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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi




III Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“Essere di Cristo”


 

 

(Is 8,23b-9,3; Salmo 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23)

 

       Abbiamo appena concluso la settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani e Papa Francesco, con la recente Lettera Apostolica, in forma di Motu Proprio, Aperuit illis, ha stabilito che la III Domenica del Tempo Ordinario sia “dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio” (n.7). Questa domenica è, dunque, la prima Domenica della Parola di Dio.

       Ogni domenica noi ascoltiamo e meditiamo la Parola e in questa Domenica abbiamo un’occasione in più per ribadire una verità della nostra fede: Dio si è rivelato agli uomini e ha donato la sua Parola, fatta carne, Via, Verità e Vita.

       Essere cristiani significa seguire Gesù Cristo, Verbo fatto carne; ascoltare e vivere la Parola nei piccoli e grandi gesti della nostra vita. Questo ci fa capire che non è semplice essere cristiani, non è questione di “cose da fare”, ma di “essere” persone rinnovate dall’incontro con Cristo, redenti dalla sua croce.

       San Paolo ribadisce con forza questo concetto quando afferma: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo” (1 Cor 1, 17). Se non siamo radicati e fondati su Cristo, sulla sua Parola, la nostra fede non porta frutti.

       Siamo stati liberati dal peccato e resi figli di Dio per il sacrificio della croce di Cristo: “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1 Cor 1, 23). Il cristiano, dunque, è portatore di una novità di vita che trova il suo fondamento nell’amore di Dio. Il cristiano è un rinnovato dall’agape: unito in comunione con Dio per la croce di Cristo, per vivere in comunione con ogni persona per annunciare il Regno di Dio, regno di amore e di comunione.

       È la missione di Cristo, il suo invito rivolto a tutti, la sintesi della sua predicazione: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4, 17). Lo chiediamo ogni volta che recitiamo il Padre nostro, la preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Venga il tuo Regno”. Noi siamo chiamati a costruirlo con la nostra vita, con il nostro impegno di “comunione con Dio e con i fratelli”.

       San Paolo richiama i corinti e noi a questo stile di vita, distintivo del cristianesimo: “Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti” (1Cor 1, 10).

       Gesù ci ha insegnato: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37). Il nostro parlare deve essere ispirato alla “Verità” e costruire rapporti centrati sulla Verità.

       Va bandita ogni parola che genera divisione; va evitato ogni parlare ambiguo. Tutto deve generare comunione, unione di intenti e pensiero.

     Come possiamo dire di amare Dio, di seguire Cristo, di essere cristiani se abbiamo il cuore chiuso; se parliamo seminando discordia e divisione; se con il parlare distruggiamo la reputazione del prossimo?

     Le divisioni tra cristiani sono tante: dagli scismi alle rotture di rapporti tra i credenti, il corpo di Cristo è dilaniato!

     Quando come cristiani decidiamo di chiudere un rapporto, di escludere dalla nostra vita qualcuno, dovremmo fermarci a riflettere e capire che questo gesto si ripercuote su noi stessi, sul rapporto di comunione con Cristo, sull’edificazione del Regno di Dio.

      Come possiamo pensare di essere in pace e degni di ricevere la grazia sacramentale, se di fatto abbiamo tagliato dalla nostra vita un “membro” del corpo di Cristo?

       Possiamo essere credibili come cristiani, annunciatori della Parola di Dio, testimoni dell’amore misericordioso, non vivendo in comunione con il prossimo?

      Se Cristo si è offerto in riscatto per tutti, come possiamo dirci ed essere suoi discepoli se escludiamo dalla nostra vita qualcuno, senza usare misericordia?

       Sicuramente siamo pronti a rispondere a queste domande con tanti “ma”, “però”, adducendo motivazioni e giustificazioni, forse anche con “fondamenti teologici e morali”. Resta il fatto che Cristo ci ha insegnato ad amare e a perdonare, come Lui stesso ha fatto con noi.

     San Paolo, inoltre, ci insegna: “Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Rm 12, 17-18).

