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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi




Prima Domenica di Quaresima – Anno A

“Giustificati per l’obbedienza di Cristo, camminiamo in Verità e Grazia”


 

(Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 50; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11)

 

       Fin da piccoli siamo educati a riconoscere ciò che è bene e ciò che è male. Questa conoscenza l’acquisiamo per gradi: prima sono gli adulti che ci dicono cosa è buono, giusto, corretto ed attraverso la punizione o la gratificazione apprendiamo cosa scegliere e come valutare; crescendo impariamo dall’esperienza ad applicare le conoscenze ricevute e ad accrescere la capacità di discernimento.

       La cultura incide molto sulla nostra valutazione di ciò che è bene, buono e gratificante. Nella nostra società, sempre più secolarizzata, il riferimento al bene e al male assoluti non è sempre valido ed accettato, ma tutto è ridotto alla comprensione e valutazione personale.

       Cosa è bene e cosa è male? Cosa è giusto o sbagliato? Cosa è tentazione e cosa è peccato?

       La risposta a queste domande non sempre è univoca, anzi molto variegata e a volte alcune categorie, come quella di peccato e di tentazione non hanno alcun riferimento con Dio, ma solo con sé stessi.

       La “tentazione” è la prova della fede e non già “peccato”, che è invece la scelta che facciamo di assecondare la “tentazione” e, quindi, un’azione libera, determinata e consapevole a fare ciò che è contrario al bene compreso e scelto.

       In un certo senso, guai se non avessimo mai provato la tentazione, perché indicherebbe una stasi spirituale, in cui il confronto con la Verità di Dio sarebbe inesistente e di conseguenza il nostro cammino di fede risulterebbe fermo! Mancherebbe in noi la capacità di discernimento, mentre sarebbe grande la “superbia spirituale”, riconoscendoci “giusti e santi”.

Il racconto del “peccato originale”, di Genesi 3, è sempre meno accolto e considerato come una storiella di poco conto, non più valida neanche per i bambini, perché non rispetta la libertà di scelta. Eppure se leggiamo questo brano per quello che è, una analisi sapienziale sulla esperienza umana, pur esposto con un linguaggio legato ad una cultura lontana da noi, possiamo riconoscere la radice di tante scelte negative.

       La radice delle azioni negative sta nel valutare sé stessi sopra ogni cosa, considerandosi “Dio”, cioè giusti e infallibili. È il senso delle parole del Tentatore, di Satana: “ […] Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gn 3, 5).

       Da questa premessa, il discernimento conseguente risulta corrotto e tutto è valutato come valido e buono per il bene del soggetto: “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gn 3, 6).

       Il peccato, quindi, è un tradire l’amore di Dio, un porre al centro di tutto sé stessi e, di conseguenza, una scelta egoistica e di potere. “Il peccato è […] una diminuzione per l'uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza” (GS 13).

       Gesù, nella sua umanità, viene appunto tentato sulle necessità dell’essere umano (prima tentazione), sulla fede (la seconda tentazione) e sul potere (la terza tentazione). Sono, di fatto, i punti deboli di ciascuno di noi.

       Chi di noi non desidera il successo, il potere, il denaro e tanti beni? L’invidia, che ognuno sperimenta, verso chi possiede e vive una vita considerata “agiata” è il segnale che di fatto le tentazioni a cui Gesù è stato sottoposto appartengono alla vita di ogni persona.

       Come vincere queste tentazioni? Come evitare il peccato e resistere alla tentazione?

       Gesù ci ha indicato la via: vivere una fede viva, una relazione vera con Dio, fatta di ascolto della Parola; di obbedienza alla sua legge di vita; di adorazione, di culto autentico verso il Signore.

       Questa via indicata da Gesù la possiamo percorrere facendo un continuo discernimento su noi, sul nostro comportamento e sulla nostra intenzionalità.

       Come fare un corretto discernimento?

       Occorre formare ed educare continuamente la nostra “coscienza”. La coscienza non è da confondere con il rimorso, il senso di colpa. Quest’ultimi sono emozioni che provengono dalla consapevolezza di aver assunto un atteggiamento inappropriato. La coscienza invece è “un luogo” interiore in cui […] l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita quest'altro” (GS 16). Il giudizio sulle azioni è solo un momento della “coscienza”. Se essa non è formata, il giudizio non sarà corretto.

