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La Luce Negli Occhi

Viaggio nell'anima attraverso la Sacra Scrittura
  • Occhi




Prima Domenica di Avvento

“Rivestiti di Cristo, attendendolo con gioia”


 

 

       Eccoci all’inizio di un nuovo anno liturgico. Il tempo dell’Avvento, tempo d’attesa della nuova venuta del Signore, è di fatto vissuto piuttosto come tempo preparatorio alla celebrazione delle festività natalizie. Solo che il Natale sta assumendo sempre più una connotazione consumistica, svuotato del significato teologico e salvifico.

       Addobbi e luci iniziano ad essere esposti oltre un mese prima del Natale, ma anch’essi con finalità consumistica e non certamente di fede e devozione.

       Per celebrare degnamente il Mistero dell’Incarnazione occorre vivere in profondità il periodo dell’Avvento e tradurlo in stile di vita teso a raggiungere la gloria di Dio.

       Infatti, attendere la parusia di Cristo, la vita futura in Dio non significa estraniarsi dal presente e, meno che mai, far finta che il male non esiste, ma vivere il quotidiano con la luce della fede che permette di leggere la realtà con sapienza e responsabilità.

       “Vegliate dunque” (Mt 24, 42) è la risposta di Gesù ai discepoli che gli chiedono quando sarà la fine e quali i segni che l’accompagneranno.

       Il “quando” non è altro che il semplice quotidiano in cui Dio si fa presente e in cui ognuno decide la salvezza o la perdizione con le sue scelte e il suo impegno per il bene.

       Accogliere l’incarnazione di Cristo, celebrare questo mistero di salvezza e vivere di esso richiede “prudenza”, “discernimento” e “vigilanza”. Significa imparare a leggere la realtà e ad affrontarla con intelligenza e responsabilità per cercare, ottenere e compiere il bene.

       Il cristianesimo, quindi, non è fuga dal presente e dalle situazioni di male, ma luce per trarre il positivo da ogni situazione. È impegno di responsabilità per l’edificazione del Regno di Dio. È attesa non passiva, ma un tendere verso il futuro in Dio impegnandosi a compierlo nelle vicende della vita terrena.

       “Tenetevi pronti” (Lc 24,44): è l’atteggiamento di colui che si riconosce “chiamato alla santità” e non si sente “padrone” della sua esistenza, ma “servo fedele e saggio” che riceverà dal Signore il premio di partecipare alla sua gloria.

       La difficoltà nel nostro tempo sta proprio nel fatto che ognuno si sente “padrone” assoluto della propria esistenza e quindi spende tutto se stesso nel concedersi ciò che ritiene utile e piacevole.

       La logica è quella del “carpe diem” che concentra tutto sul presente, sull’occasione, senza avere “speranza nel domani”, come anche Orazio concludeva la locuzione.

       Il cristiano, illuminato dalla “luce della fede”, vive il presente con la logica e la forza della carità, nella prospettiva della speranza della vita in Dio, intesa non come desiderio, ma come certezza.

       San Paolo esorta i Romani e noi dicendo: “gettiamo le      opere delle tenebre ed indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente … Rivestitevi del Signore Gesù Cristo” (13, 11-14a).

       “Le armi della luce” sono le opere di carità, le azioni volte al bene non solo personale ma di tutti. Sono scelte, azioni, parole volte non alla ricerca esclusiva del proprio interesse e piacere, ma anche degli altri ed, in alcune circostanze, esclusivamente per il bene altrui.

       Per arrivare a vivere questo occorre liberarsi da tutto quello che produce tenebra, morte, solitudine, uso ed abuso del prossimo. San Paolo ne da un elenco nel brano ai Romani: “orge e ubriachezze … lussurie e impurità … litigi e gelosie” (Rm 13, 13).

       Se leggiamo la nostra società alla luce di questo elenco comprendiamo che le relazioni che viviamo sono infettate dal tarlo della cupidigia e della libido, quest’ultima intesa, nella visione di Jung, come impulso non inibito da istanze morali.

