volontà. È rinascita dall’alto; rinascita nella fede, nello Spirito. È vivere pienamente nel dono della fede, nella grazia del Battesimo ricevuto.

        Il culto nella “verità” è il culto della propria vita nella piena sequela del Cristo Verità, Via, Vita. È operare nella Verità: «[…] chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3, 21).

        Per vivere ciò occorre crescere in umiltà e docilità.

       Santa Teresa d’Avila ripeteva: “L’umiltà è camminare nella verità”.  Non è umile chi disprezza sé stesso o si stima incapace di tutto, ma chi vede la verità della propria persona, sa riconoscere i propri limiti così come i propri talenti, si sforza di impiegarli nel miglior modo e di migliorare tenendo a freno ciò che ostacola il bene.

       Umiltà, quindi, non significa ritenersi inferiori, ma essere consapevoli di ciò che realmente siamo, senza sovrastimarsi ma neppure sottovalutandosi. Umiltà significa poggiare su una base solida di autoconoscenza e da lì partire per poter poi, giorno per giorno, riuscire a superare i propri limiti, affidandosi a Dio e camminando nella Verità.

       Per camminare nella Verità occorre vivere nella docilità, cioè avere una coscienza aperta alla ricerca della verità per discernere il Bene. Occorre avere un “cuore docile”, come chiese a Dio il re Salomone per guidare e governare il suo popolo: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (1 Re 3,9).

       «“Cuore docile” allora significa una coscienza che sa ascoltare, che è sensibile alla voce della verità, e per questo è capace di discernere il bene dal male» (Benedetto XVI, Angelus del 24 luglio 2011).

      

       Il culto gradito a Dio è, dunque, quello di una vita vissuta nel costante ascolto della Verità, della Parola di Dio, perché la coscienza personale sappia ricercare sempre il bene e rifiutare il male, impegnandosi a superare i propri limiti in umiltà e docilità all’azione dello Spirito, sapendo mettere da parte il proprio orgoglio, la propria affermazione e supremazia, per operare nella carità e nella ricerca del Bene di tutti.

         Camminiamo nella Verità e offriamo a Dio il culto della nostra vita nella costante ricerca del bene. Affidiamoci alla Vergine Maria, umile e docile, che ha accolto la Verità nel suo grembo e ci ha insegnato a dargli ascolto. Imitiamo Lei, che ha fatto della sua vita il “vero culto” in “spirito e verità”, e diciamo il nostro rinnovato “Si” al Padre con una coscienza vigile e attenta a compiere il massimo bene in ogni circostanza del nostro vivere.

[1] Figura retorica per cui si disgiungono due parole l'una delle quali sarebbe il complemento dell'altra

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) - 2023

“Trasfigurati perché il mondo creda!”


 

(Gen 12,1-4 - Sal 32 - 2Tm 1,8-10 - Mt 17,1-9)

 

       Cosa significa avere fede?

       Certamente non è compiere semplicemente dei riti o identificarsi in una modalità di credenza, perché questa è semplicemente religiosità.

       Avere fede non è semplicemente credere che Dio esista. Avere fede è vivere una relazione con il Dio in cui si crede.

       La Fede è sequela; la Fede e rispondere ad una chiamata.

      «Signore, è bello per noi essere qui!» (Mt 17, 4).

      L'espressione di Pietro di fronte al Cristo trasfigurato è l'emblema della religiosità che spesso si riscontra nella vita delle comunità cristiane: "che bella messa"; "che bella processione"; "che bel momento di adorazione, di preghiera". Tutte espressioni che spesso sentiamo dire o che abbiamo detto, che evidenziano certamente l'aspetto, anche ovvio è necessario, del sentimento, della compiacenza, della partecipazione attiva a ciò che si è celebrato, ma il più delle volte ci si ferma semplicemente a questo: all'emozione, al sentimentalismo.

     Gesù invece invita a seguirlo, la voce del Padre invita ad ascoltarlo: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (Mt 17, 5).

      La fede, dunque, è ascolto e sequela.

      La Fede è lasciarsi trasfigurare dall'incontro con Cristo, dalla sua parola affinché la propria esistenza diventi presenza di Dio nella quotidianità.

      Il cammino di fede cristiana è un cammino di trasfigurazione, cioè di totale rinnovamento della propria persona.

      Lasciarsi trasfigurare da Cristo significa rendere visibile, tangibile, concreta la nostra immagine e somiglianza con Dio.

      Significa che la nostra umanità viene rinnovata, elevata, qualificata dalla grazia di Dio.

      Essere trasfigurati per la fede in Cristo fa della nostra condizione umana, fragile, debole, caduca, presenza di Dio nella storia.

      Non si è veri cristiani se non si è trasfigurati!

     Per questo vivere la fede cristiana è un impegno costante di ascolto; è un lavoro di continuo di rinnovamento interiore; è un cambiamento di mentalità, di parola, di gesti.

     Essere trasfigurati è l'unica condizione per essere testimoni: per essere santi come Dio è Santo (Lv 19,2), perfetti come è perfetto il Padre (Mt 5, 48).

     La trasfigurazione del nostro essere avviene quando impariamo a vivere pienamente secondo la volontà di Dio, ad ascoltare la Parola di Dio e conformare la nostra vita ad essa.

    Avere fede, dunque, significa vivere secondo la parola di Dio, guidati dalla Grazia che riceviamo nei Sacramenti, in un impegno di rinnovamento continuo del proprio essere secondo l'amore che Dio ci dona.

     La fede si trasmette di mano in mano, per la testimonianza di coloro che credono, di coloro che sono trasfigurati dall'incontro con Cristo.

     Scegliere di vivere la fede Cristiana comporta impegnarsi in un cammino costante di Trasfigurazione.

      Il Cristo trasfigurato ci chiama a questa novità di vita perché il mondo creda: Trasfigurati perché il mondo creda!


Passa alla modalità desktopPassa alla modalità mobile