         Come formare la coscienza?

       Innanzitutto la formazione della propria coscienza deve essere un compito che dura tutta la vita e fatto di vigilanza e impegno costanti e continui (CCC 1784). La formazione della coscienza trova il suo fondamento nel non rinunciare mai alla propria dignità di persona.

       Per formare la coscienza bisogna amare e ricercare la verità. Per il cristiano la prima fonte per la formazione della propria coscienza è la Parola di Dio, che deve assumere la centralità nella vita del credente.

       La Parola va accolta, meditata e vissuta. Per far ciò non dobbiamo mai assumere un atteggiamento di difesa verso di essa, cioè non dobbiamo temere che essa metta a nudo la nostra persona, ma permettere che espleti la sua potenzialità di valutazione ed orientamento.

       La lettura personale della Parola di Dio va accompagnata e guidata dalla lettura comunitaria nella liturgia e in obbedienza del Magistero.

       Un ruolo importante per la formazione della coscienza lo ha il Direttore Spirituale, il quale, nel dialogo confessionale sacramentale e nel dialogo di direzione, aiuta a comprendere il cammino da compiere per raggiungere la piena maturità di fede.

       Il sacramento della riconciliazione è utile per un continuo esercizio di discernimento e di fedeltà alla verità. Nel fare l’esame della coscienza impariamo a prendere coscienza di ciò che siamo e di come viviamo.

       “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi” (Gn 3, 7): questa espressione di Genesi esprime quello che accade se facciamo un corretto esame di coscienza lasciandoci guidare ed illuminare dalla Parola di Dio. Nella Bibbia, la nudità esprime la condizione di “ignominia”, di “vergogna”, che è ciò che proviamo quando prendiamo consapevolezza di un errore compiuto, di una decisione sbagliata che ha prodotto delle conseguenze inaspettate.

       Non dobbiamo aver paura di provare “vergogna” per il nostro peccato, ma molto di più di restare in quella condizione e perdere la possibilità del dono di grazia che Cristo ci ha conquistato con la sua morte e risurrezione. Mai disperare della misericordia di Dio e del suo perdono, ma imparare a fare chiamare per nome il nostro limite e impegnarci a superarlo con l’aiuto della Grazia.

       San Paolo ci invita a meditare e a non dubitare del dono di grazia di Dio: “Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. […] Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5, 17.19).

       Costituiti giusti da Cristo, per la sua obbedienza al Padre, andiamo a Lui con il cuore ricolmo di gratitudine e con la coscienza pronta a fare verità, cercando sempre di compiere ciò che produce il bene ed edifica noi e gli altri.

Mercoledì delle Ceneri – Anno A

“Aprire il cuore a Dio e vivere in umiltà”


 

(Gl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18)

 

       “Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male” (Gl 2,13)

       Iniziamo il periodo di “penitenza” e di “conversione interiore” della Quaresima. Come viverlo, senza cadere nella sterile ritualità che non incide sul cuore e sulla mente?

       Il profeta Gioele ci invita ad una conversione del cuore, che consiste in un esame di ciò che non abbiamo vissuto nella logica della misericordia.

       Non è certamente facile fare un esame di coscienza profondo e dettagliato, anche perché questo comporta non partire da noi stessi e dalle interpretazioni soggettive del nostro agire, ma da Dio e dalla sua proposta di vita tutta radicata nell’amore misericordioso, ma resta l’unico modo per aprire il cuore a Dio e vivere nella sua amicizia.

       Il periodo di Quaresima è un momento favorevole per impegnarsi nel cambiare mentalità, per liberarsi dall’egocentrismo e dal soggettivismo ed assumere la “misericordia” come regola di vita.

       Per raggiungere questo obiettivo, Gesù ci invita a operare su più livelli.

