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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi




XVIII DOMENICA T.O.

“Arricchirsi presso Dio”


 

 

       “Vanità delle vanità: tutto è vanità”, così oggi ci dice il libro del Qoèlet. Quante volte sperimentiamo la verità di questa affermazione nella nostra vita! Quanto affanno, quante rinunce e sacrifici, tanto impegno e in un attimo tutto svanisce!

       Tutti conosciamo l’opera di Antonio De Curtis, in arte Totò, “la Livella”: è la traduzione nella cultura popolare, a noi più vicina, della affermazione del libro biblico del Qoèlet, “tutto è vanità”.

       Per quanto ci vogliamo affannare e impegnare per raggiungere successo e potere, restiamo poca cosa e semplici mortali. Meglio è spendere impegno ed energie a costruire ciò che più conta nella vita: relazioni umane in cui rispetto, accoglienza e carità sono le fondamenta su cui costruire ogni rapporto.

       Gesù, nel brano evangelico di Luca ci mette in guardia dal ricorrente limite ed errore umano che è la cupidigia: quella smodata avidità, sfrenata bramosia in cui siamo soliti affannarci pensando che valiamo di più se possediamo di più! Gesù invece ci dice che la vita “non dipende da ciò che si possiede”, perché alla fine tutto lo lasceremo con la morte.

        San Paolo definisce la cupidigia una idolatria ed in effetti facciamo dei possedimenti il nostro dio, che purtroppo ci rende schiavi e totalmente dipendenti. La cupidigia ci rende incapaci di gustare la vita perché la riduce alla sola ricerca di accumulare quanto più per sentirsi arrivati e potenti.

       Cosa invece ci permette di valorizzare al massimo la vita e goderne ogni momento? Tutto ciò che ci rende “ricchi presso Dio”!

       La prima cosa è vivere consapevoli di essere destinati all’eternità, alla vita in Dio. Questo ci permetterà di impostare tutto il nostro esistere non finalizzato ai beni materiali, ma a gustare di ogni istante di vita in relazione con tutto ciò che ci circonda, nel pieno rispetto e da corretti custodi.

       Per diventare ricchi presso Dio basta, dunque, riconoscere che tutto è dono Suo e che tutto è a nostra disposizione, ma non come proprietari, ma come semplici custodi. Abbiamo ricevuto in eredità e lasceremo in eredità tutto ciò che appartiene a questa vita.

       Per diventare ricchi presso Dio occorre impegnarsi in una vita decentrata dal nostro “io” per centrarla in “Dio”; questo ci farà vivere ogni cosa in pienezza, ma sempre con il giusto distacco consapevoli che lo lasceremo ad altri.

       Ora ne usiamo appieno, ma con rispetto, tutto ciò che ci circonda: cielo, terra, mare, vegetazione, animali … Rispetteremo ogni persona che con noi vive in questo mondo cercando ogni cooperazione perché ognuno usi senza abusare e distruggere!

       Tutto questo significa, come ci insegna San Paolo, allontanare da noi quello che non genera vita, ma morte: “impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria” (Col 3, 5).

        Bisogna impostare tutta la vita su ciò che edifica sé stessi e gli altri. San Paolo lo indica con queste parole: “rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto” (Col 3, 12-14).

        La vita di fede stessa, se non è vissuta come risposta al dono di amore di Dio, diventa solo un’altra occasione per affermare noi stessi ed escludere tutti coloro che la pensano diversamente da noi.

        La religione può diventare un luogo di morte e non di vita se vissuta come realtà in cui esprimere noi stessi, le nostre capacità, la nostra bravura o presunzione di giustizia e santità. In questa prospettiva ogni religione degenera in “fondamentalismo”.

        La fede nel Dio cristiano proietta verso l’altro, sia esso Dio che ogni persona ed ogni essere vivente. Esige una mentalità inclusiva e non esclusiva, perché la fede cristiana è vivere nella carità, che è Dio stesso! Il cristiano è un credente in Dio, per cui è anche un ecologista, un animalista, un filantropo, ma tutto questo lo vive con il “di più” che Cristo ci ha insegnato, che è la carità: un amore gratuitamente ricevuto, che gratuitamente viene donato! Per cui tutto è nostro, ma nulla ci appartiene, perché tutto va lasciato!