    Di fronte alla Parola di Dio i nostri ragionamenti perdono di significato. Le nostre parole se non fondate sulla Parola non potranno edificare e costruire il Regno di Dio, il bene comune.

   Di fronte all’amore di Dio, i nostri sentimenti feriti, i nostri rancori e giustificazioni, perdono forza. Non abbiamo altro da fare che arrenderci all’amore!

   Come fare, se di fatto, constatiamo che tra cristiani viviamo divisioni, rancori, esclusioni, separazioni?

   Dobbiamo riconoscere che il problema sta nel fatto che oggi si è cristiani più per tradizione, che per aver veramente incontrato il Signore Gesù. Abbiamo ricevuto il battesimo e i sacramenti dell’Iniziazione cristiana, ma non abbiamo ricevuto ed accolto l’annuncio del Kerigma, del Vangelo. Abbiamo fatto “catechismo” più che “catechesi”, cioè abbiamo ricevuto nozioni, o meglio infarinature delle verità di fede, ma non abbiamo fatto un cammino che ci ha condotti a incontrare e conoscere Dio e a rispondere con l’ossequio della fede.

   Ecco perché San Paolo afferma di non essere stato inviato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo: perché di fatto per ricevere il dono della grazia occorre prima incontrare Cristo, mediante la sua Parola.

    Oggi abbiamo bisogno di ripartire dall’annuncio del Vangelo per “ri-educare” noi cristiani alla vera fede.

     Dobbiamo ripartire dalla Parola per celebrarla nei Sacramenti e attuarla nella vita. Dobbiamo imparare a dare spazio a Dio nella nostra vita, dedicando tempo a Lui per riappropriarci del nostro tempo per edificare noi e gli altri nell’Amore, per costruire il Regno di Dio ed essere “sale e luce” per la società civile.

    Chiamati da Gesù alla “conversione”, impegniamoci a dedicare tempo alla Parola di Dio, perché sia la fonte del nostro pensare ed agire e rivolgiamo al Signore la nostra preghiera:

Signore Gesù,

che ci hai donato te stesso con il sacrificio della croce,

rinnova il nostro cuore e la nostra mente,

perché impariamo a fare della tua Parola

la via da seguire,

la regola da compiere,

la parola da proclamare e donare.

 

Rendici costruttori di comunione:

capaci ad accogliere,

pronti a perdonare,

attenti a non giudicare,

disponibili a supportare e aiutare,

dediti all’ascolto di Te e dei fratelli,

testimoni della tua infinità carità.

 

La tua Parola sia ogni giorno

luce nel cammino,

guida nel giudizio,

regola nell’agire,

perché ogni persona ti possa

incontrare attraverso il nostro vivere da credenti.

 

Rendi le nostre comunità di fede,

veri cenacoli di amore,

luoghi in cui incontrarti,

rifugi in cui ristorarsi,

convivi in cui alimentarsi della tua Parola,

letta, studiata, meditata e vissuta.

Amen.

II Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

“Chiamati alla santità”


 

(Is 49,3.5-6; Salmo 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34)

       Come cristiani ci siamo mai chiesti se abbiamo fede? Cosa significa per noi avere fede?

       Siamo convinti che per avere fede basti credere che Dio esista, vivere delle pratiche di culto e seguire un determinato comportamento in riferimento ai comandamenti.

         Tutto questo possiamo chiamarla fede?

       Se fosse così, come mai oggi coloro che praticano i Sacramenti e vivono un cammino cristiano in parrocchia o in un gruppo laicale sono meno del 10% della popolazione?

       Non possiamo dire che non sono vissute le tradizioni legate alla cristianità, basta pensare alle feste patronali, alle festività natalizie e pasquali, dunque come mai la vita quotidiana ha così poco di vita cristiana? Come mai i fanciulli, i ragazzi e i giovani sono così lontani dalla Chiesa?

       Forse dobbiamo riconoscere che noi cristiani, più che fede, viviamo una appartenenza ad una religione e una religiosità ad essa ispirata, ma non una relazione di fiducia con Dio, conoscenza ed adesione alla sua volontà.