       Il primo riguarda il vivere nell’ “umiltà”, che è il costituivo del cristiano: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 6, 1). Gesù ci richiama a vivere nell’umiltà e a confidare in Dio; ad allontanare da noi ogni vanagloria e bisogno di affermazione. L’unico vanto deve essere nel sapersi ed essere figli di Dio. Questo significa recuperare il “santo timore di Dio”, che non è avere paura di Lui, ma riconoscerlo come Signore giusto a cui abbandonarsi in una relazione di fiducia e ascolto della sua proposta di vita. Papa Francesco, nella udienza generale dell’11 giugno 2014, così definisce il Timore di Dio: “Il timore di Dio […] è il dono dello Spirito che ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Dio e al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarci con umiltà, con rispetto e fiducia nelle sue mani. Questo è il timore di Dio: l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene”.

       Il secondo livello riguarda la “modalità del fare”. Spesso facciamo le cose per affermare la nostra persona; mettiamo al centro di tutto noi stessi, anche inconsapevolmente o involontariamente. Dobbiamo, invece, sempre ricordare che siamo di passaggio e che nessuno di noi è indispensabile, pertanto nell’agire dobbiamo imparare a “scomparire” perché emerga il Signore. Abbiamo un modello da seguire, per arrivare a vivere il nostro servizio facendo emergere Dio e non noi stessi: Giovanni il Battista! Egli, pur essendo “il più grande tra i figli di donna” (cfr. Lc 7, 28), ha vissuto nel nascondimento il suo ministero. Ai suoi discepoli ha indicato il Cristo dicendo: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 30). Quante volte, invece, siamo costretti a fare i conti con una cristianità vissuta centrando tutto su sé stessi anziché su Cristo? Da ministri ordinati a laici impegnati, sono tante le situazioni in cui “tutto ruota intorno alle persone invece che a Cristo”, come se senza di esse nulla sarebbe possibile.

       Il terzo livello riguarda la “preghiera del cuore”. Gesù ci chiede di “pregare nel segreto” (cfr Mt 6, 6), che non vuol dire non partecipare alla liturgia comunitaria, ad andare a Messa e a non usare le preghiere della tradizione cristiana. Gesù ci chiede di rivolgerci a Dio Padre con la vita, cioè con la mente, il cuore e la volontà tutte orientate e dedite a Lui. Altrimenti la nostra preghiera sarà sterile, un semplice sciorinare parole e formule.

       La preghiera del cuore è adorazione, contemplazione e accoglienza di Dio; è “centrarsi”, “fondarsi”, “radicarsi” in Dio, perché tutto di noi sia nella sua volontà. Per imparare a vivere la “preghiera del cuore” occorre impegno, costanza, tenacia per agire e verificare che il nostro agire sia fatto in Cristo, cioè conduca al bene di tutti e a costruire relazioni di bene. La preghiera del cuore si raggiunge con la costante verifica di sé alla luce di Dio, con l’aiuto e la guida della Parola di Dio e della grazia sacramentale.

       Il segno delle ceneri, con cui iniziamo il periodo quaresimale, non deve essere un “rito magico”, “devozionale”, “esteriore”.

       Esso esprime esteriormente il lavoro interiore da fare che impegna tutta la vita. Le ceneri, come atto penitenziale, devono essere il segno esteriore dell’impegno interiore a vivere l’umiltà e l’abbandono amorevole a Dio.

       Iniziamo con gioia questa quaresima. L’impegno penitenziale sia piuttosto interiore e basato nel verificare approfonditamente la propria coscienza. Le scelte penitenziali esteriori (fioretti, digiuni o penitenze particolari che possiamo decidere) siano vissute come supporto al lavoro interiore, altrimenti perderanno di senso e utilità spirituale!

       Oltre al segno esteriore della quaresima, impariamo a vivere con frequenza e impegno il Sacramento della Riconciliazione e, se possibile, viviamo un cammino di direzione spirituale! Sentiamo nostra l’esortazione accorata e fraterna di San Paolo: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5, 20).

        Buona quaresima!

VII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“La santità: misura della fede”


 

(Lv 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48)

 

       “Siate santi”! “Siate perfetti”! Se ci fermassimo a questi due concetti, forse, potremmo anche dire che possiamo esserlo o che possiamo raggiungere questa condizione.