        “Cercate le cose di lassù, dove è Cristo”, ci dice san Paolo (Col 3, 1). Tenere lo sguardo sempre rivolto a ciò a cui siamo destinati: la vita in Dio. Questo ci permetterà di vivere in pienezza ogni istante della nostra vita, gustando di ogni cosa, arricchendoci di ogni incontro. Tutto avrà senso e valore, anche la sofferenza, la fatica, il dolore e la morte stessa, perché non sarà una fine, ma solo l’epilogo di un momento del nostro esistere ed il passaggio ad una nuova esperienza di amore!

 

XVII DOMENICA T.O.

“Cuore a cuore con Dio”


 

 

       La fede è un rapporto intimo e profondo con Dio, che ha la sua espressione più autentica nella preghiera, eppure non è sempre compresa nella sua vera essenza.

       La recita di preghiere bibliche, come i Salmi o il Padre Nostro, o altre preghiere della tradizione cristiana, non basta per dire di saper pregare. Gli stessi discepoli, che come pii israeliti certo pregavano, chiesero a Gesù di insegnare loro a pregare, perché avevano compreso che Lui viveva il dialogo con Dio in modo diverso e profondo.

       Gesù insegna loro a rivolgersi a Dio chiamandolo “Padre” e a esprimere con quelle parole una relazione filiale vera, riconoscendo che tutto viene da Lui e che essere suoi figli comporta vivere come Lui: amando e perdonando!

       La preghiera è una esperienza di amore ricevuto e ricambiato in una relazione filiale. Gesù lo esprime chiaramente facendo riferimento alla relazione tra padre e figlio, rivelando che Dio Padre dona gratuitamente e con amore perché la sua bontà è infinita: “[…] se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc 11, 13).

       Pregare significa, dunque, chiedere al Padre ciò che ci fa vivere in comunione con Lui. Non si tratta di chiedere ciò che è secondo i nostri desideri o per soddisfare i nostri progetti umani. San Giacomo lo dice chiaramente nella sua Lettera: “chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni” (Gc 4, 3).

       Pregare è fare la volontà di Dio nella nostra vita e, consapevoli del nostro limite, ci rivolgiamo a Lui perché ci doni la sua Grazia per comprenderla e compierla. Gesù, nella preghiera del “Padre nostro”, ci educa a questo facendoci dire: “venga il tuo Regno … sia fatta la tua volontà!”.

        La vita di fede è compiere in noi la volontà di Dio, quella di vivere come suoi figli nel suo Amore e testimoniarlo con opere di carità. La preghiera ci educa e ci conforma alla volontà di Dio; pregando, prendiamo atto della nostra condizione di fragilità, sentiamo la necessità di essere sostenuti dall’amore di Dio e cresciamo nella consapevolezza di doverci impegnare a testimoniare la nostra fede nella carità e nella misericordia.

       Quanto più riconosceremo che Dio ci ama e ci ha donato la libertà vera indicandoci la via della carità per raggiungere la vera felicità, tanto più la nostra preghiera sarà una continua ricerca di uniformare la nostra volontà alla sua.

       Impegniamoci a crescere nella preghiera come dialogo amorevole con Dio e sentiamoci maggiormente spronato in questo dalle parole di San Alfonso Maria de’ Liguori, che nella sua opera: “Modo di conversare continuamente ed alla familiare con Dio”, così ci invita a pregare: “Egli è maestà infinita; ma insieme è infinita bontà ed infinito amore. Avete in Dio il Signore più sublime che vi può essere, ma avete ancora l’amante più grande, che possiate avere. Egli non disdegna, ma gode, che voi trattiate con quella confidenza, libertà e tenerezza, con cui trattano i fanciulli colle loro madri. […] Prendete il costume di parlargli da solo a solo familiarmente, e con confidenza ed amore, come ad un vostro amico, il più caro che avete, e che più vi ama.” (S. Alfonso M. de’ Liguori, Modo di conversare continuamente ed alla familiare con Dio, Collana Ascetica Alfonsiana vol. 1, Ed. Bettinelli, Verona 19892, p. 58 e 62)

 

XVI DOMENICA T.O.

“Il primato dell’essere sul fare”


 

 

       Viviamo in un tempo in cui “fare” ed “apparire” sembra abbiano più importanza “dell’essere”! Viviamo nella cultura del bodybuilding, o meglio della ricerca del fisico scolpito ed attraente. Si cerca in tutti i modi di restare giovani, alla ricerca disperata dell’elisir di lunga vita.