       San Paolo definisce i credenti: “santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata” (1Cor 1, 2). I credenti sono coloro che riconoscono Gesù come Signore e Salvatore. Sono coloro che vivono l’obbedienza alla sua Parola e santificati nel suo sangue.

       Essere cristiani significa perciò ascoltare e praticare la sua Parola; significa essere abitati dalla Grazia, santificati dal dono dello Spirito. Avere fede significa conoscere e attuare la sua volontà nella nostra vita.

       Essere cristiani significa accogliere la chiamata alla santità, che non è compiere azioni grandiose, fare miracoli, essere perfetti.

       Significa essere noi stessi, ma con un impegno costante e cosciente nel compiere la volontà di Dio: adorarlo con la vita, mediante gesti di amore, di misericordia, di impegno “pro”, “a favore” degli altri.

       Essere cristiani significa vivere per Dio, vivere di Dio e vivere in Dio. Significa conoscerlo e testimoniarlo, saperlo indicare come l’Agnello di Dio, avendo fatto esperienza del suo amore misericordioso, rigenerati dalla sua misericordia, rialzati dalla nostra miseria e dal nostro peccato per il suo Amore infinito.

       Avere fede significa aver fatto esperienza del suo amore misericordioso e sentire l’urgenza di testimoniarlo a tutti, perché ognuno possa incontrarlo e sentirsi amare senza essere giudicato.

       Giovanni Battista indica a tutti Gesù Cristo come l’Agnello di Dio e il Figlio di Dio, colui che battezza nello Spirito. Noi abbiamo ricevuto il dono del battesimo nello Spirito Santo, ma dobbiamo farlo fruttificare in noi. Come?

       Innanzitutto conoscendo, meditando e pregando la Parola di Dio: come cristiani non possiamo essere ignoranti; ignorare, non aver letto, conosciuto la Parola di Dio.

       Dalla conoscenza della Parola scaturirà la vera adorazione di Dio, in spirito e verità (cfr Gv 4, 10-26) e le opere di carità (cfr Mt 25, 31-46).

       Per il dono del battesimo ricevuto siamo inseriti nella santità di Dio. Il dono dello Spirito ci santifica fino alla perfezione, che sarà piena quando saremo in Dio, con la nostra morte.

       Il nostro impegno, la nostra adesione al battesimo per la fede si traduce non in una pratica sterile, in preghiere devote ma vuote, ma in una vita normale, che fa i conti con la fatica del quotidiano e la fragilità dell’essere, tutta tesa a lasciarsi modellare e guidare dallo Spirito di Dio.

       I cristiani non sono i “perfetti”, i “giusti” i “migliori”. Sono invece consapevoli del proprio peccato, della propria miseria e lottano ogni momento, impegnandosi a vivere la fedeltà all’amore di Dio ricevuto, a testimoniare la misericordia che Dio ha concesso a tutti e a praticare la carità che Dio stesso ha usata verso di loro.

       Iniziando il nuovo anno liturgico, riconosciamoci chiamati alla santità, non per merito, ma per infinita misericordia. Apriamo gli orizzonti del nostro vivere e liberiamo la nostra vita di credenti dalle strette maglie del ritualismo, del tradizionalismo e del bigottismo.

       Impegniamoci ad essere testimoni dell’amore di Dio, chiamati alla santità per far partecipi tutti di questo immenso e gratuito dono di Dio.

Battesimo del Signore – Anno A

“Immersi con Cristo nel limite di ciò che siamo per rinascere all’amore”


 

(Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17)

 

       La festa del Battesimo del Signore conclude il Tempo di Natale.

      Dopo aver contemplato il Natale e l’Epifania del Signore, questa festa è un nuovo invito ad accogliere il Cristo, il Figlio amato, su cui il Padre ha posto “il suo compiacimento” (Mt 3, 17).