       Quante persone ritengono di essere perfette, di non sbagliare mai, di essere giusti e corretti sempre! Non è così strano umanamente pensarsi perfetti e integerrimi!

       Ciò che rende poco attraente questa condizione di vita è la seconda parte dell’affermazione: “[…] perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”; “[…] come è perfetto il Padre vostro celeste”.

       Il termine di misura e paragone è Dio e non noi stessi! Avere come “misura” della santità e perfezione Dio sembra richiedere un notevole impegno, un dispendio di forze e una grande abnegazione, per cui a molti spaventa questo obiettivo e genera un minimalismo etico, necessario per acquietare la propria coscienza, giustificandosi con affermazioni del tipo: “io ho tanti difetti, non potrò mai arrivare alla santità, pertanto mi accontento di vivere quello che posso cercando di non fare del male”.

       Di fronte al comando di Dio (“Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”; “siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste”) dobbiamo chiederci: “Può Dio esigere da noi l’impossibile?”. La risposta è sicuramente: No, sarebbe un controsenso e una presa in giro!

       Dunque, cosa ci chiede Dio indicandoci la misura così alta della santità, della perfezione?

       Ci chiede di non dimenticare che siamo “figli suoi”, “creati a sua

immagine e somiglianza”, “resi capaci di amare”. Ci chiede di non chiuderci nell’egoismo, nell’impegno spasmodico della propria affermazione e nella paura dell’altro, visto come un nemico ed un rivale.

       Per divenire “Santi”, “Perfetti”, occorre imparare ad “amare” come ci ama Dio; significa usare la stessa unità di misura con la quale siamo misurati da Dio: la misericordia!

       “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello” (Lv 19, 17); “Non ti vendicherai e non serberai rancore” (Lv 19, 18); “amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5, 44): sono espressioni forti, lontane dalla logica umana. Sono quasi un controsenso per il modo di ragionare umano, eppure sono il modo più vero di essere “persone”, di amare e sentirsi amati.

       Non esprimono di certo la reale possibilità umana, per questo occorre “il di più” che viene dalla fede, dalla relazione profonda con Dio, che ci permette di saper andare oltre noi stessi e amare anche quando tutto grida di chiuderci ed allontanare da noi chi ci ha fatto soffrire.

       Come diventare santi e perfetti? Basta compiere opere di carità, opere di devozione, prestare servizi caritativi?

       Prima di tutto occorre agire su sé stessi, occorre cambiare il cuore. Occorre un impegno costante di conversione per vincere l’orgoglio personale innato in noi, che spesso è di ostacolo alla misericordia facendoci irrigidire nel rancore e nel giudizio.

       La conversione del cuore si raggiunge con la preghiera e la meditazione; con il porsi di fronte al Signore e meditare sul suo amore.

       San Paolo ci aiuta a fissare mente, cuore e volontà sull’amore di Dio ricordandoci: “non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”. Dio non solo ci ama, ma ha posto la sua dimora in noi. Ci ha costituiti suo tempio, sua abitazione per il dono della Grazia attraverso il Battesimo.

       Cosa significa questo? Significa che dobbiamo imparare a considerare che la condizione di “santità” ci appartiene non per nostro merito, ma per dono suo. Se impariamo a tenere presente che Dio abita in noi, ogni momento della nostra esistenza lo vivremo con maggiore attenzione facendo sì che sia espressione dell’amore di Dio, testimonianza del nostro “essere di Cristo”, come ci ha detto San Paolo.

       Per far questo occorre imparare anche a non confidare sulla sapienza umana, ma su quella di Dio, che vuol dire non porre valore alle cose di questo mondo, a non confidare né sul potere né sul successo e tanto meno sul denaro.

       Di conseguenza il nostro vanto non è da porre su noi stessi né sulle altre persone, ma su Dio e sull’appartenere a Lui in quanto figli.

       Essere santi e perfetti è, dunque, una realtà già nostra per il dono della grazia battesimale, ma non ancora raggiunta in pienezza per la fragilità che ci appartiene come persone.