       “Rivestiamoci di Cristo Gesù”: credo possa essere questo il “leitmotiv” di questo periodo di Avvento. Abbiamo bisogno di recuperare i valori della nostra fede e di attuarli con uno stile di vita sempre più conforme al nostro essere cristiani. Senza paura di andare contro corrente; senza riduzioni concettuali a cui spesso riduciamo la nostra fede; senza ideologizzare la fede riducendola a schemi, consuetudini o schieramenti vari.

       “Rivestiti di Cristo” significa essere portatori della sua sapienza e della sua misericordia, per cui il cristiano non ha bisogno di identificarsi in uno schieramento umano, sia esso politico o sociale, ma rinnova ogni realtà umana con la Sapienza e la Luce della fede, perché ogni persona sia rispettata e valorizzata; ogni opera sia per la promozione e la crescita integrale dell’umanità in ogni sua espressione.

       Sia questo tempo utile a rinnovare la nostra fede e a fare della nostra vita un “andare con gioia incontro al Signore” accompagnati da ogni persona che Dio pone sulla nostra strada.

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SOLENNITÀ DI CRISTO RE DELL’UNIVERSO

“La regalità dell’Amore”


 

 

       Spesso faccio queste domande ai giovani e agli adulti: “oggi la fede è un valore da vivere?”, “vale la pena oggi credere?”, “ha un’importanza la fede nella tua vita?”.

       La maggioranza delle risposte sono negazioni del valore della fede, soprattutto per il mondo giovanile. Per loro la fede non è utile e necessaria perché non riescono a comprendere come tradurla nella vita, educati a intendere la fede solo come preghiere da recitare.

        Si possono riscontrare in loro i semi di fede e le conoscenze, sebbene minime, del credo. Per i più, Cristo è considerato un personaggio famoso, la fede una tradizione, la Chiesa una istituzione di cui si può fare a meno.

        Il nostro tempo, dunque, è caratterizzato da un “laicismo” diffuso, da una indifferenza di fronte la fede e da un vuoto esistenziale riempito da oggetti e comunicazioni virtuali.

       Oggi le persone, più che identificarsi con un credo preciso, vivono il sincretismo religioso, che porta a confondere la meditazione cristiana con lo yoga, la risurrezione con la reincarnazione, l’anima con il karma, la santità con il nirvana.

       La solennità di Cristo Re dell’universo è stata istituita da Pio XI con l’Enciclica “Quas Primas” del 11 dicembre 1925, con l’intento di aiutare i fedeli a rinvigorire la fede, rispondere al laicismo e alla tendenza di sostituire “alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale”.

       Il Pontefice volle istituire una festa piuttosto che ribadire con un documento questa verità di fede, perché, come afferma nella “Quas Primas”, i “documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli”, inoltre i documenti “toccano salutarmente la mente”, le feste invece “non solo la mente ma anche il cuore, tutto l'uomo insomma”.

       Celebrare con una festa la Regalità di Cristo significa ribadire che essa si manifesta nel dono dell’Amore gratuito e misericordioso; affermare che Cristo Re non pone i credenti nella condizione di sudditanza, di schiavitù, ma nella condizione di “amici”, donando loro la sua vita e mettendosi al servizio dell’umanità fino alla morte di croce.

          Celebrare questa solennità significa fissare mente, cuore e volontà su Cristo, permettendogli di essere Re della nostra vita accogliendo la sua proposta di Amore.

          Il brano del Vangelo di Luca (23, 35-43) ci presenta la regalità di Cristo dal suo trono di gloria che è la croce, facendoci comprendere che il suo potere è quello di amare, la sua libertà quella di farsi “servo obbediente” per salvare l’umanità dalla perdita di senso e dignità a causa del peccato.

          Cristo manifesta la sua regalità nel farsi debole, deriso, ingiuriato, schernito, percosso, denudato, crocifisso, trafitto e tutto questo per “amore”.

          Cristo è un Re che non si impone, ma si propone “abbassandosi” fino alla condizione più debole: la morte! Manifesta la sua regalità non esaltando sé stesso, ma elevando l’umanità alla “dignità di santi”, cioè di coloro che fanno dell’amore la regola della vita, il servizio l’espressione della dignità umana, il perdono il vero potere che dona libertà e forza.

