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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi


Germogli della Parola




ASCENSIONE DEL SIGNORE


 

         Ogni credente in Dio, a qualsiasi religione appartenga, ha come riferimento il cielo per indicare il luogo in cui Dio dimora. Che si parli di paradiso o di eternità, tutti i credenti indicano il rapporto con la divinità con un impegno ad elevarsi, un salire verso l’altezza di Dio. La montagna è il luogo su cui salire per raggiungere la divinità e la scalata alla vetta rappresenta la fatica che il credente deve compiere per mettersi in contatto con la divinità.

         La solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo ci rimanda immediatamente a questa immagine e nell’arte il movimento è appunto rappresentato in questo modo. Con la solennità dell’Ascensione celebriamo di fatto il trionfo di Cristo e il suo ritorno nella gloria del Padre e il completamento della salvezza operata da Cristo. La Chiesa ortodossa della Cappadocia usa il termine “Episozomene (ἐπισωζομένη)” per l’Ascensione ad indicare appunto che la redenzione è completata.

         Con l’Ascensione di Gesù in cielo celebriamo, dunque, la redenzione completata e lodiamo il Signore perché il Regno di Dio ci appartiene veramente: Cristo ascendendo alla gloria del Padre ha portato la nostra natura umana per cui grazie a Lui noi apparteniamo al Regno di Dio e viviamo nella certezza di questa appartenenza.

         Giustamente l’autore della lettera agli Ebrei conclude il brano di questa liturgia esortandoci a “mantenere senza vacillare la professione della nostra speranza” (Eb 10, 23). Non usa il termine “professione di fede” bensì “professione della nostra speranza” perché di fatto noi viviamo, grazie alla redenzione di Cristo, nella certezza della gloria futura. Il credente che vive in pienezza il proprio battesimo, vive ogni momento nella certezza del dono della vita eterna e nella continua tensione per conquistarla attraverso una coscienza retta, “un cuore purificato dal ogni cattiva coscienza” (Eb 10, 22). La cattiva coscienza è di fatto l’ipocrisia, l’essere pieni di sé, il considerarsi perfetti per il semplice fatto di professarsi cristiani.

         La lettera agli Ebrei invece ci esorta a non dimenticare che possiamo vivere nella piena comunione con Dio, attraverso il dono della redenzione operata da Cristo, solo con un cuore sincero, radicato e fondato nella verità e nella carità, purificato dal dono della fede mediante il battesimo. Ancora una volta la Parola di Dio ci ricorda che la fede non è questione di opere da compiere, di preghiere da offrire o di offerte da presentare, ma di rinnovamento della mente e del cuore nel dono dello Spirito Santo, che ci costituisce veri testimoni di Cristo perché ci configura a Cristo.

         La solennità dell’Ascensione ci fa alzare lo sguardo al cielo per contemplare la gloria di Dio, ma nello stesso tempo, ci rimanda alla concretezza della vita quotidiana in cui vivere e testimoniare la nostra appartenenza a Dio.

         Accostiamoci al monte di Dio, contempliamolo presente nel dono dell’Eucaristia e torniamo alla quotidianità della nostra vita per amare con cuore libero e sincero ogni persona. Ringraziamo Dio per il dono della fede e chiediamo allo Spirito, che ci è stato donato, di renderci degni di questo dono e testimoni credibili.

Per aiutarci a vivere questa solennità soffermiamoci a contemplare l’Ascensione del Signore attraverso l'opera del Mantegna.

 

Mantegna Ascensione

Tavola del Mantegna ( 1431-1506), Galleria degli Uffizi - Firenze

 

 

        

SESTA DOMENICA DI PASQUA


 

         Siamo credenti, cristiani, cattolici; praticanti osservanti, praticanti saltuari o praticanti solo nelle festività importanti o tradizionali. Tante sono le modalità con cui spesso veniamo etichettati o schediamo a nostra volte le persone, ma essere cristiani non riguarda una pratica religiosa: è una sequela!