       L’impegno da porre nella vita deve essere quello di aprirsi all’azione dello Spirito in noi, cioè impegnandoci a vivere nell’amore.

       Santa Teresa di Lisieux ci aiuta a capire come raggiungere questo: “Dio ha voluto creare i grandi Santi, che possono essere paragonati ai gigli ed alle rose; ma ne ha creati anche di più piccoli, e questi si debbono contentare d'essere margherite o violette, destinate a rallegrar lo sguardo del Signore quand'egli si degna d'abbassarlo”. Lei ha desiderato e si è impegnata ad essere “amore”: “Nel cuore della Chiesa mia Madre, io sarò l'amore. Così, sarò tutto… e il mio sogno sarà attuato!” e ci ricorda che “Gesù non guarda tanto alla grandezza delle azioni, e neppure alla loro difficoltà, ma all'amore che fa compiere questi atti”.

       Spronati da queste parole di Santa Teresa e certi dell’amore di Dio, ringraziamo il Signore nostro Dio facendo nostre le parole del Salmo.

       

Benedici il Signore, anima mia,

quanto è in me benedica il suo santo nome.

Benedici il Signore, anima mia,

non dimenticare tutti i suoi benefici.

 

Ti ringraziamo Signore,

perché ci doni la tua Grazia e il tuo perdono.

Aiutaci ad essere, negli ambienti di vita che frequentiamo,

a partire dalla nostra famiglia,

persone che sanno amare e perdonare,

accogliere senza giudicare,

capaci di sostenere e correggere con carità e verità.

Amen!

      

VI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“Per una giustizia non legale, ma sapienziale”


 

 

(Sir 15,16-21; Sal 118; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37)

 

       Parlando con i giovani e gli adulti delle varie religioni sento commentare che i fedeli mussulmani hanno più fede di noi, perché loro non rinunciano alla loro religione.

       In risposta a tale affermazione rivolgo questa domanda: “E noi perché rinunciamo? Perché non conosciamo e viviamo in modo profondo la nostra relazione con Dio?”

       Non sempre ricevo risposta. Secondo me la ragione è da trovare in più direzioni: la cultura, la vita delle comunità, la testimonianza che si riceve.

       La cultura nella quale viviamo ha per tanto tempo minato le radici della fede cristiana al punto che oggi l’individualismo e il culto della libertà personale sono i pilastri della nostra società.

       In questo contesto culturale Dio e la sua proposta di vita contrastano con il culto della libertà personale.

       Ma Dio non obbliga nessuno! La relazione con il Dio cristiano non è di sottomissione, ma di amore! Dio non ci chiama servi, ma amici!

     Il libro del Siracide sottolinea la nostra risposta libera alla proposta di alleanza di Dio: “Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Sir 15, 16-17).

     Dio non impone nulla all’uomo, lo ama e si propone a lui con Verità da accogliere e da seguire. La fede è una relazione di amore e una sequela basata sul riconoscere che Dio ha una proposta di vita che mi qualifica e mi salva.

      Alla proposta di Dio ognuno risponde liberamente e, di conseguenza, è responsabilità di ciascuno restargli fedele e vivere la relazione con Lui.

       La vita di fede si esprime nell’ascolto della Parola, nel culto, nella preghiera personale e nelle opere quotidiane secondo la morale cristiana. Il peccato è, dunque, un tradimento dell’amore. La santità è una vita nella verità e una lotta contro l’empietà e la meschinità.

      Se nella nostra società la religione cristiana è sempre più una minoranza molto dipende, oltre che dalla cultura dominante, anche da chi si professa credente. I cristiani non conoscono i fondamenti della religione; ignorano sempre più gli insegnamenti del Vangelo e la morale cristiana. La sapienza di Dio è sostituita dalla sapienza del mondo e dall’arroganza della soggettività.

      Ragazzi e giovani sono sempre meno interessati alla religione, ricevono i sacramenti per tradizione, ma ignorano tutto della fede. Come fare perché la trasmissione della fede sia più incisiva?

     La fede si trasmette da persona a persona, di mano in mano. La famiglia è il primo luogo della trasmissione della fede e dalla testimonianza personale nasce la fede nei più piccoli.