           Se oggi la società non accetta il crocifisso, se in nome della “laicità dello stato” viene chiesta la sua rimozione dalle aule delle scuole, se il presepe ed ogni simbolo religioso crea confusione e tensione, certamente è perché in noi, che ci professiamo credenti, non traspare la “gioia” di essere di Cristo.

           Cristo non solo continua ad essere ingiuriato, deriso, percosso ed umiliato, ma chi crede e si professa cristiano “resta a guardare”, come la folla (Lc 23, 35), per non turbare la sensibilità altrui e rispettare la loro libertà!

           Eppure non si tratta di imporre, perché Cristo non lo fa!

          Si tratta invece di vivere da “abitati e rinnovati dall’Amore di Cristo”; si tratta di fare esperienza del suo amore, della sua regalità liberante e di liberare la nostra esistenza da tutto quello che “produce morte”: presunzione, arroganza, rancore, invidia, gelosia, potere, senso di superiorità, ecc.

         Il mondo ha bisogno di cristiani che testimonino la regalità di Cristo nella condotta della loro vita fondata sulla Verità; ha bisogno di credenti che preghino affinché si compia la promessa di amore di Dio; ha bisogno di credenti che testimonino che credere in Dio ed invocare il suo aiuto non consiste nel ricevere da Lui ciò che noi desideriamo, ma che si realizzi il suo regno di amore; ha bisogno di credenti che abbiamo fatto esperienza della misericordia e coscienti della propria debolezza, peccaminosità e meschinità, si affidano a Cristo come il ladrone pentito chiedendo di partecipare alla sua gloria e al suo amore.

           A coloro che dimostrano di aver paura di Cristo, che lo deridono, lo scacciano, e lo ingiuriano rispondiamo con la “forza dell’Amore”, che viene dal Cristo crocifisso e glorioso, Re e Signore, presentandoci come peccatori, malfattori graziati e redenti dalla sua Croce.

 

Foto del Particolare del portale della Cattedrale di Larino (CB) - l'angelo che pone sul capo di Cristo la corona regale con la mano destra, mentre nella sinistra tiene la corona di spine.

       cattedrale di Larino angelo che incorona il Cristo

 

particolare portale cattedrale di Larino

 

XXXIII DOMENICA T.O.

“La perseveranza nella fede”


 

 

       È sempre più diffusa l’idea che la fede sia una questione privata. Essa viene ridotta a pratiche di culto, a invocazioni e preghiere dette nel segreto della propria coscienza e/o nelle chiese.

       Vi è, di fatto, una identificazione con la fede, ma non con una pratica o esercizio di essa. La vita quotidiana non è guidata dalla fede e i precetti non sono più i riferimenti delle scelte e dell’agire. Questa distanza tra vita e fede è sempre più evidente sebbene il senso religioso e la ricerca del sacro, nelle varie espressioni e manifestazioni eclatanti, è presente anche in chi non si sente parte della comunità di fede.

       Volendo riassumere la realtà con uno slogan o con una espressione idiomatica, credo possa essere: “Dio si, Chiesa no”.

       Non è certamente facile indicare le ragioni che hanno portato a questa situazione, ma certamente non si può negare che questa sia la realtà. Di fatto non credo sia necessario soffermarsi sulle cause e sulla denuncia, ma sia fruttuoso rinvigorire le ragioni per cui essere credente ed illuminare il quotidiano con la fede.

       La nostra società ha bisogno di “testimoni” di fede, di martiri che perseverino nella fede con semplicità e costanza. C’è bisogno di credenti che sappiano indicare con la condotta di vita la ragione della “speranza” che è in loro (cfr. 1Pt 3, 15).

       La pericope evangelica di Luca (21, 5-19), chiamata la grande apocalisse lucana, inizia con: “mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi”. La fede non è ostentazione, meno che mai potere e gloria. Essa è sequela di Dio, che ha definitivamente rivelato il suo volto in Gesù Cristo.

       Seguire Cristo significa vivere nella sua obbedienza al Padre ed essere controcorrente per la logica di questo mondo: “sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Lc 21, 17).