La sequela, nella comprensione teologica, si traduce in un atteggiamento di dedizione e obbedienza che si vive dopo aver fatto esperienza di Dio e compreso la sua proposta di alleanza, di amore alla quale rispondiamo con una relazione di amore. Gesù, nel brano del vangelo di oggi, ci spiega cosa significa amarlo: “osservare la sua parola!”.

L’amore per il Signore implica una condotta di vita degna della relazione di amore con Lui. Amare Dio chiede a noi una “conversione” di vita, che consiste vivere sull’esempio di Cristo: “amandoci come Lui ci ama”. Questo vuol dire cambiare mentalità; cambiare modalità di agire. L’amore per il Cristo non è sterile sentimentalismo, ma condotta di vita radica e fondata in Lui che si traduce in gesti e parole cariche di amore: che edificano e non distruggono; che accolgono e non giudicano; che perdonano e non condannano; che sostengono e non abbandonano; che integrano e non escludono.

La vita cristiana esige concretezza, comportamento pratico ispirato alla Parola e tradotto in gesti autentici di amore. La vita cristiana è amore fraterno che trova la sua fonte nell’amore che Dio ha per noi. Amare Dio e il prossimo sono due comandi inscindibili e imprescindibili: l’uno esige l’altro; l’uno si esplica nell’altro.

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). L’amare Dio osservando la sua parola ci inserisce nella piena relazione di amore e comunione con Dio. I comandamenti, i precetti del Signore non sono altro che vie per realizzare questo amore attraverso una vita in cui tessere relazioni di fraternità autentiche, di carità concreta nella piena promozione dello sviluppo integrale dell’umanità. Il cristiano si realizza come persona e come credente solo se è attento nel promuovere la crescita e la realizzazione di ogni essere umano, a partire dal più vicino.

“Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa” (Gv 14, 26). Lo Spirito Santo, che ci è donato, ci insegna come vivere nell’amore e attuare la parola di Dio nella quotidianità del vivere. Lo Spirito genera in noi carismi per l’edificazione della comunità, come ci insegna San Paolo al capito 12 della Prima Lettera ai Corinzi. Agire nello Spirito, vivere da cristiani significa edificare la comunità. La vita secondo lo Spirito, alla scuola dello Spirito, costruisce e non distrugge. Il cristiano vive autenticamente la fede se il suo agire, parlare, pensare edifica e genera vita in relazioni cariche di positività.

Il frutto di una vita nell’amore di Dio è la pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14, 27). La pace che ci dona Gesù non è un benessere effimero di gioie e piaceri passeggeri, come quella del mondo. Gesù non ci risparmia prove e tribolazioni, legate a questa vita, ma ci dona la sua pace che genera in noi serenità e felicità perché porta la vita e la salvezza nella certezza del dono della vita eterna a cui siamo destinati.

Il credente vive la virtù della fede e della carità nella virtù della speranza. Credere in Dio e vivere nel suo amore si realizzano nella continua tensione alla vita eterna. Il credente, dunque, è l’uomo della speranza perché tutto quello che vive nella fede e nell’amore è realizzazione di quello che sarà in Dio. Nella quotidianità del vivere ci rendiamo degni del Regno di Dio, che il Cristo ci ha acquistato a caro prezzo nel suo sangue (cfr. 1Pt 1, 18).

Verifichiamo la nostra vita di cristiani sull’amore, su come siamo capaci di viverlo in gesti concreti e se costruiamo relazioni autentiche secondo il comando del Cristo di “amarci gli uni altri come lui ha amato noi”.

“Signore Gesù, tu ci hai amato fino al dono di te sulla croce,

donaci il tuo Spirito perché sappiamo vivere nel tuo amore.

 

Aiutaci a vivere relazioni autenticamente cristiane

fondate sull’amore fraterno, sul rispetto e sulla accoglienza.