     La Parola di Dio è il fondamento della fede. Senza la conoscenza della Parola più che di fede si deve parlare di religiosità o di sterile ritualità di culto.

      Gesù lo dice chiaramente nel brano evangelico: “In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto”. La Parola è l’unica fonte per conoscere Dio.

     Inoltre Gesù afferma con fermezza ed incisività: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli”. La testimonianza della vita, il comportamento secondo la Legge di Dio, la vita morale secondo il Vangelo sono i pilastri della trasmissione di fede. Non sono le omelie, le catechesi, o le celebrazioni e le processioni a generare la fede, ma il modo di comportarsi e di ragionare delle persone care con cui si vive ad incidere sulla formazione della coscienza.

    Gesù, nel prosieguo del brano evangelico, esplicita proprio questo declinando i comportamenti errati che possiamo fare e che spesso riteniamo normali.

     Pone la sottolineatura sull’intenzione che è alla base dei nostri comportamenti. La conversione della mente, dello sguardo e del cuore sono fondamentali per attuare comportamenti evangelici autentici.

     L’espressione di Gesù: “Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”, mette in guardia da una sicurezza di giustizia legale, di sterile osservanza della legge pensando di essere “perfetti modelli di vita di fede”, “cristiani corretti e giusti”. La giustizia a cui Gesù ci chiama e ci invita a fare nostra è quella di Dio, cioè una giustizia che si basa “sulla verità e sulla carità”.

     La giustizia ha le sue radici nella carità e nella verità. Non può esserci giustizia che non parta “dall’amore per l’altro” e dalla “verità per il rispetto della dignità della persona”.

    “La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos dell'amore: è, questo, l'annuncio e la testimonianza cristiana della carità. Nell'attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l'adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività (Caritas in Veritate, 4).

    Fare “la carità della verità” (Ef 4,5) significa vivere la propria vita come dono e operare nella logica della gratuità e della misericordia: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono”.

     Significa cambiare mentalità, logica; significa passare dalla visione egocentrica alla visione caritativa; significa assumere il cuore e la vista di Dio, che permette di vedere l’altro sempre e solo come un fratello da amare, anche quando lui non vuole (cfr Mc 10, 17-27; Lc 22, 48; Mt 26, 49-50).

     Il parlare diventa, pertanto, costruttivo e attento all’altro: “Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno” evitando ciò che genera divisione, dolore, morte interiore.

 

“Signore Gesù,

tu ci hai insegnato la via dell’amore,

ad amare oltre la nostra misura,

amando con la tua misura di misericordia.

 

Ogni giorno, però, facciamo esperienza

di quanto sia difficile cambiare mentalità,

aprire il cuore anche quando è ferito,

ad agire con amore con chi ci ha offeso.

 

Aiutaci con il dono del tuo Spirito

a fissare lo sguardo del cuore e della mente

alla tua croce, fonte di sapienza e di amore,

per amare come te il nostro prossimo,

per adorare e servire Te nelle persone che incontriamo,

per serviti compiendo “la carità della verità”.

 

Apri il nostro cuore e la nostra mente,

con il dono del tuo Spirito,

per comprendere e vivere la tua Parola,

affinché il nostro parlare ed agire

sia espressione autentica del nostro

appartenere a Te, Signore e Maestro.

Amen!”

V Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“Dare gloria a Dio con la vita”


 

(Is 58,7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16)

       Credo che ognuno di noi, almeno una volta nella sua vita, si sia chiesto, facendosi l’esame di coscienza: “sono un buon cristiano?”.

       Cosa significa essere buoni cristiani? Esiste una misura? Non basta avere fede? La fede si può quantificare? La fede non è questione privata, che riguarda la relazione tra Dio e la propria coscienza? Che legame c’è tra ciò che vivo e ciò che credo?

       Forse non tutte queste domande ci riguardano personalmente, ma di certo fanno parte del pensare comune. Spesso diventano anche la giustificazione da addurre alla propria coscienza per la disaffezione alla partecipazione alla vita della comunità di fede.