       Il cristiano, nella sua sequela del Cristo, è inserito nella sua obbedienza attraverso il costante impegno e discernimento per compiere il bene.

       La quotidianità della vita è il luogo dove realizzare la sequela di Cristo: nelle relazioni umane, nell’impegno lavorativo, nei legami affettivi, nella preghiera e in ogni piccolo momento della giornata.

       “Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8, 28), quindi ogni momento della vita è occasione per realizzare il bene e vivere da cristiani.

       Per questo san Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a impegnarsi nella vita, come lui stesso ha vissuto, lavorando per essere esempio da imitare (2Ts 3, 7-12).

       Il cristiano deve condurre una vita “ordinata”, cioè in cui tutto è orientato e disposto al bene per l’edificazione comune.

       Questa logica di Dio certamente è controcorrente alla logica del mondo ed in pieno contrasto con l’egoismo dell’umanità.

       Produce rivalità, risentimento, ostracismo e ogni forma di persecuzione: “… metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno …” (Lc 21, 12). Là dove non abita l’amore di Dio trova spazio la contesa, la rivalità ed ogni sentimento ostile. Questo non solo negli ambienti di vita che non accolgono Dio, ma anche nelle comunità di fede, tra credenti, fedeli laici e consacrati, perché il peccato appartiene agli uomini: “Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Lc 21, 16-17).

      Gesù, nel presentare questo quadro apocalittico, esorta a confidare nella sua grazia, nel dono dello Spirito, che rende testimoni credibili, a cui “gli avversari non potranno resistere né controbattere” (Lc 21, 15).

      Se oggi la società vuole che la fede sia ridotta ad una questione personale e privata, è necessario rispondere con una testimonianza credibile di ogni cristiano, non ostentando una pratica sterile, ma impegnandosi in una “operosità quotidiana” “orientata ed ordinata” al Bene.

      “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” (Lc 21,19). Si tratta di una perseveranza nella fedeltà al Signore che dobbiamo vivere sempre, non solo nei momenti difficili o di persecuzione. Ciò si realizza vivendo il massimo bene possibile nelle varie vicissitudini del nostro quotidiano, vivendo con responsabilità e tranquillità interiore ciò che siamo.

 

“Signore Gesù,

Tu ci chiami a seguirti con una vita ordinata al Bene,

inseriti nella società con la responsabilità

di essere “sale e luce”.

 

Donaci il tuo Spirito di sapienza:

per dare speranza ad ogni cuore;

per usare la nostra parola per edificare e mai per distruggere;

per compiere gesti di amore e di accoglienza;

per operare, ciascuno secondo il proprio impegno nella società, 

a costruire il bene comune, ove ogni persona sia amata e rispettata.

 

Rendici testimoni credibili,

credenti coerenti

adoratori di Te “in Spirito e verità”.

 

Amen”

XXXII Domenica del Tempo Ordinario

“Crediamo nella resurrezione”


 

 

       Cosa ci sarà dopo la morte? Esiste una vita dopo la morte? Rivedremo i nostri cari dopo la morte?

       Sono domande di questo genere che spesso sentiamo rivolgerci come credenti perché, a prescindere se si ha fede o meno, la morte incute paura e senso di impotenza lasciando un vuoto incolmabile in chi perde una persona cara.

       A queste domande tante sono le risposte che vengono date, in funzione del credo o della ideologia che si segue. Una cosa resta certa: la vita umana porta in sé il limite della morte, che non è facile accettare senza una speranza forte a cui aggrapparsi, intesa come certezza e non come anelito.

       Nella nostra cultura post-moderna, in cui i riferimenti forti sono stati soppiantati da relativismo, soggettivismo, edonismo e da un vero culto della libertà personale, sembra non interessare più la vita oltre la morte, tanto da cercare di esorcizzarla in ogni modo.

       Concentrare tutta l’esistenza su ciò che produce piacere e cercare in ogni modo di fuggire dal tempo che passa, illudendosi di restare eternamente giovani, porta comunque a perdere il senso dell’esistere ed il gustare lo scandire del tempo nella bellezza delle varie età, in cui accumulare saggezza ed elargire esperienze a posteri.