 

Tu ci hai insegnato a perdonare

e ci accogli ogni volta che veniamo a te con il cuore contrito

per gli errori, i peccati commessi.

Aiutaci a perdonare chi ci ha fatto del male!

 

Tu ci hai insegnato a non giudicare e condannare,

aiutaci a saper vedere in ogni persona un fratello

da accogliere, amare, sostenere e aiutare.

 

Fa di noi cristiani che vivono osservando la tua parola

e operatori di giustizia e carità nella tua verità.

Amen.”

Quinta Domenica di Pasqua


 

 

Spesso ci troviamo a leggere la realtà in cui viviamo constatando una progressiva scristianizzazione. Siamo sempre più convinti che la fede non è più un riferimento per la cultura occidentale. Ma è realmente così? È proprio questa la situazione in cui viviamo?

Giovanni Paolo II il 09 giugno 1979 a Nova Huta, un quartiere industriale di Cracovia considerato una città senza Dio, parlò per la prima volta di “Nuova Evangelizzazione”. Il concetto accomuna l’impegno e il servizio di tutti i battezzati, ciascuno secondo il proprio ministero e servizio (fedeli, catechisti, diaconi, presbiteri, vescovi) a dare decisa testimonianza dell’opera di Salvezza di Cristo. Giovanni Paolo II definiva la nuova evangelizzazione così: «La nuova evangelizzazione non consiste in un “nuovo vangelo”, che deriverebbe sempre da noi stessi, dalla nostra cultura, dalla nostra analisi delle necessità dell’uomo. Perché questo non sarebbe “vangelo”, ma pura invenzione umana e non vi sarebbe in esso salvezza. […] No, la nuova evangelizzazione non nasce dal desiderio di “piacere agli uomini” o di “guadagnare il loro favore” (cf. Gal 1, 10), ma dalla responsabilità verso il dono che Dio ci ha fatto in Cristo, nel quale abbiamo accesso alla verità su Dio e sull’uomo, e alla possibilità della vita autentica. La nuova evangelizzazione ha, come punto di partenza, la certezza che in Cristo c’è una “imperscrutabile ricchezza” (cf. Ef 3, 8), che nessuna cultura né epoca alcuna possono esaurire e alla quale possiamo sempre ricorrere noi uomini per arricchirci». (Giovanni Paolo II, Discorso di apertura dei lavori della IV Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano, Santo Domingo 12 ottobre 1992. http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1992/october/documents/hf_jp-ii_spe_19921012_iv-conferencia-latinoamerica.html).

Il brano degli Atti degli Apostoli, che la liturgia di oggi ci presenta, illumina la nostra riflessione e ci spinge alla responsabilità della testimonianza da vivere perché chiunque possa passare per la “porta della fede” che Dio ha aperto. La nostra responsabilità è dunque quella di fare in modo che ogni persona conosca Dio ed entri nella relazione di amore con Dio passando per la porta della conversione alla vita, che è il Cristo. La nuova evangelizzazione per il nostro tempo, per la nostra società è ciò che oggi leggiamo negli Atti degli Apostoli: impegnarci nella vita secondo la propria vocazione, dando gloria a Dio con il nostro agire e parlare per essere presenza del Cristo nel mondo, consapevoli, come dice San Paolo, che tutto passa attraverso molte tribolazioni, perché la vita cristiana produce di fatto separazione da tutto ciò che non è secondo la Verità e secondo la Carità.

Il cristiano è colui che vive nella “novità” apportata dal Cristo; è cittadino della Gerusalemme nuova anche se pienamente inserito nel mondo. Il cristiano, quindi, vive in pienezza il presente, ma sempre proiettato alla gloria della vita eterna in Dio. Non fugge la responsabilità e le situazioni del mondo, ma le rinnova con la sapienza e la luce della Parola che accoglie e vive.