       Il brano del battessimo di Gesù possiamo definirlo come una “sintesi” di tutto il vangelo e rivela il mistero profondo di Dio: la Trinità, nella relazione di Amore tra il Padre e il Figlio, l’offerta del Figlio da questo momento a tutti i fratelli.

       Gesù nel ricevere il battesimo si pone in fila con i peccatori. È lì per compiere ogni profezia ed accettare la sua missione di offrirsi per noi peccatori. L’innocente e il giusto si pone in fila dalla parte dei peccatori.

       Gesù, l’Emmanuele, il Dio con noi, con questo gesto inizia pubblicamente la sua missione; si è fatto per noi maledizione e peccato (Gal 3, 13; 2 Cor 5, 21), perché noi partecipassimo alla benedizione di Dio, diventando per mezzo suo “giustizia di Dio”.

       Nell’immergersi nelle acque del Giordano, Gesù solidarizza con la nostra miseria, con il nostro limite per aprirci la via della Salvezza in Lui. In Cristo siamo invitati a solidarizzare con Dio accogliendo il suo messaggio di amore, riconoscendo il Figlio amato come la Verità che ci rende liberi figli di Dio.

       Dio Padre rivela il Figlio amato in cui trova il suo compiacimento, perché è il nuovo Adamo in cui tutta l’umanità ritrova la piena comunione con Dio.

       Il Padre rivela al mondo il Figlio, il Servo obbediente, che il profeta Isaia presenta come colui che porta la giustizia sulla terra con umiltà, dolcezza, pazienza e misericordia e san Pietro ci dice che non fa preferenza di persona, ma accoglie tutti coloro che lo temono e praticano la giustizia. Pertanto siamo chiamati a immergerci nella misericordia di Dio; a lasciarci rinnovare dal suo Amore; a riscoprire il dono della Grazia ricevuto con il nostro Battesimo.

       Il cristiano è inserito nel mistero di amore di Dio, appunto, per il battesimo ricevuto, che non è quello di Giovanni Battista. Noi siamo rigenerati nell’obbedienza del Cristo; salvati per il suo sacrificio; resi veri adoratori del Padre per il dono del suo Spirito.

       Immersi nella Grazia per il dono del nostro battesimo, siamo chiamati a ascoltare il Figlio, Parola del Padre, a compiere la volontà del Padre e rinascere a vita nuova.

       Contemplando Gesù che si immerge per ricevere il battesimo, assimilandosi alla nostra condizione di limite, di peccato, rinnoviamo il nostro impegno a vivere con consapevolezza l’essere cristiani. Impariamo a riconoscere il nostro limite, la nostra debolezza e il nostro peccato; a saper dare il nome a ciò che ci ostacola nel vivere la vera comunione con Dio.

       Confidiamo sull’amore di Dio, che ci appartiene per il sacrificio di Cristo, e viviamo nella sua pace, nella sua giustizia, nella sua verità. Alziamo lo sguardo verso “il cielo”. Liberiamo il nostro cuore dalla stretta del mondo, che ci fa concentrare su ciò che è effimero e passeggero e impariamo a dare spazio nel cuore a Colui che ci eleva dal nostro limite e ci rende capaci di operare grandi cose nel suo amore.

       Siamo peccatori, è vero! Siamo deboli, certamente! Ma siamo anche tempio dello Spirito per il dono del battesimo ricevuto. Dipende da noi se vivere nel dono della Grazia ricevuta o ricurvi sul limite del nostro essere, perdendo la speranza e la gioia dei figli amati da Dio Padre.

       Noi possiamo fare della nostra vita una esistenza felice e realizzata: basta imparare a confidare in Dio, ad ascoltare la sua Parola, a vivere con semplicità ogni cosa nella giustizia e nella carità.

       Non dobbiamo fare nulla di eroico, ma vivere semplicemente la routine delle nostre giornate, nella consapevolezza del dono ricevuto, con prudenza e sapienza, facendo del “tempo che viviamo” l’occasione per costruire relazioni nell’amore di Dio, nel rispetto e nell’accoglienza del prossimo.