       La medicina estetica negli ultimi anni ha registrato una crescita di fatturato vertiginosa, con una crescita media annua di oltre il 10%. Il desiderio di restare giovani nasconde la paura di invecchiare e, di fatto, evidenzia che abbiamo posto le basi non sull’essere ma sul fare e sull’apparire.

     Eppure nonostante tutto quello che la nostra società ci presenta come attraente e necessario, resta importante centrare la propria esistenza sull’essere più che sul fare, perché è ciò che resta di noi anche quando tutto svanisce e termina.

      Il brano evangelico di Luca, che la liturgia di oggi ci presenta, ci permette di approfondire e trovare risposta al continuo dilemma dell’uomo sull’essere in antitesi sul fare. È un brano biblico che da sempre ha stimolato riflessioni, in particolare sulla vita religiosa, nella duplice dimensione di vita attiva e contemplativa.

       Vorrei concentrare l’attenzione non tanto sulla scena in sé e i personaggi, ma sulla risposta di Gesù a Marta: «Marta, Marta tu ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta!» (Lc 10, 42).

      Gesù apprezza l’accoglienza delle sorelle, Marta e Maria, e non disprezza la premura e l’attenzione che Marta gli riserva preparando e servendo il cibo per Lui e i suoi discepoli, ma sfrutta l’affermazione di Marta per insegnare a tutti ciò su cui fondare la propria vita, l’essenziale su cui tutto deve poggiare: il senso dell’esistere, la verità dell’essere!

       La vita spesso ci appare vuota e non siamo soddisfatti di ciò che viviamo perché è tutta orientata e fondata sulle attività, sulla ricerca dell’affermazione sociale, sul successo. Siamo malati, oggi più che mai, grazie alla comunicazione sociale, del “bisogno di visibilità”.

       Sui social contiamo in base al numero di “amicizie” e “followers”, ma di fatto rischiamo di perdere l’amicizia con noi stessi, non sapendo veramente chi siamo e su cosa poggiamo la nostra vita.

       Cristo ci richiama a fondare tutta la nostra esistenza su ciò di cui abbiamo bisogno: amore, verità, onestà, ascolto … Tutti valori che pongono la persona al centro e non le cose o gli averi. Dio ci invita a saper guardare ed essere attenti a non perdere l’occasione di vivere in pienezza.

       Neghiamo l’esistenza di Dio o affermiamo che non abbiamo ricevuto la fede perché non abbiamo spazio nel nostro cuore per le cose essenziali. Spesso ci fa paura interrogarci profondamente su noi stessi e capire chi siamo. A volte non siamo disposti ad accettare Dio perché abbiamo paura di cosa possa chiederci, a cosa ci chiederà di rinunciare!

       Gesù, nella risposta a Marta, ci fa comprendere che Lui non ci chiede di rinunciare a nulla, ma di saper dare ordine alle cose e porre alla base di tutto, come essenziale, la sua proposta di vita. Ci chiede di porre ascolto alla sua Parola che dona speranza e senso alla nostro vivere, perché libera e apre alla relazione di accoglienza ed amore.

       L’affanno a cui spesso leghiamo le nostre giornate e l’intera nostra esistenza, toglie spazio a Dio e alle persone. Nonostante siamo circondati e viviamo relazioni con molti, rischiamo di sentirci soli, affannati e insoddisfatti.

       La cosa di cui c’è bisogno è “ascoltare”! Ascoltare Dio, che ha una parola di speranza per noi! Ascoltare il nostro cuore, la nostra coscienza, per scegliere veramente ciò che ha valore! Ascoltare chi incontriamo, per rendere umana la nostra esistenza!

        L’ascolto non è facile, perché richiede di far tacere il nostro orgoglio e disporci con umiltà di fronte al nostro interlocutore. L’ascolto vero è solo dell’umile di cuore; di chi non è ricco di sé, ma sa arricchire sé stesso con l’accoglienza di chi incontra, sia esso Dio od ogni altra persona.

       L’ascolto è accoglienza della Verità, che non è quella di ciascuno, ma l’unica che permette a ciascuno di realizzare sé stessi in pieno rispetto di sé e del prossimo.