La fede in Gesù Cristo ci apre alla certezza che questa vita ha in sé il germe della vita eterna in Dio.

Gesù, nel brano evangelico di Lc 20, 27-38, afferma che esiste la vita oltre questa ed è partecipazione all’essenza di Dio: è eterna e compimento dell’amore.

    “Coloro che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti” (Lc 20, 35): non basta credere che ci sia una vita in Dio, occorre conquistarla con una condotta degna.

       In cosa consiste? Innanzitutto vivere nella consapevolezza di essere, per il Battesimo, figli di Dio, che si traduce in pensieri, parole e gesti di carità. Alimentare la nostra identità di figli con ascolto della Parola e vita sacramentale.

       San Paolo usa l’espressione “opera e parola di bene”, indicando così che in ogni cosa dobbiamo essere costruttori di bene, permettendo così che la Parola di Dio “corra e sia glorificata”, cioè conosciuta e seguita grazie alla nostra testimonianza.

       Ciò non significa dare valore alla Parola di Dio, ma rendere possibile per l’uomo di ogni tempo la fede. La testimonianza di fede avvicina l’uomo a Dio perché gli permette di comprendere che è possibile vivere da figli di Dio nonostante la fragilità.

       Resta vera l’espressione di San Paolo “la fede non è di tutti”, cioè non tutti si aprono a Dio e accettano di seguirlo, ma la testimonianza coerente dei credenti, che esprimono in ogni cosa l’appartenenza a Dio e rendono visibile il suo amore misericordioso, favorisce certamente l’apertura alla fede.

      Rinvigoriamo ogni giorno la nostra adesione a Dio alimentandoci della sua Parola e della grazia sacramentale.

        Invochiamo il suo sostegno alla nostra debolezza con le parole del Salmo 16 (17):

"Porgi l’orecchio alla mia preghiera.

Tieni saldi i miei passi sulle tue vie.

Custodiscimi come pupilla degli occhi.

Nella giustizia contemplerò il tuo volto

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

“Aprirsi ed accogliere il dono della fede”


 

 

       Quante volte abbiamo sentito, o detto noi stessi, o condiviso espressioni del tipo: “Vorrei avere fede, ma non riesco!” oppure “Beato te che hai fede, io non riesco a credere!”.

       Sappiamo che la fede è un dono e a giustifica del disinteresse verso essa si afferma: “io non l’ho ricevuta!”.

       La fede si riceve come dono attraverso una testimonianza di vita da parte di chi la vive, ma occorre disporsi a riceverla vincendo l’indifferenza e la presunzione del cuore di fare a meno di Dio, di tutto ciò che è “oltre il personale criterio valutativo e decisionale”.

       La fede richiede la decisione personale di incontrare Dio. Il Signore si propone, ma non si impone! Solo grazie alla decisione personale lo si incontra, lo si accoglie e lo si conosce.

       Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco (Lc 19, 2), curioso di voler conoscere il famoso Gesù di Nazareth, decide di salire su di un albero a causa della sua statura.

       Molti esegeti evidenziano che il dettaglio sulla sua statura, per Luca ha un significato non solo reale, ma anche metaforico.

La sua condizione morale, essere pubblicano e ricco, lo porta a non poter elevarsi alla conoscenza di Dio. La sua statura morale è infima, come lui stesso denuncia a Gesù: “… do la metà di ciò che possiedo … se ho rubato a qualcuno …” (v. 8).

       La decisione personale di Zaccheo di voler mettersi in gioco con Gesù, di voler superare il proprio limite fisico e il proprio peccato, gli permettono di incontrare la Grazia del Signore e di convertirsi: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza …” (v. 9).

     Alla libera decisione dell’uomo di aprire il cuore corrisponde l’iniziativa personale di Dio di donarsi, amare e redimere la persona. Zaccheo si eleva, ma resta in silenzio. Gesù volge lo sguardo e lo interpella nella sua intimità: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (v. 5).

          La casa indica l’intimità della persona e la sua totalità. Gesù vuole fare comunione nel profondo dell’essere umano, non si accontenta di una relazione superficiale, perché il dono del suo Amore è per la redenzione, la salvezza integrale della persona.