 

BATTESIMO11WEB      

Epifania del Signore – Anno A

“Siamo la manifestazione di Cristo per l’oggi”


 

(Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3.5-6; Mt 2, 1-12)

       “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”.

       Questo ritornello al Salmo 71 esprime il senso della Solennità della Epifania: Dio si manifesta nella sua gloria e tutte le genti sono chiamate a riconoscerlo e ad adorarlo.

     San Paolo lo afferma nella lettera agli Efesini: “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3, 6).

     Oggi celebriamo la manifestazione di Gesù riconoscendolo re, profeta, Signore della vita. I doni presentati a lui, come riporta il Vangelo di Matteo, esprimono proprio questo.

         Riconoscere Cristo Re significa porlo al primo posto nella nostra vita. Vuol dire scardinare il nostro egoismo e il bisogno naturale di affermazione, per fare posto a Lui come Via, Verità, Vita.

       Significa che il nostro pensare, valutare, agire deve essere basato sul suo insegnamento; significa che tutto della nostra vita va riferito a Lui.

       È questa una rivoluzione totale, uno scardinamento dell’esistenza dal nostro “ego” per “incardinarci” su Cristo. Tutto di fatto deve ruotare intorno a Lui: per cui non ciò che piace a me, ma ciò che è secondo la sua volontà; non per interesse personale, ma per edificare il suo Regno; non per vanto personale, ma per dare lode a Dio.

     Riconoscere Cristo profeta significa che la sua Parola, il suo insegnamento diventano il punto fondamentale della mia vita. Cristo è la rivelazione del Padre, la legge nuova da seguire, la Verità che illumina e dà senso e valore ad ogni cosa.

       Significa che la mia fede deve nutrirsi della Parola di Dio. Significa leggere, meditare, studiare la Parola di Dio. La fede non è questione di pratiche e ritualità, ma è “conformazione” a Cristo, come dice San Paolo, cioè attraverso la Parola modellare se stessi, con l’aiuto della Grazia di Dio, per essere “cristificati”. Vuol dire divenire cristiani che “sanno rendere ragione della speranza” (cfr 1Pt 3, 15), non perché “abbiamo sempre fatto così” o per “tradizione”, ma perché la Parola, che si è fatta carne, è di fatto “in noi”, rendendo la nostra vita una “testimonianza” credibile di Cristo.

      Non è una cosa da poco! Ma è una cosa possibile! “Tutto posso in colui che mi dà forza” (Fil 4, 13).

       Riconoscere Cristo Signore della vita significa rendergli culto con la nostra esistenza. Noi siamo cristiani e non pagani! Non offriamo sacrifici a Dio, ma offriamo noi stessi uniti a Cristo.

     Nella celebrazione Eucaristica offriamo il nostro culto, la nostra adorazione, la nostra vita rigenerata e rinnovata dall’unico e perfetto sacrificio di Cristo.

       La dossologia, a conclusione della preghiera eucaristica (per Cristo, con Cristo, in Cristo a Te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli), è la nostra offerta gradita al Padre.

       La fede cristiana è un impegno a fare della nostra vita una esistenza “innestata” in Cristo, “in comunione” con Cristo, “attraverso” Cristo, per cui ogni cosa di noi deve esprime il nostro appartenere a Lui.

      La fede, dunque, si esprime nella carità e si fonda nella speranza: vuol dire che ciò che credo lo rendo visibile con gesti di amore fondati sulla certezza di essere figlio di Dio e destinati alla vita in Lui.

      Questa Epifania sia una nuova occasione per rinvigorire la nostra fede, per alimentare la nostra carità, per fondarci nella speranza al fine di essere, nel quotidiano, “manifestazione” dell’opera di salvezza, che Dio ha operato per il dono del Battesimo ricevuto.