        Se avremo il coraggio di scegliere questo, nessuno ci potrà mai separare da Dio e dal suo Amore! Se viviamo lontani da Lui, senza di Lui, è solo per nostra scelta!

       Se impariamo a vivere l’ascolto costruiremo relazioni vere e avremo sempre più bisogno di viverle. Se ci poniamo in umiltà ad ascoltare Dio lo riconosceremo come la Verità che libera e illumina. Tutto concorrerà al bene ed anche la sofferenza e ogni sacrificio, che la vita ci può riservare o che altri ci potranno arrecare, saranno vissuti non come disperazione, ma come occasione per costruire il bene per noi e per gli altri, perché saranno vissuti nella logica dell’amore che Cristo ci ha insegnato e conquistato con la sua croce.

       In questa prospettiva si comprende l’affermazione di San Paolo e diventa attuabile per noi: «sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24)

 

Georg Friedrich Stettner 1639 Cristo nella casa di Marta e Maria Public Domain via Wikipedia Commons

Georg Friedrich Stettner († 1639), Cristo nella casa di Marta e Maria

 

XV DOMENICA T.O.

“la gioia del cuore, la luce degli occhi”


 

 

       Spesso assistiamo a discussioni circa il modo migliore di essere credenti. Soprattutto negli ultimi mesi, fiumi di parole si sono scritte sui giornali per presentare le posizioni a favore o contro il Papa; discussioni tra posizioni tradizionaliste o progressiste. Nulla di nuovo! Anche al tempo di Gesù era lo stesso: «Un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù …» (Lc 10, 25). Un dottore della Legge, un esperto, una persona convinta di essere nel giusto e di amare e servire Dio.

La discussione da sempre tra coloro che credono, ma anche da parte di chi non crede, è centrata sul modo “corretto” di vivere la fede! La disquisizione è sempre sulla Legge divina, sul modo di metterla in pratica e sulla conseguente “giustizia comportamentale” che ne deriva.

La fede è, di fatto, questione di Legge? Non solo, o meglio prima di essere una questione di Legge, quindi di comportamento, è questione di accoglienza! Se tutto si ferma ad una modalità di agire, ad un legalismo, riduciamo la religione a precetti, doveri e consuetudini perdendo l’essenziale, la relazione di amore con Dio.

«Amare Dio e il prossimo!» Tutta la legge divina si riassume in questo precetto, ma cosa significa esattamente? È facile dire amo Dio, ma come va amato? Basta una mozione del cuore? È sufficiente sentire nel cuore un movimento affettivo verso di Lui per dire che lo si ama? Basta vivere delle pratiche religiose, pregare, andare a Messa, vivere i sacramenti? Sicuramente occorre tutto questo, ma viverli non significa necessariamente che lo si ama, potrebbe essere solo rispetto o paura del suo potere, del suo giudizio.

Amare Dio significa centrare tutta la propria vita in Lui, cioè vivere a partire da Lui: mente, cuore e volontà tutti orientati a Lui! Significa saper discernere ogni cosa cercando di comprendere tutte le sfaccettature possibili senza preconcetti e senza forzature; far proprio ciò che risulta degno di Dio e del nostro essere suoi figli; agire sempre con la consapevolezza che i gesti che compiamo devono essere espressione della nostra fede.

Amare Dio significa che ogni momento della nostra esistenza ha in Lui origine, da Lui trae senso, a Lui lo doniamo vivendolo responsabilmente come occasione per realizzare noi stessi in una logica di amore e gratuità.

       Dall’amore per Dio deriva l’altro soggetto a cui donare il nostro amore: amare il prossimo come sé stessi. Anche la seconda parte del precetto non è semplice da realizzare. Il dottore della Legge, infatti, per giustificare la sua incapacità di attuare in pieno il precetto, domanda a Gesù: «chi è il mio prossimo?» (Lc 10, 29).

       Il prossimo ci fa pensare a chi è vicino, a chi conosciamo, a chi appartiene alla nostra cerchia di parenti e amici, ma Gesù nella parabola che racconta per far capire chi sia il prossimo pone come personaggio che si fa prossimo un samaritano, che rappresenta, per il giudeo che ascolta, l’empietà pagana. Tutto questo a spiegare che l’amore per il prossimo nasce non da un precetto, da un galateo, da una filantropia, bensì dal riconoscere nell’altro sé stesso.