       Zaccheo, accogliendo il Signore nella sua intimità, realizza una radicale conversione esistenziale; fa esperienza dell’amore misericordioso di Dio, che lo apre al pentimento e alla corretta relazione con il prossimo; stravolge la sua esistenza passando dall’egocentrismo al cristocentrismo, dall’egoismo alla carità.

           Il Signore non ha giudicato e condannato Zaccheo, ma ha deciso di fermarsi nella sua casa, di entrare nella sua esistenza e rinnovarla con la forza coinvolgente del suo Amore, perché Egli ha “compassione di tutti … chiude gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento” (Sap 11, 23).

         I presenti, invece, hanno giudicato e mormorato: “è entrato in casa di un peccatore!” (Lc 19, 7), perché la giustizia degli uomini, anche quando presume di basarsi sulla legge di Dio, non distingue il peccato dal peccatore.

        Il Signore separa sempre la persona dal suo errore, perché non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr. Ez 33). Gesù afferma: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10).

L’iniziativa di Dio verso il peccatore è pedagogica ed educativa: “tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore” (Sap 12, 2).

          Il Signore non giudica, ma corregge; non condanna, ma salva; non esclude nessuno, ma accoglie tutti, perché tutti gli appartengono.

          Come Zaccheo, impariamo ad elevarci dalla nostra condizione per andare incontro al Signore; lasciamolo entrare nella nostra vita, perché porti a “compimento ogni proposito di bene”.

2 novembre

“La comunione eterna in Dio con i nostri cari”


 

 

       Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi (Rm 14, 7-9).

       Questa pericope della Lettera ai Romani mi ha sempre dato speranza, soprattutto quando ho fatto la forte e dolorosa esperienza del distacco dalle persone care.

       In Dio tutto trova senso e valore e nulla è vano! I legami tra esseri umani, di ogni grado e modalità, trovano forza e significato nell’appartenere tutti al Signore.

       In questa visione, tutto è accettabile, tutto è perdonabile, tutto ha valore e senso oltre l’immediato e il contingente.

       Nel Signore riusciamo ad accettare e sopportare il dolore e a non cadere nella disperazione a causa della morte.

       La fede ci dà la certezza che nulla termina con la morte, ma tutto inizia e trova compimento, e ciò permette di vivere con maggiore attenzione e valore le relazioni interpersonali.

       La commemorazione dei fedeli defunti è occasione per considerare che tutto ha fine e ragione in Dio, quindi senza di Lui “tutto è vanità”, come dice il libro del Qoelet (Qo 1,2).

       Significa testimoniare che siamo figli di Dio e che la vita umana ha valore in ogni condizione fino al suo epilogo naturale, la morte.

       Inoltre, fare memoria dei defunti, permette di comprendere che non siamo unità, individualità, ma parte di una storia, di cui abbiamo responsabilità.

       Ognuno porta in sé i tratti ereditari dei suoi genitori ed avi, ma è anche frutto di tante relazioni e situazioni. Ognuno di noi non costruisce e vive la sua vita, ma determina anche quella dei contemporanei e dei posteri.

       Avere memoria di chi ci ha preceduto deve aiutarci a impegnarci ad essere protagonisti positivi della storia per costruire il nostro ed altrui bene. Ci aiuta a non dimenticare che siamo destinati alla vita eterna e che dobbiamo lasciare questa realtà terrena ai nostri posteri nel miglior modo possibile.

       La fede cristiana educa a vivere la vita con impegno, responsabilità e positività. La dignità della persona non dipende dalle sue capacità e possibilità, ma dal suo essere umano e, per i cristiani, figli di Dio.

       Commemorare i defunti non significa, dunque, celebrare la morte, ma la vita, ringraziando Dio per coloro che ci hanno preceduto e lasciato in eredità il mondo; significa impegnarci a rendere migliore la storia dando il nostro contributo; significa imparare a gustare la vita con la costante tensione verso l’eternità, che ci aiuta a fare di ogni momento l’occasione favorevole per compiere il bene.


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