II Domenica dopo Natale – Anno A

“Destinati ad essere figli di Dio, per essere pienamente uomini”


 

(Sir 24, 1-4. 12-16; Sal 147; Ef 1, 3-6. 15-18; Gv 1, 1-18)

 

       Dopo aver festeggiato il Natale, mossi anche dal sentimentalismo, soffermiamoci ancora a meditare sul dono che Dio ci ha fatto con l’incarnazione del suo Figlio, Gesù Cristo.

       San Paolo, nel brano della Lettera agli Efesini, afferma che Dio Padre ci ha benedetti in Cristo e “in Lui ci ha prescelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1, 3-5). Ciò significa che Dio ci ha creati per amore e per conoscere e vivere l’amore. Non siamo stati creati per il male e per vivere nell’odio ed in ogni sentimento che produce morte.

       Siamo stati pensati, voluti e creati per essere “santi”, cioè abitati dall’amore, da Dio. “Santi” non per nostro merito, non per nostro vanto, né per potere, ma perché amati e rigenerati dalla grazia di Dio.

       Perciò “immacolati”, non da intendersi come preservati dal peccato, come la Vergine Maria, ma posti nella condizione di vincitori sul peccato e sulla morte per il dono della salvezza in Cristo. Grazie all’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo noi siamo posti nella condizione e possibilità di non peccare per la misericordia e la grazia che Cristo ci ha donato.

       La condizione di santità e di purezza, che Cristo ci ha conquistato e a cui siamo stati prescelti dal Padre, ci appartiene a condizione che viviamo “nella carità”.

       Vivere nella carità significa impegnarsi ogni giorno a vincere il nostro egoismo e tutti quei sentimenti che ci chiudono a Dio e ai fratelli.

       La carità, l’agape è una forma di amore che viene erroneamente contrapposta all’eros, invece sono due forme di amore che ci appartengono e devono armonizzarsi in noi perché arriviamo a comprendere il nostro essere “destinati alla vita eterna” in quanto “figli adottivi”.

       Noi siamo umani, anche se aperti al divino, perciò non dobbiamo vivere la fede come una lotta a tutto ciò che ci riguarda come uomini: desideri, fragilità, caducità, limiti, passioni e pulsioni.

       La fede ci aiuta a vivere la nostra umanità appunto come creata da Dio, cioè “santa” e “immacolata”, destinata alla vita in Dio, ma non annullando ciò che siamo, bensì educandolo, correggendolo, guidandolo, illuminandolo perché si apra al dono della grazia di Dio.

       Noi siamo costituiti da corpo ed anima e raggiungiamo la piena realizzazione di noi stessi quando vivono in unione.

       Benedetto XVI, nella sua Enciclica “Deus caritas est” ci aiuta a comprendere bene il rapporto tra eros ed agape.

        Se l'uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d'altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza. […] Ma non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l'uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l'uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l'amore — l'eros — può maturare fino alla sua vera grandezza” (n. 5).

       Vivere la “santità” e vivere “nella carità”, come dice San Paolo, non significa che dobbiamo rinnegare la nostra umanità. Non siamo chiamati a vivere in modo “angelico”, estraniandoci da tutto quello che è umano e aborrendo la nostra natura umana.

       Siamo chiamati a vivere in pienezza il nostro essere umani nella consapevolezza di essere “figli di Dio”, creati per amore e per vivere nell’amore.

       L’umanità è stata assunta dal Verbo, dice il prologo di Giovanni: “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Nel farsi uomo, il Verbo ci ha indicato la via, ha illuminato la nostra esistenza perché imparassimo a vivere in pienezza il nostro essere uomini e “figli di Dio”.

       In questi giorni di Natale, contemplando l’incarnazione di Gesù, riscopriamo la nostra umanità destinata alla pienezza, perché aperta all’amore.

       Impegniamoci ad essere persone che fanno della propria umanità, seppure fragile e peccatrice, operosa nell’amore, cioè sempre alla ricerca della propria realizzazione attraverso la promozione della realizzazione altrui.

       Contemplando il Verbo incarnato cerchiamo di fare della nostra umanità una presenza della divinità, mediante parole e gesti che esprimano il nostro essere “figli” e rinnovati “nella carità”.


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