       Il samaritano della parabola rappresenta Cristo stesso, che si dona e si china sull’umanità per consolarla, curarla e rialzarla dalla propria miseria e porla nella sua vera condizione di creatura di Dio a sua immagine e somiglianza, come ci ricorda l’inno ai Colossesi della seconda lettura: «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui … Egli è il primogenito di quelli che risorgono dai morti perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose» (Col 1, 16.18).

       Cristo ci ha insegnato “come” amare («Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.”» Gv 13, 12-15).

       La prima condizione per amare il prossimo è l’umiltà: Cristo si è umiliato, lui il Signore e il Maestro! Se siamo troppo pieni di noi stessi non riusciremo ad accogliere, amare, servire, correggere, consolare, consigliare, sostenere, accudire ecc.

       La seconda condizione è la fiducia: Cristo, vero Dio e vero uomo, ha fiducia di noi, perché legge sempre il bene che c’è in ognuno, l’immagine di Dio. Con ogni persona esprime questa fiducia, anche se nella condizione più deplorevole, sia essa del peccato pubblico (la prostituta, l’adultera …), che di malato (lebbroso, paralitico, il cieco …). Cristo ci insegna a sperare contro ogni avversità, a non perdere mai la speranza nella redenzione. Occorre lasciare sempre la porta aperta aspettando con fiducia il ritorno di chi si è allontanato, il grazie di chi ha ricevuto, il ravvedimento di chi ha errato.

       La terza, e non ultima, condizione è la propria consapevolezza di essere fragile, peccatore, fallibile, bisognoso di perdono, di comprensione, di sostegno. Solo partendo dalla propria esperienza di bisogno diventiamo capaci di amare al modo di Cristo, pronti a dare amore e perdono, a curare le ferite e farsi carico delle fragilità altrui, come il buon samaritano. Solo chi ha fatto esperienza della misericordia di Dio e della propria fragilità può accogliere e pazientare di fronte alla debolezza ed errore dell’altro.

        I Comandamenti del Signore non sono, allora, delle imposizioni o delle strutture rigide che limitano la nostra libertà. Essi sono delle vie in cui sperimentare l’amore di Dio e donarlo agli altri. Sono percorsi positivi in cui facilmente raggiungere la gioia del cuore e trovare luce per conoscere come realizzarci e aiutare gli altri a fare altrettanto.

       Con sempre maggiore consapevolezza rinnoviamo davanti a Dio l’impegno di amarlo con tutta la mente, il cuore e la volontà e di amare il prossimo come noi stessi.

       Con le parole del Salmo 18 troviamo gioia, pace e forza per vivere nell’amore:

       «La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima … I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi».

XIV DOMENICA T.O.

“La vera gioia, il vero vanto”


 

 

       «Il fondamento della critica religiosa è: l'uomo fa la religione; e non già la religione fa l'uomo. E veramente la religione è la coscienza e il sentimento che ha di sé stesso l'uomo, il quale non è giunto ancora al dominio di sé stesso o l'ha nuovamente perduto. Ma l'uomo non è niente di astratto, un essere rannicchiato fuori del mondo. Chi dice: L'Uomo, dice il mondo dell'uomo, Stato, Società. Questo Stato, questa Società, producono la Religione, una capovolta coscienza del mondo, perché essa è un mondo capovolto. […] La religione è il singhiozzo della creatura oppressa, è il senso effettivo di un mondo senza cuore, come è lo spirito di una vita priva di spirito. Essa è l'oppio del popolo. La eliminazione della religione come illusoria felicità del popolo è la condizione della sua felicità reale».

(Karl Marx, Per la Critica della Filosofia del Diritto di Hegel, pp. 19-20, in K. Marx, Le Opere che hanno cambiato il Mondo, Editrice Newton Compton, Roma 2011)

       Questo pensiero di Karl Marx, conosciuto da tutti nella sintesi “la religione oppio dei popoli”, è spesso tradotto in parole e gesti ancora più decisi verso il Crocifisso, che si vuole tolto in ogni luogo pubblico, ed ogni forma di espressione religiosa, come canti e recite per le festività natalizie che non devono avere alcun riferimento con l’evento religioso. Anche nella Costituzione Europea si è voluto togliere ogni riferimento alle radici culturali cristiane dell’Europa.