La misura della vita del cristiano è, come ci dice Gesù nel brano del Vangelo odierno, l’amore che ha ricevuto dal Cristo: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). È una misura alta ed impegnativa che rinnova mente e cuore e impegna oltre le umane possibilità, per questo è necessaria la continua relazione con Dio per venire trasformati nell’intimo dal suo Amore e resi capaci di amare come Cristo.

Non c’è altro modo per essere cristiani autentici: la carta di identità del cristiano è solo questa! “Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. La vita di fede non è moltiplicazione e ripetizioni di preghiere o atti di culto e devozioni popolari, ma è amore di accoglienza e di misericordia, di perdono e di fiducia. Così siamo amati da Dio! Lui ci accoglie così come siamo; ci ricolma di attenzioni e di amore; ci perdona e non toglie a noi la sua fiducia nonostante la nostra miseria, ma ci attende come Padre misericordioso pronto a fare festa per noi ogni volta che andiamo a Lui.

Se oggi la società in cui viviamo manca di fede ed è lontana da Dio dobbiamo chiederci se, come credenti, siamo seminatori di amore secondo la misura di Cristo. Dobbiamo esaminare attentamente il nostro modo di vivere e le modalità della nostra religiosità verificando se sono cariche di amore e generano amore.

Chiediamoci se chi ci incontra ed osserva riesce a vedere in noi il Dio che diciamo di amare e seguire; se permettiamo che passino per la porta della fede grazie alla nostra testimonianza di credenti che vivono l’amore reciproco.

 

“Signore Gesù, che ci comandi di amarci come tu ci ami,

accogli oggi la nostra preghiera, consapevoli che molte volte

non siamo autentici cristiani perché non sappiamo amare come tu ci comandi.

 

Ricolma i nostri cuori del tuo Spirito,

illumina la nostra mente con la tua Sapienza,

consola il nostro cuore e guarisci le nostre ferite

perché sappiamo perdonare e ridare fiducia a chi ci ha tradito.

 

Guidaci con la tua Grazia per superare i nostri limiti e difetti;

per sanare e rinnovare mente, cuore e volontà;

per tessere relazioni cariche di amore e di verità.

 

Sostienici con il tuo Amore affinché siamo testimoni credibili ed affidabili,

come cittadini della Gerusalemme nuova,

pienamente inseriti nella realtà quotidiana in cui viviamo

per essere sale e luce del mondo.

Amen.”

Quarta Domenica di Pasqua


         La liturgia oggi ci offre spunti di riflessione sul nostro rapporto con il Cristo a partire dal nostro battesimo.

        Con il Battesimo noi siamo inseriti in Dio, in una relazione di figli nel Figlio. Entriamo a far parte della schiera di coloro che “hanno lavato le loro vesti, rendendole candide con il sangue dell’Agnello” (Ap 7, 14).

         Il Battesimo che abbiamo ricevuto non è quello di Giovanni il Battista, che era un battesimo di penitenza e di conversione, ma non poteva redimere. Noi abbiamo ricevuto un battesimo nella fede del Cristo risorto che ci dona la rigenerazione nello Spirito perché è compiuto nel dono di salvezza che il Cristo ci ha ottenuto con il suo sacrificio. Nella Sua offerta obbediente alla volontà del Padre, noi abbiamo ricevuto la redenzione in una nuova ed eterna alleanza ed entriamo nella profonda relazione di fede, nella sequela del Cristo, che consiste nell’ascolto della sua Parola in una relazione di “conoscenza vera” (cfr. Gv 10, 27).