       Non possiamo neanche negare che la società moderna è fondata sull’individualismo e l’affermazione della libertà personale. Sempre più attenti a sé stessi, alla propria efficienza e a soddisfare i propri bisogni, spendiamo energie e tempo nel cercare di “splendere come stelle” nella società e di divenire, nel nostro piccolo, “VIP”, persone importanti e famose!

       La cura quasi spasmodica del proprio aspetto ci distoglie sempre più dall’essenziale, da ciò che si vede solo con il cuore, come direbbe “il piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry: “non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

       Guardare con il cuore e impegnarsi a ricercare l’essenziale significa essere “sapienti”, “saggi”; significa, come dice Gesù nel brano del Vangelo, essere “sale e luce”.

       Per rispondere alla domanda iniziale, “sono un buon cristiano?”, occorre capire se abbiamo imparato a “guardare con il cuore”, che non significa se siamo sensibili, se ci muoviamo a pietà, se siamo pronti a impegnarci in azioni caritative.

       “Guardare con il cuore” significa aver raggiunto quella piena conformazione a Cristo, per cui il nostro cuore ha sperimentato e vive la “misericordia di Dio”.

       È il significato delle parole di San Paolo: “non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” (1 Cor 2,1-2). Paolo certamente poteva fare conto sulla sua profonda conoscenza delle Scritture, essendo stato educato alla grande scuola rabbinica di Gamaliele, eppure non fa leva sulla sua eloquenza e conoscenza delle Scritture, ma alla sua esperienza di misericordia, fulcro della sua evangelizzazione.

       Dalla misericordia sperimentata nasce la vera sapienza del cuore e tutto assume una luce nuova. Essere “sale e luce” significa comunicare e testimoniare al mondo l’Amore misericordioso di Dio che si è manifestato e che noi abbiamo incontrato.

       Non si tratta, dunque, di una cultura religiosa da acquisire con cui dare senso e valore alle cose umane. Non è certo la conoscenza intellettuale a convertire i cuori a Dio, ma è la sapienza del cuore ad essere capace di contagiare e sensibilizzare.

       La luce con cui illuminare non deriva certo dalle pratiche di pietà, dalle devozioni e dalle tradizioni religiose. Sono “le opere buone” che rendono gloria al Signore e sensibilizzano il prossimo ad imitarle. Le opere buone sono le opere di misericordia corporali e spirituali, che la Tradizione della Chiesa insegna.

Le opere buone nascono dalla conversione continua della mentalità e del cuore. Cambiare mentalità e purificare il cuore richiede il diuturno ascolto e mediazione della Parola di Dio. È la Parola che genera in noi la conversione della mente e del cuore. Essa ci conforma a Cristo; ci modella interiormente e ci dona sapienza e luce per “vedere”, “valutare”, “illuminare” e “dare senso” alla vita.

       Il profeta Isaia ci indica da dove partire per fare di noi credenti in cui la Parola genera la conversione del cuore e della mente, affinché con le opere diamo gloria a Dio: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (Is 58, 9-10).

     Il cristiano che desidera fare della sua vita una piena conformità a Cristo, Signore e Maestro, deve fare attenzione a tre ostacoli alla Grazia di Dio: l’orgoglio, il giudizio, l’egoismo.

     L’orgoglio genera oppressione del prossimo. Il giudizio chiude il cuore proprio e uccide quello dell’altro. L’egoismo non permette di agire nell’Amore gratuito e misericordioso di Dio.

     Dio ci chiama a dare sapore e luce. Ci investe di responsabilità per amare e servire i fratelli nella carità e nella verità, donandoci la sapienza, per dare senso e sapore ad agni minimo gesto della vita, e la luce, per illuminare e guidare il prossimo nella via dell’Amore.

      Chiamati a dare gloria a Dio con la nostra vita, rendiamogli grazie vivendo nella giustizia e nella verità.

“Signore Gesù,

tu ci chiami ad essere “sale e luce” della terra,

e ci doni la tua Grazia perché questo possa realizzarsi.