       Quando l’uomo toglie Dio dalla propria vita, dalla logica, dall’etica, non può che sostituirlo con sé stesso, perché la vita, la logica, l’etica non hanno senso senza un riferimento superiore, assoluto su cui fondare ogni discorso e azione. Quando non è accettata l’idea di Dio, si pone l’essere umano o altro come principio, fondamento, causa di tutto al fine di poter comprendere la ragione dell’essere, delle cose, cioè il senso del tutto.

       Non occorre essere filosofi per comprendere questo, basta osservare con attenzione il modo di vivere di ciascuno a partire dal proprio. Quando non ci sono valori assoluti e tutto si relativizza, diventa comunque assoluto e inviolabile il personale modo di comprendere e valutare: “Secondo me…”, “A mio parere …”, “A me va bene così!”, oppure “Così fanno tutti!”.

       L’umanità, quindi, ha di fatto bisogno di un punto di riferimento per essere felice, per dare senso all’esistere.

      La proposta di felicità della fede cristiana è il Dio in cui crede, che non è un’idea, un essere assoluto lontano dall’umanità, bensì un Dio che si è “fatto carne”.

       La fede cristiana si fonda sulla conoscenza di Gesù Cristo prima che su una proposta etica. La vita cristiana è una risposta alla proposta di amore che in Cristo Dio ha compiuto e reso tangibile attraverso la sua predicazione, morte e risurrezione.

       Dall’incontro con Cristo nasce la fede e di conseguenza la gioia vera del cristiano è la certezza di essere amato da Dio. Per cui, come dice san Paolo nella seconda lettura della liturgia odierna, “non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14).

      È un vanto quanto mai paradossale! Perché vantanti di una sconfitta, di un patibolo umiliante e vergognoso riservato ai pubblici peccatori? Perché Paolo riconosce nella croce un’opera sublime di amore da parte di Dio. Un amore coinvolgente e gratuito di fronte al quale non si può restare indifferenti, ma va accolto con altrettanta passione con la quale è stato donato. Per questo Paolo continua dicendo che per mezzo della croce “il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”, perché ormai accolta una tale proposta di vita rinnovata dall’amore gratuito di Dio, le cose del mondo (sia le realtà positive che negative) non hanno più valore, non sono importanti.

      Di fronte all’amore così alto e gratuito come quello della croce di Cristo, tutto perde di valore, anzi assume un valore nuovo, per cui le cose del mondo devono essere vissute e rinnovate dalla logica di amore di Dio.

      La relazione di fede trova fondamento nella Legge nuova che è Cristo stesso, il quale non abolisce nessun comandamento antico, ma gli dà compimento. Tutta la Legge trova luce nuova nel dono di amore che rende l’uomo “nuova creatura”, come dice San Paolo (Gal 6, 15), cioè rinnovati nella mentalità e nel cuore. Il credente è di fatto un uomo che trova la sua felicità nel vivere l’amore di Dio nella quotidianità, nella realtà della sua esistenza.

      La felicità, la gioia del cristiano non è effimera, ma vera perché non è assenza di dolore e di morte, ma è presenza di speranza, di certezza dell’amore di Dio. La gioia del cristiano nasce dall’essere figlio di Dio.

      Il vanto del cristiano non è superbia né vanagloria, ma è evento di salvezza che si rinnova quotidianamente per coloro che credono nel sacrificio di Cristo.

     La fede cristiana non è questione di potere, né possibilità di ottenere qualcosa o di ottenere miracoli: “Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10, 20).

      La fede cristiana non è “oppio del popolo” perché richiede una piena e consapevole azione della razionalità per accogliere l’amore di Dio e viverlo nella propria vita.

      Se oggi sembra che la fede cristiana non sia più necessaria e coinvolgente per l’uomo di questo tempo, forse dipende dal nostro modo di vivere la fede, legata più a tradizioni, abitudini, consuetudini che a Cristo, legge nuova per noi.

      Per il dono del battesimo ricevuto siamo stati resi figli di Dio e posti nella condizione di vivere nel suo amore. Cresciamo ogni giorno nella certezza di questo dono e impegniamoci a vivere la quotidianità e le relazioni da veri figli di Dio nella testimonianza gioiosa di essere cristiani.


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