         Il Cristo è stato obbediente al Padre e noi, per vivere la fede, dobbiamo ascoltare il Figlio prediletto, il Pastore buono e bello. L’ascolto, che l’evangelista Giovanni ci presenta nella pericope di questa domenica, non è affatto remissivo, come può a prima vista farci pensare il paragone tra il pastore e le pecore. Giovanni mette in risalto un particolare di questa relazione di ascolto, che è il “riconoscere la voce”: non è quindi ascolto di parole, ma della sua voce riconosciuta ed accolta. Non si tratta di ascoltare parole pronunciate, comandi dati, ma Colui stesso che è Parola (Gv 1, 1). Il Pastore bello e buono, che ogni credente segue ed ascolta, è riconosciuto come Colui che dà la vita. La voce del Cristo, una volta riconosciuta ed ascoltata, interpella direttamente e profondamente le radici dell’animo, coinvolge e persuade senza esigere, perché instaura una relazione di amore e di libertà, di conoscenza intima “del Cuore a cuore”. Questa relazione è suggellata dal dono di vita eterna e dalla promessa che nessuno potrà strapparci dalle sue mani.

         L’espressione finale del brano evangelico: “io e il Padre siamo una cosa sola” è carica di sentimento e ci immerge nel mistero Trinitario facendoci sentire parte di esso. Nella relazione di Gesù con noi, che nel brano evangelico è presentata con la simbologia del rapporto tra pastore e pecora, si rende presente la relazione del Figlio con il Padre proprio attraverso l’ascolto del Cristo. L’obbedienza al Figlio ci inserisce nella relazione intima con il Padre: apparteniamo al Cristo e, tramite Lui, al Padre, partecipando della loro relazione di Amore come figli nel Figlio. Questa intimità con Dio non è merito nostro o ricompensa di una nostra offerta a Lui, ma come dono del suo Amore gratuito. Nella Eucaristia si rinnova costantemente questo dono perché non offriamo sacrifici nostri, preghiere o devozioni, ma l’unico, perfetto e gradito sacrificio al Padre che è il suo Figlio obbediente. Nella nostra sequela obbediente, vivendo il comando dell’amore che il Cristo ci ha lasciato in eredità per essere riconosciuti suoi veri discepoli, noi riceviamo il dono dello Spirito che ci aiuta a superare la nostra fragilità rendendoci santi.

           La vita cristiana è allora sequela del Cristo e non pratiche religiose da compiere. Non è una conquista di una perfezione e giustizia attraverso il rispetto di regole, comandi e offerta di preghiere, ma un impegno di vita nel costruire relazioni di amore a partire da coloro che abbiamo accanto a noi. La vita cristiana è rinnovamento del cuore e della mente perché ogni momento del nostro esistere sia vissuto nell’amore e nella gioia che vengono dal Cristo.

         Il cristiano è l’uomo della gioia, che non significa ilarità o spensieratezza né disinteresse o fuga dalla realtà, bensì vivere la quotidianità con la consapevolezza di dover testimoniare l’Amore ricevuto dal Cristo e illuminare ogni cosa con la Sapienza, dono dello Spirito Santo, perché tutto sia fatto e vissuto come veri figli di Dio. Il cristiano dunque vive ogni momento, soprattutto quello del dolore e della prova, nella virtù della speranza che non ci fa disperare perché certi dell’amore di Dio. Anche la morte non è per il cristiano una sconfitta o una fine, ma il compimento di quella relazione che qui viviamo nella fede di figli nel Figlio.

           

“Signore Gesù, Pastore buono e bello delle nostre anime,

ci affidiamo a Te e ci impegniamo a seguirti in un ascolto attento della tua voce.

 

Tu ci conosci nell’intimo e sai la nostra debolezza e fragilità,

ma in Te noi possiamo superarle e vivere nel tuo Amore.

 

Da Te riceviamo la gioia vera, quella che nessuno può toglierci,

perché non è basata su cose effimere, ma dono della tua grazia.

 

Con questa gioia, che viene da Te,

vogliamo contagiare il mondo e

tessere relazioni vere di amore e fraternità.

 

Vogliamo essere degni del dono del battesimo ricevuto,

impegnandoci a vivere il nostro quotidiano,

testimoniando la tua Parola

non con sterili pratiche religiose,

ma amando e accogliendo ogni persona.

Amen.”


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