Sostienici nel nostro impegno quotidiano

nel vincere l’orgoglio, il giudizio e l’egoismo,

che spesso prendono il sopravvento

nelle nostre scelte, azioni e parole.

Donaci il tuo Spirito,

perché la tua Parola trovi accoglienza in noi

e converta la nostra mente e il nostro cuore

perché siano capaci

di comprendere e attuare la tua volontà.

Lo Spirito Paraclito

ci sostenga e ci guidi sempre,

perché con le nostre opere siano

espressione di amore e di misericordia.

Amen!”

Presentazione del Signore al Tempio

“Siamo il Tempio in cui Dio abita”


 

(Ml 3,1-4; Sal 23; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40)

       «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34).

       Gesù è presentato al Tempio, secondo quanto indicato dalla legge di Mosè. Un uomo giusto e pio, Simeone, ed una profetessa, Anna, danno gloria a Dio riconoscendo che quel bambino è il Messia, atteso da Israele.

      Le parole di Simeone esprimono chiaramente la missione di Gesù: essere pietra d’angolo (Sal 118, 22-23), sasso d’inciampo (Is 8, 14) e segno di contraddizione per coloro che non lo riconoscono come il Messia, il Signore, il Figlio di Dio.

       Gesù, verità, svela i pensieri di molti cuori, perché chi lo riconosce come Messia e lo accoglie non può vivere nella falsità e nell’ipocrisia. Il cuore di coloro che lo seguono deve essere puro e sincero, bandendo da esso doppiezza, falsità e meschinità.

       Ma Gesù è venuto per condannare? No, certo! Ma chi vuole essere salvato non può accoglierlo “a condizione”, “a metà”. Cristo o lo si accetta o lo si rifiuta!

       Se questo ci sembra una esigenza impegnativa, per il fatto che Gesù ci chiede un cuore tutto rivolto a Lui, possiamo trovare forza e ragione nelle parole del brano della Lettera agli Ebrei.

       “Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura” (Eb 2, 16). Gesù si è fatto carne per noi ed ha offerto se stesso per ognuno di noi.

       Dio non ci lascia soli nella nostra tribolazione quotidiana. Non ci abbandona nella prova, nella tentazione e nel peccato. Ha preso su di sé il peccato e lo ha vinto con la sua obbedienza. Noi siamo chiamati ad imitare il Signore Gesù nella obbedienza alla Verità.

       Ogni nostro pensiero, ogni parola, ogni gesto, ogni decisione, tutto di noi deve essere ispirato e riferito alla Verità. Tutto deve esprimere e testimoniare la nostra adesione a Dio, al suo Amore.

       Cristo è la Luce che illumina la nostra coscienza. Non possiamo vivere nelle tenebre generate dalla menzogna, dall’ipocrisia, dall’egoismo. Se riflettiamo bene, ogni nostro peccato, ogni nostra tribolazione interiore, ogni divisione trova origine nel non vivere nella verità.

      Siamo ricurvi su noi stessi quando ci chiudiamo alla verità e all’amore di Dio. Non riusciamo a vedere oltre noi stessi. Non riusciamo a riconoscere l’amore di Dio attorno a noi, né a vedere il nostro prossimo come fratelli.

      Cristo ci libera e illumina la nostra ragione. Ci aiuta a superare il nostro egoismo imparando a vivere la Legge di Dio e riconoscerla come “Via” di amore.

      Fa di noi il Tempio di Dio, donandoci il suo Spirito. Ci ha resi adoratori di Dio in spirito e verità: con la nostra vita, impegnata nella fedeltà alla verità e con gesti di amore liberi da ogni ipocrisia e falsità.

“Signore Gesù,

ti sei donato a noi e ci hai indicato la “via” dell’amore.

Ci hai insegnato che la tua Legge ci libera,

perché è una legge di amore.

Donaci la luce del tuo Spirito,

perché impariamo ogni giorno

a vivere nella verità,

a bandire da noi ogni falsità,

ad allontanarci da ogni ipocrisia.

Ci ha reso tempio dello Spirito,

e ci chiedi di adorarti in spirito e verità.

Illumina la nostra coscienza

per saper fare sempre la tua volontà.

Amen.”


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